Chiamano sempre loro, i grandi vecchi della finanza

I riservisti che non vanno in pensione

L’ultimo richiamato dalla “panchina” degli old banker è stato Rainer Masera, settantenne ex ministro e direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, per dieci anni direttore generale di Imi e per altri tre, successivamente alla fusione, amministratore delegato del Sanpaolo. E’ lui, dallo scorso 9 luglio, il nuovo presidente di Banca Marche che ha il difficile compito di traghettare l’istituto verso acque più tranquille: l’ultimo bilancio è stato chiuso con circa 520 milioni di perdite e entro settembre servono 300 milioni per evitare il tracollo. Come per Mps il gruppo marchigiano è stato oggetto di ripetute verifiche da parte di Banca d’Italia che ora ha commissariato l’istituto dopo averlo messo sotto tutela con un uomo di fiducia.

Ma non c’è solo Masera fra i banchieri “riservisti” cui il sistema si rivolge quando scatta un nuovo allarme rosso. Altri nomi? Divo Gronchi, 74 anni, quarantadue dei quali passati nel gruppo Mps, dalla Banca Toscana fino alla direzione generale del Monte, è stato anche due volte amministratore delegato della Popolare di Vicenza e dal 2005 al 2007 al vertice della Popolare Italiana nell’immediato “post Fiorani” mentre da fine 2011 è al timone della Cassa di San Miniato. Gronchi era già stato candidato un anno fa a tornare a Siena come presidente-garante del “nuovo Mps”, di cui era stato direttore generale. 

L’ha spuntata Profumo, ma ora il banchiere pisano è rispuntato fra i papabili nella lunga querelle sulla presidenza della Fondazione Mps. Apprezzato dall’ala cattolica del Pd ma soprattutto sostenuto dal dominus dell’Acri, Giovanni Guzzetti, Gronchi piace anche alle banche creditrici della Fondazione per la sua capacità di gestire i bilanci e di rispettare gli impegni. Lontano dalla pensione è anche Tommaso Cartone, neoamministratore delegato al Banco di Desio e della Brianza su moral suasion Bankitalia. Nello stato di servizio del 70enne siciliano – giovane impiegato al Credit – c’è la direzione generale dell’Ambroveneto e di Banca Intesa, la presidenza operativa di Carime, la presidenza di Antonveneta.

Di banche questi signori se ne intendono. Ma certe nomine sono il sintomo di altri problemi. Non solo di una logica gerontocratica e di relazione. Ma anche dell’anomalìa tutta italiana di affidarsi al sistema che cura se stesso e non a professionisti della crisi, a dei tecnici che di lavoro fanno i ristrutturatori. Salvano banche e aziende sull’orlo del default insomma. I cosiddetti “chief restructuring officer” che spesso fanno capo a società specializzate, come A&M-Alvarez & Marsal che si è occupato del restructuring del Lehman Brothers dopo il default e che sta seguendo anche il risanamento di Bank of Cyprus, di Sareb (la Bad Bank Spagnola), di Nama in Irlanda e della National Bank of Greece. «Quando una banca o un’azienda ha problemi di governance, manageriali e di conti, il tempo è la variabile più delicata. E i tempi si accorciano se si mette al lavoro un team esperto e coeso. Non solo. Servono misure concertate con le autorità di vigilanza. Nel caso di Bank of Cipro stiamo collaborando con il governo e la banca centrale. In tutti i casi in cui siamo stati coinvolti il team è composto dalle 15 alle 30 persone. Bisogna fare presto ma ciò ha a che fare con l’orologio e non con l’agenda», spiega il managing director di A&M Alberto Franzone.

Il team di “pronto intervento” entra quindi in banca, usa il bisturi per isolare e recidere le sofferenze finanziarie arrivando ad accordi con i creditori, e impugna l’accetta per tagliare i rami secchi aziendali. Perché il punto è che in alcuni casi non basta trovare un banchiere che fa da garante, se pur esperto e di elevata professionalità. Serve un team, una squadra di persone che aggredisce tempestivamente i problemi sul tappeto. Altrimenti è una missione disperata. «I leitmotiv della strategia di intervento – aggiunge Franzone – sono tre: il primo è la rimozione degli asset non performing o non core. Insomma ripulire la banca per tornare anche ad avere un buon rating e migliorare così il funding. Il secondo passo è provvedere a una diversa gestione delle attività non performing. Infine si cerca di rendere più vendibile la banca come nel caso di Northern Rock dove la Commissione europea ha spinto affinchè tornasse ai privati». 

In Italia si fa però ancora resistenza a immaginare la creazione di una management company specializzata. Non decolla perché non si è ancora identificata una parte di quei 150-200 miliardi di euro di Non performing Loans che potrebbero essere isolati dal sistema per risolvere così a monte anche il problema della stretta creditizia. Se ne parla da anni ma non c’è ancora un tavolo dove anche i watchdog di Confindustria e del Tesoro abbiano voglia di discuterne concretamente.

Nel frattempo i banchieri che dovrebbero valutare i crediti, passano la giornata a gestire i contenziosi e così il sistema si blocca. Invece bisogna guardare avanti. Il caso di Northern Rock dimostra che se si isola il problema si esce dal tunnel. In Spagna è stato affrontata la questione dell’immobiliare indentificando le nove banche con difficoltà simili che sono stati isolate in una sorta di contenitore poi gestito con un’ottica di sistema. A volte anche la nazionalizzazione può essere funzionale a un cambiamento di passo, uno choc che può servire per mettere a punto un piano sistemico come nel caso dell’Irlanda.

«Mettere d’accordo le banche sulla ristrutturazione del debito è difficile come la mossa al Palio di Siena», chiosa Franzone. Il problema qui è che non c’è un solo mossiere ma più di uno. E che gli italiani corrono ai ripari sempre all’ultimo minuto, sono gli specialisti della Zona Cesarini.

Spazio ancora agli old banker, ai riservisti esperti del credito. Ma prima sarebbe più opportuno chiamare i “signor Wolf” delle ristrutturazioni per valutare il bilancio, verificare la tenuta patrimoniale, definire la base dei costi, il risk management, gestire la politica regolatoria e poi ristrutturare le attività non performing una volta individuate e isolate. Solo così la banca una volta passata la tempesta può tornare alla normalità, ovvero a fare la banca. Back to basic. 

Twitter: @petunianelsole

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta