Chiesa e Siria: se i vescovi siriani sostegono Assad

Il conflitto in Siria

«Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche. Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi, c’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire». Era il primo settembre scorso quando papa Francesco all’Angelus dedicò un lungo passaggio al tema di una possibile escalation militare in Siria dovuta alla minaccia di un intervento militare americano. All’origine dei fatti e dell’intervento del Pontefice c’era però l’ormai famoso attacco con armi chimiche alla periferia di Damasco, nella zona di Goutha, che ha accelerato la crisi.

Nell’occasione Bergoglio lanciò il suo forte appello per una giornata di preghiera e di digiuno che si svolse poi il 7 settembre, nel frattempo inviava una lunga lettera a Vladimir Putin in occasione del G20 (5-6 settembre) svoltosi a San Pietroburgo nella quale auspicava un forte intervento della comunità internazionale per fermare la guerra. Ora è noto che nel corso di quel vertice Usa e Russia avviarono trattative riservate per individuare uno sbocco diplomatico alla crisi e scongiurare così i raid aerei di Stati Uniti e Francia.

Da quel momento, anche in forza delle minacce reciproche fra Mosca e Washington, hanno preso il via i negoziati per indurre Damasco a consegnare alla comunità internazionale gli arsenali di armi chimiche. La Santa Sede, in un primo tempo, ha raccolto sia pure simbolicamente un risultato importante: non c’è stata – almeno fino ad ora ma la questione non è del tutto risolta – un’azione militare dell’aviazione di Washington contro obiettivi militari siriani. Nel frattempo però le Nazioni Unite sono andate avanti nelle indagini sull’attacco con i gas avvenuto ad agosto e soprattutto Ban Ki-moon ha fatto sentire la sua voce. Fra le altre cose il Segretario generale delle Nazioni Unite, anticipando il 13 settembre alcuni elementi del rapporto degli ispettori incaricati di verificare la questione armi chimiche, si è detto «sicuro che ci sarà un processo per accertare responsabilità di Assad, quando tutto sarà finito». Parole che pesano come pietre sul capo del regime di Damasco.

Ancora, nella giornata di lunedì 16, Ban Ki-moon ha spiegato esplicitamente che sono stati commessi crimini di guerra mentre si moltiplicavano le prove della responsabilità del regime nell’attacco del 21 agosto scorso (fra l’altro alcuni razzi contenenti il gas sarin avrebbero avuto scritte in cirillico). In questo contesto il capo dell’Onu ha parlato del più grave episodio di guerra con armi chimiche dai tempi dei massacri messi in atto da Saddam Hussein ad Halabja nel corso del conflitto Iran-Iraq; Ban Ki-moon ha inoltre chiesto che la risoluzione delle Nazioni Unite nei confronti della Siria sia particolarmente dura e comprenda la minaccia di sanzioni economiche per costringere il regime a consegnare sul serio i propri arsenali.

Insomma, l’allarme lanciato dall’Onu sulle armi chimiche è grave: il potenziale distruttivo in possesso del regime di Assad è ormai un problema per la comunità internazionale; l’attacco del 21 agosto ne è una riprova ma il problema va anche al di là delle rappresaglie avvenute sul fronte del conflitto in corso ad opera delle varie parti in campo.

In questa situazione la posizione della Santa Sede diventa più delicata. Intanto per quel monito lanciato dallo stesso pontefice contro chi si fosse reso responsabile dell’uso di armi letali come quelle che sfruttano il gas sarin per diffondere la morte. E ora per il Vaticano, sia pure attraverso il linguaggio della diplomazia, diventa urgente mettere in luce le responsabilità del regime emerse in questi ultimi giorni.

D’altro canto la tradizionale e autorevole posizione della Santa Sede contro la guerra si è sempre più allineata, dal dopoguerra in avanti, a quella delle Nazioni Unite che, nelle crisi internazionali, restano un riferimento ineludibile per i “sacri palazzi”. Per la Santa Sede, insomma, sarà molto difficile non tenere conto delle parole di Ban Ki-moon – che per altro ha già incontrato papa Francesco – o del rapporto degli ispettori Onu. Ma da questo punto di vista il Papa ha un problema “in casa”: i leader della Chiesa siriana, ma anche di altre chiese della regione, cioè patriarchi e vescovi di rito latino delle varie denominazioni cristiane, sono in buona parte anche se non tutti, favorevoli o alleati al regime di Damasco.

La pubblicazione del rapporto degli ispettori dell’Onu, per altro, coincide con un vertice dei vescovi del Medio Oriente a Roma che si protrarrà dal 17 settembre fino a venerdì; tutti potranno vedere il Papa. Francesco avrà così modo di verificare di persona lo stato d’animo dei suoi patriarchi, da una parte tranquillizzati dai negoziati in corso, dall’altra sempre più in imbarazzo perché associati a un regime che ha perso ogni credibilità internazionale.

Tuttavia in Oltretevere i settori maggiormente restii ad adottare una posizione critica verso il regime di Assad oltre che verso la guerra – in particolare in ambienti della Congregazione per le chiese orientali e della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli – sottolineano come nelle ribellione siriana abbiano trovato spazio crescente gruppi islamisti o decisamente fondamentalisti, quindi potenzialmente anticristiani. Qualcuno paventa anzi che nasca uno stato islamico estremista.

I vescovi siriani furono decisamente contro la rivolta anche nei primi mesi del 2011, quando questa aveva assunto la forma pacifica delle dimostrazioni di piazza poi represse assai duramente. Il fatto è che il legame fra questa vecchia leadership cristiana mediorientale e il regime di Assad è antica, e si fonda sulla protezione elargita da Damasco ai cristiani. La sfida lanciata però dal sinodo generale per il Medio Oriente del 2010 svoltosi in Vaticano era quella di una cittadinanza paritaria fra cristiani, e altre minoranze e componenti etniche e religiose – comprese quelle musulmane – nei vari Paesi del Medio Oriente. Il contrario insomma della protezione elargita dai regimi.

Fu infine proprio nelle prime settimane della rivolta, era il giugno del 2011, che papa Ratzinger, rivolgendosi al nuovo ambasciatore siriano presso la Santa Sede, invitò il governo di Damasco a procedere sulla strada delle riforme politiche e sociali: «Gli avvenimenti verificatisi nel corso degli ultimi mesi in alcuni Paesi dell’area del Mediterraneo fra i quali la Siria – affermava Benedetto XVI – manifestano il desiderio di un futuro migliore negli ambiti dell’economia, della giustizia, della libertà e della partecipazione alla vita pubblica. Tali accadimenti mostrano anche l’urgente necessità di vere riforme nella vita politica, economica e sociale». Parole largamente inascoltate che oggi risuonano come un monito di fronte a una gigantesca tragedia umanitaria. 

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