Difesa a zonaSchlein e Conte si marcano stretti mentre preparano la resa dei conti alle primarie

La convivenza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle regge solo finché resta sospesa la scelta del candidato presidente del Consiglio

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Se Elly Schlein e Giuseppe Conte, da un po’ di tempo, li troviamo sempre insieme negli stessi posti, non è per concordia, ma per concorrenza: si marcano a vicenda. Non è la celebrazione dell’unità del cosiddetto campo largo, ma la rappresentazione plastica di una corsa parallela, in cui ciascuno tiene l’altro sotto osservazione. Una partita a scacchi. Se lei va a un appuntamento, c’è anche lui, e viceversa.

Lo si è visto in tante occasioni: per esempio lunedì al convegno dei cattolici inquieti, un ottimo bacino elettorale per entrambi, che infatti hanno giocato a chi è più sensibile a quelle istanze; poi a un dibattito sulla legge elettorale e ieri sera alla manifestazione a Napoli del partito unico Pd-M5s-Avs, con i riformisti sempre out: tanto prima o poi – pensano – verranno aggratis.

Al Nazareno e al quartiere generale dell’avvocato non si fa che chiedere: «Ma lui o lei ci va? E allora vengo anch’io». Oppure: «Che ha detto Conte? Che ha detto Schlein? E allora io mi differenzio». È una disfida permanente, minuto per minuto.

Non ingannino i bacetti, gli abbracci, i sorrisoni: i due non si odiano, ma neppure si amano. Ciascuno sa che l’altro o l’altra è un ostacolo serio per arrivare a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni permettendo. E dunque l’aria serena che la strana coppia vuole spargere cela un antagonismo fino all’ultimo colpo. Fino a che non resterà che uno, o una. La famosa sintesi cede il passo alla voglia di potere.

Non c’è niente che alluda a un’intesa tra i due: e perché poi Schlein dovrebbe cedere la premiership a Conte, lei che ha più voti? E perché Conte dovrebbe insignire Schlein se, come suggeriscono i sondaggi, lui è il più titolato a governare il Paese?

L’ipotesi che i due si facciano da parte per favorire una terza figura non c’è, perché una terza figura non esiste, almeno secondo loro. L’altra ipotesi che circola da tempo è che la leader del Pd potrebbe fare al capo del M5s una proposta che non può rifiutare: in cambio della premiership a lei, promettergli prima la presidenza del Senato e di lì il volo per il Quirinale. Ma è un’ipotesi debole.

Il marpione di Volturara Appula dovrebbe accettare una gallina domani invece di un uovo oggi. Peraltro, ben sapendo che anche nel caso di un Parlamento di centrosinistra difficilmente avrebbe i voti per il Colle: sai quanti franchi tiratori di centro e anche tra i dem sarebbero pronti a impallinarlo?

Non sembra esserci, dunque, altra strada che non sia il ricorso alle primarie, che è quello che vuole Schlein, convinta che i gazebo la incoroneranno un’altra volta. Ma forse non calcola che non basta vincere di un voto. Per lei, l’asticella è ben più alta: deve surclassare Conte, dato che il Pd ha molti più voti del Movimento. Altrimenti fa una brutta figura. Se poi perdesse, non potrebbe non dimettersi, lasciando, a pochi mesi dal voto, un Pd senza guida. Ma ci ha pensato alle conseguenze?

Per adesso, tuttavia, i due paiono andare d’amore e d’accordo. E più si rinviano le scelte, meglio è. Confidando che Meloni voglia, o sia costretta, ad andare fino alla fine della legislatura, Schlein e Conte immaginano i gazebo all’inizio dell’anno prossimo. La tregua conviene a entrambi, per rafforzarsi. Lei mobiliterà Cgil, pacifisti, sinistra sociale, mentre lui si appellerà a chi contesta tout court la politica, ma anche a gente che sta fuori dal campo largo, come l’area che va raccogliendosi al vecchio sodale Alessandro Di Battista, non a caso ieri accarezzato per bene («Lo stimo»), e anche ai borghesi che stimano più l’avvocato che l’eterna studentessa. Sarà uno scontro all’ultimo sangue. Il bon ton di oggi è moneta falsa, in attesa del massacro di quel Fort Apache chiamato primarie.

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