Nella battaglia anti-tasse Pd e Pdl imparino da Grillo

Cittadini, non sudditi

Sono sentimenti difficili da quantificare ma facili da constatare quelli di scontento e disaffezione per lo Stato e le sue istituzioni politiche e amministrative. Una sfiducia e un’intolleranza che toccano in primo luogo l’amministrazione fiscale, fatta di metodi, espedienti, procedure e risultati nei confronti dei quali il contribuente percepisce di essere in una posizione di subalternità, incapace di difendersi con le stesse armi con cui il fisco lo aggredisce, e arreso all’eventualità di dover cedere qualcosa per chiudere controversie basate su presunzioni e inversioni dell’onere della prova che minacciano fin da subito il suo patrimonio, prima ancora che vengano verificate ipotesi di illecito o evasione. Più che cittadini, l’amministrazione fiscale ci fa sentire “sudditi”.

Di questi metodi fanno parte avvisi come le lettere inviate con ripetuta insistenza ai proprietari di un nuovo immobile per la dichiarazione di possesso dei televisori, nel presupposto che in casa non possa non essercene uno, o strumenti più invadenti come il nuovo redditometro, che presume di primo acchito che le spese siano sostenute con i redditi percepiti nell’anno in corso, o ancora strumenti cosiddetti “amici” del contribuente come il redditest o le lettere che velatamente informano che il fisco è al corrente dei nostri investimenti e un giorno potrebbe chiederci con quali soldi sono stati effettuati, per non parlare di interpretazioni capestri come l’abuso di diritto o dell’adozione ordinaria di norme retroattive, in palese contrasto con lo Statuto del contribuente (da ultimo, la norma sulle minori detrazioni delle polizze assicurative).

Questi metodi, talora definiti di polizia tributaria, sono tanto più odiosi ai contribuenti quanto più, dall’altra parte della barricata, non c’è altrettanta attenzione a giustificare spese finanziate attraverso un prelievo erariale il quale di anno in anno, nel complesso, si fa inevitabilmente più gravoso. Non è un’opinione liberista: è un sentimento, profondo, di disillusione e rabbia, ben radicato nella società italiana.

Proprio quando la crisi morde, e la regole cui dobbiamo sottostare per vivere e fare attività economica in Italia appaiono a qualsiasi osservatore in buona fede una concausa non secondaria del ristagno dell’economia italiana, dovrebbe essere evidente che l’argomento dell’amministrazione fiscale è un tema politico cruciale.

Tuttavia i nostri politici, distratti da priorità loro ma non degli italiani, non hanno ancora capito quanto serio questo argomento sia, non solo come cartuccia da campagna elettorale, ma dal punto di vista del rispetto dello Stato di diritto. L’unica voce che continua a farsi sentire, su questi temi, è quella di Beppe Grillo, che sembra aver inteso la questione in tutta la sua gravità tanto da ritornarvi costantemente (solo qualche giorno fa ha paragonato al lupo e all’agnello l’Agenzia delle entrate e i contribuenti). I suoi concorrenti politici sembrano non avere una simile sensibilità. E, quel che è peggio, sembrano considerare le tasse una specie di “dato” di cui lo Stato beneficia: non risorse sottratte agli italiani.

Lasciare al Movimento 5 stelle la battaglia fiscale è, per destra e sinistra, un errore potenzialmente drammatico sul piano politico. Finché la classe politica non comprenderà fino a che punto l’allarme lanciato da Grillo di una assenza di uguaglianza e reciprocità tra Stato e cittadino rispecchi il comune sentire, la forza delle istituzioni e simmetricamente il rispetto per esse in Italia resteranno una finzione utile soltanto a rasserenare il dibattito sulle pagine dei giornali. A uso e consumo dei pochi che li leggono, tipicamente alla ricerca del proprio nome.
 

*Articolo originariamente pubblicato su www.brunoleoni.it