Quando sono le donne ad ammazzare gli uomini

Visconti sceneggiò il processo a Venezia

Quattro colpi, secchi. I gondolieri dello stazio di Santa Maria del Giglio, quello accanto all’hotel Gritti, alzano lo sguardo. Uno di loro corre trafelato al vicino commissariato di polizia e dà l’allarme. Il rumore dei colpi d’arma da fuoco proveniva da Ca’ Maurogònato, i poliziotti entrano nel palazzo nobiliare e trovano riverso sul pavimento l’anziano conte russo Pavel Kamarowski, secondo marito di Marija Nikolajevna Tarnowska, 31 anni, dai fatali occhi verdi. Kamarowski, prima di morire, mormora un nome: Naumov. Nikolaij Naumov, 23 anni, è un amante della contessa. La polizia sa chi è l’assassino, ma non sa dove trovarlo, a mettere gli agenti sulle sue tracce sarà un altro gondoliere. Naumov è disperato perché deve prendere un treno che parte di lì a poco e non riesce a far accelerare gondola fino a quando non sventola una banconota da cento lire sotto il naso di chi sta al remo. La cosa deve aver funzionato perché effettivamente il giovane russo riesce a prendere il treno in cui sarà poi arrestato, a Verona.

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La cameriera di casa Maurogònato racconta ai poliziotti che quella mattina, poco prima delle otto, aveva aperto la porta a un giovane che voleva parlare con Pavel Kamarowski. Gli aveva risposto che il conte stava ancora dormendo. Ma il ragazzo insiste: «Per favore ditegli che c’è un amico venuto dalla Russia per vederlo, è molto importante». Ma il conte, evidentemente svegliato dal trambusto, compare all’improvviso e va incontro all’amico a braccia aperte. Questi però estrae una pistola e gli spara al ventre. Kamarowski non muore subito, ha il tempo di domandare al suo assassimo perché l’abbia fatto. Naumov gli risponde: «L’ho fatto perché non vogli che sposi Maria Tarnowska».

A Vienna, intanto, viene bloccata proprio la Tarnowska, alla quale si accreditano una cinquantina di amanti e alcuni suicidi per amore. A Trieste, mentre sta per salire sul treno per la capitale austriaca, finisce in manette Demitin Prilukov, 45 anni, uno dei più noti avvocati di Mosca. Per la Tarnowska ha lasciato moglie, figli e carriera e si è ricoperto di debiti, spendendo le somme che i clienti gli avevano affidato da amministrare, pur di garantire alla bella contessa un tenore di vita a lei adeguato.
L’amante più anziano aveva convinto l’amante più giovane a far fuori il marito (decisivo un finto telegramma di insulti di Kamarowski alla moglie, scritto in realtà da Prilukov, che fa accecare d’ira Naumov). L’intreccio finisce in tribunale e del processo si interessa mezzo mondo: a Venezia arrivano inviati russi, tedeschi, francesi, americani. Tra il pubblico si notano i più conosciuti aristocratici veneziani nonché il duca degli Abruzzi e l’attrice Emma Gramatica; sui banchi degli avvocati siedono i più celebri principi del foro italiani: Francesco Carnelutti, Antonio Diena, Eugenio Florian, Luigi Cesare Luzzatti.

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Nella vicenda ci sono tutte le tre esse che, secondo tradizione, fanno vendere i giornali: sangue, sesso, soldi. E infatti la stampa ci si butta a pesce. Il Corriere della Sera pubblica, in tre puntate la vita della contessa Tarnowska. L’articolo del 26 febbraio 1910 comincia: «Tutti gli imputati hanno scritto, durante la detenzione preventiva, dei voluminosi memoriali, narrando le circostanze della loro vita ante acta o esponendo le loro difese. Prilukov – non per niente avvocato – ha scritto ben quattordici volumi. Oggi – in seguito alle pubblicazioni avvenute – i lettori sanno che, secondo l’accusa, la figura più notevole del processo è la contessa Maria Tarnowska, la quale, dopo una vita avventurosa, avrebbe trascinato tutti i suoi ultimi amanti alla morte e al delitto». Il primo marzo, alla vigilia del processo, un giornalista incontra la contessa nel carcere femminile della Giudecca, sotto il titolo è specificato che l’articolo è giunto al Corriere “per telefono”, pratica non tanto in uso, ai tempi.

