Il lavoro del futuro sarà condiviso fra uomini e robot

Uomini o macchine? / 2

L’economista di Harvard Lawrence Katz, pone una questione: le nuove tecnologie hanno creato disoccupazione a lungo termine? Per rispondere, non si può fare a meno di esaminare come le tecnologie più avanzate stanno cambiando il panorama industriale. Queste tecnologie si sono indubbiamente imposte in alcuni lavori, ma non è così semplice trovare testimonianza di sostituzioni di lavoratori con macchine su larga scala. C’è una ragione per questa difficoltà.

L’automazione viene spesso introdotta per migliorare l’efficienza del lavoratore e non per sostituirlo.

Incremento della produttività vuole dire che le aziende possono fare lo stesso lavoro con meno addetti, ma può anche significare che le aziende espandono la produzione senza diminuire il personale, riuscendo magari a penetrare in nuovi mercati.

Si prenda per esempio il robot Kiva, il fiore all’occhiello dei sistemi di automazione per l’e-commerce. Ideati e venduti da Kiva Systems, una start-up fondata nel 2002 e acquistata da Amazon per 775 milioni di dollari nel 2012, i robot si muovono agilmente nei grandi magazzini e consegnano direttamente i prodotti a chi deve confezionare la merce. Nello stabilimento che li ospita, la sede centrale di Kiva poco distante da Boston, flotte di robot si spostano senza un attimo di tregua. Alcune macchine appena assemblate vengono testate per verificare che tutto sia in ordine prima di spedirle ai clienti in tutto il mondo, mentre altre servono per le dimostrazioni, rispondendo immediatamente agli ordini elettronici. Un magazzino con robot Kiva può gestire una quantità di ordini quattro volte superiore a quella di un normale magazzino, in cui i dipendenti passano in media il 70 per cento del loro tempo a cercare le merci.

Malgrado il potenziale risparmio di forza lavoro garantito dai robot, Mick Mountz, fondatore e amministratore delegato di Kiva, dubita che queste macchine abbiano portato all’espulsione di lavoratori o che lo faranno in futuro. Buona parte dei clienti di Kiva sono commercianti al dettaglio on-line, alcuni dei quali in crescita così rapida da trovari sprovvisti di personale. Rendendo le operazioni di distribuzione più rapide e a buon mercato, la tecnologia robotica ha contribuito a tenere in vita molti di questi commercianti. Prima di fondare Kiva, Mountz aveva lavorato a Webvan, un’azienda per la vendita di prodotti alimentari on-line, che è stata una delle più innovative tra le dot-com degli anni 1990. Mountz dimostra dati alla mano che Webvan era destinata al fallimento, poiché un ordine da 100 dollari costava 120 dollari per la spedizione. Il punto di vista di Mountz è chiaro: qualcosa di così banale come il costo di movimentazione dei prodotti può determinare la morte precoce di una nuova azienda. L’automazione può risolvere il problema. Nel frattempo, Kiva sta assumendo. Molti di questi neoassunti sono esperti di software. I robot rappresentano la facciata spettacolare dell’azienda, ma le innovazioni meno conosciute sedimentano nei complessi algoritmi che guidano i movimenti dei robot e decidono i sistemi di stoccaggio dei prodotti. Questi algoritmi permettono una maggiore flessibilità: per esempio, quando un prodotto viene ordinato di rado, viene immagazzinato in aree remote.

Adam Senatori (© Instagram)

Se da una parte questi progressi mostrano il grado di sviluppo raggiunto dall’automazione, dall’altra indicano che l’uomo eccelle ancora in particolari compiti, per esempio nell’imballaggio di merci di diverso tipo. Le tecniche basate sulla potenza di calcolo hanno permesso di compiere grandi passi in avanti, aiutando i robot a riconoscere l’ambiente circostante, ma John Leonard, professore di ingegneria al MIT e membro del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory (CSAIL), sostiene che le difficoltà permangono: «Da una parte vedo dei progressi, dall’altra gli stessi annosi problemi». In altri termini, le persone sono molto più abili a fronteggiare i cambiamenti ambientali e a reagire a eventi inaspettati.

Per questa ragione, continua Leonard, è più semplice cercare nuove forme di collaborazione tra le macchine e l’uomo. «Le persone e i robot che lavorano insieme rappresentano una situazione molto più diffusa dei robot che prendono il posto di chi lavora», spiega Leonard. «Non credo che le macchine sostituiranno del tutto chi lavora. Non si può ancora fare a meno di chi guida». Un robot collaborativo, dotato di senso pratico a capace di adattarsi a ogni situazione è senza dubbio Baxter di Rethink. La creazione di Rodney Brooks richiede un breve training per svolgere compiti come la raccolta e lo spostamento di oggetti. L’idea, dice Brooks, è disporre di un robot che si occupa dei lavori ripetitivi che nessuno vuole fare. É difficile resistere a Baxter, anche perché sembra fatto apposta per piacere. Le “sopracciglia” sul suo display assumono una posa interrogativa quando è perplesso; le sue braccia si ritraggono se viene urtato. Alla domanda se questi robot industriali creino disoccupazione, Brooks risponde negativamente. A suo parere, i robot «aumentano la produttività, incrementano l’efficienza di chi lavora, senza intaccare l’occupazione».

