Il bancario è precario: fine di un mestiere

L’Abi disdetta il contratto collettivo

Anche il bancario è precario. La disdetta unilaterale del contratto collettivo decisa oggi dall’Abi, l’associazione bancaria italiana, simbolicamente è la pietra tombale del sogno piccolo borghese del dopoguerra. Posto fisso, ferie pagate, soldi sicuri per comprarsi l’auto e la lavatrice. A detta delle sigle sindacali, la mossa dell’Abi (leggi la lettera di disdetta) rappresenta uno strumento di pressione nei confronti del Governo delle larghe intese per ottenere degli sgravi fiscali. In buona sostanza, una potenziale impasse che potrebbe mettere seriamente a rischio il consolidamento del sistema bancario italiano. Sul tavolo i dossier sono numerosi: c’è la trasformazione in Spa della Popolare di Milano, oggetto di un braccio di ferro serrato proprio tra i sindacati e il presidente Andrea Bonomi, che fa parte del comitato esecutivo dell’Abi; le trattative sugli ulteriori esuberi – dopo i 4.600 già concordati – chiesti da Bruxelles a Mps in cambio del disco verde al piano di risanamento per ripagare i Monti Bond; le duemila uscite del gruppo Ubi, il negoziato sugli sportelli di Unicredit. Tutti i piani industriali presentati tra il 2012 e il 2013 includono un nutrito numero di uscite, più o meno incentivate. 

La disdetta era nell’aria, era soltanto questione di tempo. È questa la sensazione di quanti hanno partecipato all’esecutivo Abi della scorsa settimana. Assise nel corso della quale si sarebbe dovuta adottare una delibera per ampliare il Fondo di solidarietà entro fine ottobre, secondo quanto previsto dalla legge Fornero. Invece, a detta di uno dei presenti, si è discusso della disdetta del contratto, resa nota ai rappresentanti dei lavoratori nell’incontro odierno. «La disdetta non è molto anticipata, si tratta solo di due mesi rispetto ai sacri riti. I sindacati fanno una valutazione politica» ha detto all’Adnkronos il vicepresidente dell’Abi, Francesco Micheli, aggiungendo: «Il costo del lavoro è uno dei problemi perchè è mediamente più alto rispetto al resto d’Europa».

La corsa alla compliance indotta dalle nuove regole di Basilea III, che in termini di assorbimento di capitale privilegiano il trading all’attività retail tradizionale, il costo del funding sui mercati e la penalizzazione causata dal rischio Paese che si riverbera sui libri zeppi di titoli di Stato, l’aumento dei crediti inesigibili, quadruplicati dal 2008 a oggi (le sofferenze hanno toccato i 137 miliardi, +22% anno su anno). Tutti elementi che influiscono pesantemente sulla redditività degli istituti di credito. Poi c’è l’evoluzione delle abitudini dei consumatori. Il web ha ridotto «del 50-60% le transazioni allo sportello», dice ancora Micheli. Presi ad esempio da Tremonti nei giorni del crollo di Lehman Brothers, di cui ricorre in questi giorni il quinto anniversario, per dimostrare la solidità del sistema finanziario nazionale: «Le banche italiane hanno gli sportelli, le altre i grattacieli».

Peccato che gli sportelli ora siano in vendita, o addirittura in smantellamento come nel caso di Intesa Sanpaolo. I dati interni dell’Abi (vedi tabella sopra) evidenziano come, se nel 1999 il numero di sportelli ogni 100mila abitanti era pari a 47, nel 2011 è salito a 55, in Europa è sceso da 48 a 41. Il tutto per un numero di transazioni diminuito da 13 a 8 milioni al mese dal 2008 al 2011. Per quanto riguarda la produttività (vedi tabella sotto), le elaborazioni dell’Abi sui dati di bilancio 2012 evidenziano, nel confronto con cinque Paesi (Francia, Spagna, Olanda, Germania), un valore aggiunto per sportello inferiore del 15% (1,5 su 2,8 milioni di euro), e del 22% per dipendente (111mila su 142mila euro). C’è da dire che il posto fisso appartiene già al passato: dal 2009 al 2012 (fonte Fabi) solo il 30% dei nuovi ingressi avviene con contratto a tempo indeterminato. Anche nel riparato mondo del credito si entra con formule a termine (29%), apprendistato (13%), somministrazione (11%), inserimento (9%) tirocinio (6%). Ciò nonostante, rispetto ai primi 20 gruppi europei, le spese per il personale in rapporto all’attivo hanno pesato nel 2012 sullo 0,93%, contro una media dello 0,67 per cento.

«Le banche si trovano a dover gestire gli addetti in eccedenza, con una vita lavorativa che si è nel frattempo allungata per effetto della riforma delle pensioni, e le cui competenze e professionalità non risultano più coerenti con l’attuale modo di fare banca», si legge nella lettera recapitata oggi dall’Abi ai sindacati. E dunque liberi tutti: «Ci si riferisce, in particolare, sia alla parte economica che a quella normativa del ccnl 29 febbraio 2012 (dirigenti) che scadrà il 30 giugno 2014 per il quale è previsto (art. 37) che la disdetta sia comunicata almeno sei mesi prima della richiamata a scadenza (e cioè entro il 31 dicembre 2013», recita ancora la missiva Abi. Non riguarderà quindi l’accordo siglato il 19 gennaio 2012, che ha coivolto 340mila bancari e prevedeva un aumento di 170 euro al mese in cambio dello stop per un anno e mezzo agli scatti di anzianità, a sportelli aperti fino alle 20 e al fondo per l’occupazione che, nelle premesse iniziali, avrebbe dovuto garantire l’assunzione di 6.500 giovani per cinque anni. Proprio l’oggetto della discussione dell’esecutivo Abi della scorsa settimana.

Al netto delle reazioni durissime dei sindacati – Massimo Masi (Uilca) ha parlato di «inadeguatezza ad affrontare i problemi attuali dell’intero management bancario italiano, che quindi dovrebbe, per coerenza, dimettersi in blocco dalle proprie aziende e, analogamente, dall’Esecutivo dell’Abi», Lando Sileoni (Fabi) «i banchieri sono dei perfetti Giani Bifronte», e Agostino Megale (Fisac – Cgil) «i banchieri diano l’esempio e si riducano gli stipendi» – sorge una domanda: si tratta dell’inizio di una stagione di contrattazione decentrata e flessibile modello Fiat anche per gli istituti di credito? Intanto pare che le sigle stiano organizzando uno sciopero previsto per fine ottobre. Il famoso autunno caldo. Allo sportello.

Twitter: @antoniovanuzzo

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