Gli inciuci credito-politica locale costano 4 miliardi

Il sistema bancario di territorio

«Le banche italiane hanno gli sportelli, le altre i grattacieli», diceva l’allora ministro Giulio Tremonti a ridosso del fallimento di Lehman Brothers, di cui ricorre il quinto anniversario tra pochi giorni. Peccato che l’assioma “pochi derivati tanto credito a famiglie e imprese = solidità patrimoniale” sia stato completamente smentito dai fatti. Banca Marche, Carige, per non citare la solita Mps affossata (-3%) oggi in Piazza Affari dalla richiesta monstre da parte di Bruxelles di innalzare la ricapitalizzazione a servizio dei Monti Bond da 1 a ben 2,5 miliardi di euro. L’imputato è sempre lo stesso: il “groviglio armonioso” tra finanza, business e politica locale, perpetrato anche attraverso le rappresentanze nominate negli organi di vertice delle Fondazioni, spesso azionisti di controllo degli istituti di credito. Aprire il portafoglio generosamente ad amici e amministratori in conflitto d’interessi e vendere derivati composti da mutui accesi da clienti non in grado di ripagarli ha portato al medesimo risultato: servono 3,7 miliardi di risorse fresche da reperire sul mercato, con ritorni tutti da dimostrare.

In Italia, secondo la consueta indagine curata da R&S – Mediobanca e pubblicata a inizio luglio, il debito bancario è pari al 59% del debito pubblico, pari a 19mila euro per ogni cittadino, rispetto ai 17mila della Germania, dove il peso sul debito dello Stato è a 17mila euro. C’è di più: nel biennio 2011-2012, le svalutazioni complessive hanno raggiunto i 78 miliardi di euro, mentre Oltreoceano il complesso degli impairment ha toccato i 10,5 miliardi. Mal comune mezzo gaudio, guardando ai conti disastrati – tenuti ben nascosti – delle Landesbanken, le banche locali tedesche. La causa è sempre la stessa: l’inciucio tra potentati locali e attività bancaria. Così come la conseguenza: l’insufficiente copertura dei crediti dubbi. Risultato? Proprio gli sportelli – simbolo della solidità del business bancario tradizionale post Lehman – sono in vendita per recuperare efficienza nei costi. Peccato che i potenziali compratori non stiano facendo a gara per accaparrarsi gli asset in via di dismissione.

Alcune situazioni sono tragicomiche. Le cronache locali riportano di Franco Gazzani, presidente della Fondazione della Provincia di Macerata (azionista al 22,4% di Banca Marche) che gira armato con una Calibro 38 dopo aver ricevuto alcune telefonate anonime in seguito all’azione di sfiducia proposta contro l’ex management dell’istituto. Nei giorni scorsi, a margine del forum “The European House Ambrosetti”, Francesco Merloni, numero uno di Ariston Thermo – ex azionista eccellente della banca – si è detto disponibile a intervenire a sostegno della banca assieme ad una cordata di imprenditori locali tra cui c’è Diego Della Valle. Un intervento comunque subordinato alla conclusione della gestione provvisoria di Bankitalia, istituita lo scorso 27 agosto e della durata di due mesi, passo solitamente preliminare alla gestione commissariale. Servono in fretta 400 milioni di euro per evitarla, ma ovviamente nessuno metterà un centesimo prima della conclusione della due diligence di via Nazionale. La quale potrebbe innalzare ulteriormente le rettifiche sui crediti, attualmente a 1,5 miliardi di euro.

Gli ulteriori accantonamenti a fronte di nuove rettifiche sono uno degli elementi critici al centro dei rilievi di Bankitalia recapitati al consiglio d’amministrazione e alla Procura di Genova, a cui il management risponderà entro 30 giorni. Allo scorso giugno l’istituto controllato al 47% dalla Fondazione presieduta da Flavio Rapetto, patron del gruppo Elah-Doufour, presentava sofferenze a quota 2,15 miliardi di euro, in crescita a dir poco esponenziale (+44,2%) rispetto allo stesso periodo del 2012. A completare il difficile quadro impieghi in frenata del 5,7% anno su anno a 27 miliardi e raccolta diretta presso la clientela a 26,8 miliardi (-3,8% su giugno 2012). A fine mese si saprà anche l’esito dell’asta per la cessione delle attività assicurative – finora si è interessato il fondo Clessidra – e quello dei rilievi, sempre di Bankitalia, sulla cessione della Sgr. Si corre contro il tempo per ridurre il più possibile l’ammontare della ricapitalizzazione da 800 milioni. E, alla faccia della discontinuità chiesta dalla vigilanza, al vertice dell’istituto, al posto di Berneschi, Rapetto ha designato Cesare Castelbarco, vicino a Mediobanca e a Scelta Civica.

Tornando ai numeri: per 3,7 miliardi di nuovo equity, il complesso dei crediti non più recuperabili di Mps, Carige e Banca Marche è pari a 11,5 miliardi di euro. Esattamente il triplo.

Twitter: @antoniovanuzzo

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