Le macchine prodotte a Kiva e Rethink sono state ideate per collaborare con l’uomo, per risolvere i problemi che chi lavora, non può o non vuole affrontare. Il loro compito precipuo è incrementare la produttività dei lavoratori. In effetti, queste macchine sofisticate non sembra possano in breve tempo sostituire completamente l’uomo nei settori manifatturieri. Ma alcune professioni appaiono più vulnerabili, in quanto il matrimonio tra intelligenza artificiale e big data sta portando in dotazione alle macchine una capacità quasi umana di ragionamento e di problem solving. In un distinto quartiere periferico, a nord di New York City, IBM Research sta favorendo la diffusione dei computer superintelligenti in professioni come la medicina, la finanza, l’assistenza ai clienti. IBM ha prodotto Watson, un computer famoso per avere battuto, nel 2011, i concorrenti umani di Jeopardy!, un popolare show televisivo. Quella versione di Watson si trova ora nel centro di ricerca di Yorktown Heights, ma nel frattempo i ricercatori stanno sperimentando nuove generazioni di Watson in campo medico, per aiutare i medici a visitare e curare i pazienti.

IBM si riferisce a queste ricerche con la definizione di cognitive computing. In sostanza, Watson sfrutta tecniche di intelligenza artificiale, sistemi sofisticati di analisi e valutazione del linguaggio naturale oltre a una massa di dati provenienti da fonti specialistiche. Tuttavia, malgrado la indiscussa capacità di dare un senso a tutti i dati a disposizione, Watson ha una lunga strada da percorrere. Anche se “apprende” e valuta differenti possibilità, non possiede ancora la capacità di giudizio e l’intuito di un vero medico. IBM ha comunque annunciato che si limiterà al momento a offrire i servizi di Watson ai call center di assistenza ai clienti, un compito decisamente alla portata del computer. Diverse banche hanno già firmato degli accordi. Ovviamente, l’automazione non è nulla di nuovo nei call center, ma la comprensione del linguaggio naturale dimostrata da Watson e la sua facilità di “lettura” dei dati dimostrano la capacità del computer di rispondere in modo comprensibile a chi pone domande e richiede suggerimenti tecnici. É facilmente immaginabile che questo sistema informatico porterà all’espulsione di molti addetti del settore.

I perdenti digitali

L’idea che l’automazione e le tecnologie digitali siano in parte responsabili della disoccupazione attuale ha messo in allarme chi è preoccupato per il futuro del lavoro.

Secondo Brynjolfsson e McAfee, si tratta solo di una conseguenza di una tendenza molto più estesa. La rapida accelerazione del progresso tecnologico ha decisamente allargato la distanza tra vincenti e perdenti in campo economico, il cosiddetto divario retributivo che è sotto la lente di molti economisti da decenni. A loro parere, le tecnologie digitali tendono a favorire chi è più forte. Le nuove tecnologie «sono sempre più in grado di svolgere attività umane», sostiene McAfee, e molti lavori della classe media si ritrovano nell’occhio del ciclone. Anche settori qualificati come la formazione, la medicina e il diritto non sono immuni da questa tendenza. «Tutto quello che è in mezzo sembra scomparire. I due estremi si allontano sempre di più», continua McAfee.

  • Non tutti concordano con le conclusioni di Brynjolfsson e McAfee, in particolare quando sostengono che l’impatto dei recenti cambiamenti tecnologici potrebbe risultare diverso da quanto si è visto finora nella storia. Ma è difficile ignorare i loro avvertimenti quando sostengono che la tecnologia sta allargando il divario tra chi è in grado di utilizzarla e chi ne è a digiuno. In ogni caso, anche se l’economia sta attraversando una fase di transizione simile a quelle affrontate in passato, i lavoratori stanno pagando prezzi molti alti ed è necessario intervenire con prontezza.
     
  • Katz di Harvard ha mostrato che gli Stati Uniti hanno prosperato agli inizi del secolo XX soprattutto perché l’istruzione secondaria divenne accessibile a molte persone nel periodo in cui l’occupazione agricola stava entrando in crisi. Il risultato, almeno fino agli anni Ottanta, è stato un incremento di forza lavoro istruita nei settori industriali, con salari in rialzo e un corrispondente calo della diseguaglianza economica. Con questi dati Katz vuole indicare che dai cambiamenti tecnologici non necessariamente scaturiscono per chi lavora conseguenze dolorose.
     
  • Brynjolfsson non sostiene conclusivamente che il progresso economico e l’occupazione abbiano divaricato i loro percorsi. «Non so se ne usciremo indenni, ma spero di sì», anche se molto dipenderà dalla consapevolezza del problema e dalla capacità di investire più risorse nella formazione dei lavoratori e nell’istruzione. E conclude: «Il progresso tecnologico fa prosperare l’economia e crea ricchezza, ma non c’è garanzia che tutti godano dei benefici». In altre parole, dalla competizione con le macchine alcuni usciranno vincenti, ma i perdenti saranno molti di più.

(2-fine)

*Direttore dell’edizione americana di MIT Technology Review. L’articolo è stato pubblicato originariamente sull’edizione italiana della rivista del Mit Technology Review

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