Cucchiani, non c’è più Intesa: al suo posto Messina

Si è dimesso il Ceo di Intesa Sanpaolo

Aggiornamento del 29 settembre, ore 23.17 – Carlo Messina è il nuovo consigliere delegato di Intesa Sanpaolo. Una carriera tutta interna all’istituto, quella del responsabile di Banca dei Territori, antitesi del percorso di formazione di Enrico Cucchiani, ex numero uno di Allianz Italia che, oggi ha rassegnato le dimissioni da guida operativa di Ca de’ Sass dopo poco meno di 24 mesi. Con le dimissioni, accelerate dalla crisi di governo, percepirà una buonauscita di 7 milioni di euro. Chiamato da Giovanni Bazoli al difficile compito di sostituire Corrado Passera, Cucchiani non è riuscito a inserirsi nei meccanismi “ministeriali” del principale istituto italiano. Il clima era avvelenato da mesi, complice una certa incomunicabilità con le prime linee dei manager. Inoltre le esternazioni nei confronti delle cosiddette partecipazioni “di sistema”, come Telecom, Alitalia, Rcs, e sopratutto la holding Tassara di Romain Zaleski – tradizionalmente vicino al presidente del consiglio di sorveglianza, Giovanni Bazoli – non lo hanno aiutato. Fatale però è stato l’aver “invaso il campo” di Bazoli nella gestione dei rapporti istituzionali, attivando un canale diretto anche con Bankitalia. Via Nazionale da tempo ha infatti avviato una moral suasion nei confronti dell’istituto di credito per l’abbandono della governance duale. Missione che sembra sia stata fatta propria dalla Compagnia di San Paolo, principale azionista di Intesa. Una transizione, quella tra il vecchio e il nuovo sistema, che tocca difficili equilibri in termini di rappresentanza e di pesi e contrappesi tra le due anime milanese e torinese della banca. Equilibri che soltanto un manager esperto dei meccanismi dell’istituto come Messina, questo il ragionamento di Bazoli e di Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo (altro azionista rilevante), sembra in grado di garantire.

Di seguito la nostra analisi del 26 settembre che anticipava l’uscita di Cucchiani dalla guida operativa di Intesa Sanpaolo

La possibile uscita di Enrico Cucchiani, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, arriva in un momento delicatissimo per la banca e per il Paese, alle prese con le tensioni sulla tenuta del governo Letta (-3,78% a 1,6 euro in Piazza Affari). Ca de’ Sass non solo è impegnata in questi giorni a risolvere quattro partite “di sistema” che hanno pesato non poco sui bilanci – Telecom, Alitalia, Tassara, Rcs, ma anche Pirelli, Risanamento e Ntv (i treni di Montezemolo) – ma è un primary dealer, cioè collocatore per conto del Tesoro dei titoli di Stato, con in pancia ben 100 miliardi di bond del Tesoro. È dunque essenziale per neutralizzare contraccolpi dei nostri titoli sul mercato secondario causati dall’incertezza politica. 

Le cause dietro allo showdown sono molteplici. In primis, serve una figura in grado di concentrarsi e sostenere l’economia italiana. Sarebbe quanto ha chiesto il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, a Bazoli in un incontro fra i due, martedì 24 settembre. Alcune fonti sostengono invece che Cucchiani abbia spinto per un’ulteriore accelerazione verso l’abbandono del duale. Un rischio che il presidente del consiglio di sorveglianza, Giovanni Bazoli, e il numero uno della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti – azionista forte di Intesa – non hanno intenzione di correre.
Il duale è da sempre modus operandi prediletto da Bazoli e Guzzetti, formatisi con un’idea di banca orientata assieme alla politica allo sviluppo del territorio, che deve avere rappresentanza negli organi dell’istituto. Lo stesso Bazoli nei mesi precedenti alla riforma approvata dall’assemblea la scorsa primavera, che ha visto l’ingresso nel consiglio di gestione di quattro manager interni e due consiglieri indipendenti, ammetteva: «Si tratta di un compromesso, di una soluzione che potrà essere pilota se le nostre intuizioni risulteranno giuste». 