Sotto il titoletto “la donna-serpente” è scritto: «Ho appena il tempo di salutarla che già ella siede nella piccola poltrona dinanzi al tavolo: prendo posto alla sua sinistra: La guardo con attenzione ed ella di accorge della curiosità che suscita in me. Alta, di persona slanciata, dal profilo aristocratico, coi capelli castani a riflessi biondo-scuri, accuratamente pettinata, conserva dopo oltre due anni di prigionia quella bellezza di cui tanto si parla nelle carte processuali. Il suo sguardo è insinuante, il suo occhio pare voler scrutare l’anima di chi parla con lei. Veste un elegante abito nero guarinito di merletti bianchi».

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L’articolo prosegue affermando che la donna non sta bene, soffre d’insonnia, e riferisce di una pratica che evidentemente doveva essere comune nelle carceri del tempo: «Proprio in questo momento esco dall’aver avuto una scossa elettrica», dice la Tarnowska. E se facevano l’elettoshock a una detenuta di riguardo, illustre, e sotto gli occhi del mondo, come la nobildonna russa, figuriamoci come andava per le signore e i signori nessuno che popolavano le carceri.

Il 4 marzo 1910 si apre il processo. Maria Tarnowska viene portata in tribunale a bordo di una gondola nera e non nella gondola verde abitualmente riservata alla traduzione dei detenuti. I due carabinieri che la scortano cambiano ogni giorno per impedire che la donna ammalii i giovani militari; durante una delle udienze il presidente della Corte, Angelo Fucinato, ordina ai carabinieri di sequestrare due biglietti che la contessa nasconde nella manica: sono due messaggi d’amore, di un avvocato e di un cancelliere, che si sono invaghiti di lei solo guardandola. 

Il 20 maggio, dopo quarantotto udienze, la sentenza: mite, grazie alle seminfermità mentali dispensate agli imputati. L’avvocato Prilukov è condannato a dieci anni; Nikolaij Naumov, carnefice e vittima, a tre anni e un mese, ma uscirà dal carcere dopo soli tre mesi; la condanna di Maria Tarnowska è otto anni e quattro mesi, ma sarà rilasciata dopo quattro anni scontati nel carcere femminile di Trani. 

Il suo rilascio non passa inosservato. Il New York Times del 12 settembre 1915 vi dedica addirittura una pagina, con il disegno del penitenziario di Trani e un altro che ritrae la nobidonna. «Graziata dopo anni in prigione, la famosa Circe moderna rivela lo spaventoso intreccio criminale in cui è stata coinvolta», scrive il quotidiano americano che continua: «La donna che ha provocato la morte del conte Kamarowski a Venezia nel 1907, che ha trasformato in omicida il dottor Nikolaij Naumov, figlio del governatore di Orel, che ha portato il signor Prilukov, uno stimato avvocato di Mosca, nella cella dei condannati, è stata graziata e rilasciata. Il caso di questa criminale fuori dal comune, nelle cui vene si dice scorra il sangue dei Borgia, le cui imprese ha imitato, è stata oggetto di stretta osservazione da parte di vari psichiatri e ginecologi. La loro conclusione indica che questa moderna Circe, che ha provocato disastri ovunque sia stata, non era crudele per natura, ma vittima del suo stesso organismo malato».

Maria Tarnowska emigrerà in Argentina dove morirà, poverissima, nel 1949, a 72 anni. L’eco del delitto Kamarowski si riverbererà nei decenni: la scrittrice Annie Vivanti nel 1912 ne trae un romanzo, Circe, mentre il regista Luchino Visconti voleva farci un film, nel 1946 ne scrive anche il copione, ma il progetto non si realizzerà mai. Invece la Rai manderà in onda, nel 1977, lo sceneggiato Processo a Maria Tarnowska, con Rada Rassimov e Umberto Orsini.

Twitter: @marzomagno

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