Il modello dualistico di amministrazione e controllo di Intesa Sanpaolo

Ogni eventuale decisione, complici gli impegni del top manager ex Allianz a New York, a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, slitterà comunque a martedì prossimo, quando si riunirà sia il consiglio di sorveglianza che il consiglio di gestione. Appuntamenti già programmati da tempo. Altre voci interne alla banca fanno notare come le Fondazioni potrebbero sfruttare la Giornata mondiale delle Fondazioni di martedì per decidere se forzare le dimissioni di Cucchiani o pagargliele con una buonuscita. Il pallino, ancora una volta, è nelle mani di Bazoli. Il ragionamento prevalente in Ca de’ Sass è: “lui l’ha voluto, lui deve trovare motivi per licenziarlo”. Si vedrà come.

Le tensioni che serpeggiano all’interno delle prime linee del management dell’istituto non sono una novità. Cucchiani è un accentratore, e l’ha dimostrato acquisendo le deleghe alle partecipazioni strategiche, da anni salde nelle mani di Gaetano Miccichè, in cambio di una sua nomina nella stanza dei bottoni del consiglio di gestione. Cucchiani si fida di pochi, e non parla con nessuno. «Passera parlava di “noi”, Cucchiani di “voi”», notano fonti interne. L’essersi creato un cordone di assistenti che interagiscono con il management, e l’aver dialogato molto spesso con gli azionisti bypassando Bazoli sono altri due comportamenti “sgraditi”. Molti sono gli episodi che hanno lasciato percepire un montante malessere. Come l’uscita traumatica dell’ex direttore generale, Giuseppe Castagna, e il conferimento alla Banca dei Territori guidata da Carlo Messina della divisione corporate & investment banking per le imprese con taglia compresa tra 150 a 350 milioni di euro. Una spia del rafforzamento proprio di Messina, dato come papabile per la successione, e della sua riforma di Banca dei Territori, appoggiata dal presidente del consiglio di gestione, Gianmaria Gros-Pietro. 

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C’è poi l’aspetto relativo ai conti. La banca ha archiviato un secondo trimestre da dimenticare, con utili a 116 milioni rispetto ai 470 del medesimo periodo del 2012 (di cui 173 milioni riferibili a benefici fiscali), a cui si aggiunge un calo del risultato operativo del 70% a 442 milioni, mentre i ricavi si sono fermati a 8,2 miliardi di euro, -8,3% rispetto al secondo trimestre 2012. Numeri sui quali hanno pesato i 190 milioni di mancato rendimento della riserva di liquidità prudenziale da 20 miliardi costituita nei primi mesi dell’anno per annullare eventuali shock politici. Riserva frutto di un piano industriale troppo ottimista sull’andamento macroeconomico, e mai aggiornato.

Essendo concentrata principalmente in Italia, Intesa ha sofferto il rallentamento dell’attività economica nel Paese: al 30 giugno scorso i crediti deteriorati sono aumentati a 29,6 miliardi (+4,2% sul 2012), mentre le sofferenze (crediti non più recuperabili) a 12 miliardi (11,2 nel 2012), pari al 3,4% degli impieghi, e presentano un tasso di copertura del 123 per cento. Il rallentamento non ha risparmiato Banca Imi, la merchant bank che ha regalato enormi soddisfazioni nel 2012: l’utile si è contratto di 32 milioni, passando da 384 a 261 milioni nel secondo trimestre rispetto a fine marzo scorso. 

Il 26 settembre intanto è arrivata la smentita ufficiale, da parte di Gros-Pietro, a qualsiasi interessamento di Ca de’ Sass nei confronti del Monte dei Paschi di Siena. L’orizzonte dell’istituto è al di fuori dei confini nazionali, come ha spiegato Cucchiani a inizio agosto: «Se e quando ci sarà una nuova fase di consolidamento del settore a livello paneuropeo, Intesa Sanpaolo vi si presenterà come un player o potenziale partner attraente, solido ed efficiente, e potrà far leva su una forte posizione negoziale». Non solo: «Nel frattempo rappresentiamo un’interessante opportunità di investimento, una porta di accesso particolarmente attraente per investitori internazionali che credono nel potenziale di ripresa economica dell’Europa, il primo mercato al mondo per dimensione del Pil e ricchezza». La liquidità sui mercati in questo momento non manca, ma per essere attraenti servono idee chiare e una strategia convincente. 

Twitter: @antoniovanuzzo

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