Italia 1963-2013: mezzo secolo di passi indietro

Il racconto del cinema

È una settimana di coincidenze, di anniversari, di nostalgie mezzo-secolari da grande schermo. Sì perché a guardar bene tutto ci riporta al 1963, l’anno più luminoso della nostra storia del cinema.Nel 1963 eravamo i migliori del mondo. Senza dubbio. Non c’era partita su nessun fronte. Qualità, incassi, successo internazionale, riconoscimenti. In quell’anno due dei nostri maggiori registi, Federico Fellini e Luchino Visconti, trionfavano ciascuno con il rispettivo capolavoro, ovvero col film che più intimamente, più pienamente li rappresenta: Fellini con 8 ½, Visconti con Il Gattopardo. Di Fellini si ricordano i vent’anni dalla morte, avvenuta il 31 ottobre 1993, spesso con morboso gusto archeologico, tutti alla ricerca del film non fatto, dell’aborto della maturità, dell’ultimo sogno bruciato. Molto più intensa e dolce la memoria è a ricordare le sue realizzazioni, magari proprio a partire da 8 ½, forse l’episodio più alto della sua altissima cinematografia, storia di un regista in pieno travaglio artistico-esistenziale. Film copiatissimo, citatissimo, ammiratissimo. Una pietra miliare della settima arte.

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Visconti negli stessi mesi, usando la medesima divinità siculo-tunisina che risponde al nome di Claudia Cardinale, girava invece Il Gattopardo, il film più sontuoso del più sontuoso fra i nostri autori, in questi giorni tornato in sala in tutto il suo splendore fotografico recuperato da un magnifico restauro. Un film immenso, che usciva quasi in coincidenza con il primo secolo dell’Italia unita, infedelmente fedele all’omonimo romanzo postumo di Tomasi di Lampedusa, politico e nostalgico allo stesso tempo, magniloquente, operistico, forse perfino eccessivamente bello e curato (nei titoli di coda si legge perfino di un “consulente uniformologico”, scritto proprio così), e che si concede perfino il lusso di contenere particolari che visti oggi suonano come piccole stecche da gran tenore: Mario Girotti-Terence Hill con capelli biondo-accecanti e voce da omosessuale decadente più che da garibaldino lombardo, la Cardinale (tutt’altro che Angelica, suo nome mentitore) che ha risata grassa e labbra morsicate e sguardi lascivi più da ninfomane che da fanciulla in fiore dei ceti emergenti, una Rina Morelli nell’interpretazione più polverosa che si ricordi… Enorme Burt Lancaster, cowboy principesco.

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La presenza di due film così potenti tuttavia non esaurisce il discorso su cosa fu quel formidabile, irripetibile 1963. Fellini ebbe l’Oscar al miglior film straniero, e Piero Gherardi sempre per 8 ½ si aggiudicò la statuetta d’oro per i costumi. Visconti a Cannes prese la Palma d’Oro. Ma poi a Venezia qualche mese dopo Francesco Rosi vinse il Leone d’Oro per Le mani sulla città, capolavoro ancora oggi di grande potenza narrativa e profondità politica. Come se non bastasse Gian Luigi Polidoro a Berlino guadagnò l’Orso d’Oro per Il Diavolo, che al suo protagonista Alberto Sordi fece conquistare a Los Angeles il Golden Globe. Per chiudere, a Locarno una giovane Lina Wertmüller venne premiata per I basilischi, sua opera prima e migliore.
Mai nessuna cinematografia ha dominato un intero anno (ma potremmo tranquillamente allargarci al decennio) con questo strapotere di qualità in quantità. Roma era la capitale del cinema mondiale dopo Hollywood, anzi la “Hollywood sul Tevere”, ma il nostro cinema con i campioni del ’63 si dimostrò tutt’altro che romanocentrico, anzi visse di dislocazioni piuttosto curiose: “Il Gattopardo” era d’ambientazione tutta siciliana, Le mani sulla città tutta napoletana, I basilischi si svolgeva nelle murge appulo-lucane, 8 ½ tra Montecatini e un’onirica Romagna dell’infanzia, Il Diavolo addirittura in Svezia…

Quanto il cinema pesasse anche come settore economico-industriale, lo dimostra qualche altro numero: del fisco. Tra i maggiori 20 contribuenti di Roma in quell’anno, tra palazzinari misti e possidenti di nobile conio, ben 5 erano protagonisti della settima arte: Dino De Laurentiis, Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Goffredo Lombardo e Carlo Ponti.

E oggi? Cifre aggiornate sulle liste non ce ne sono, questione di Privacy e Agenzia delle Entrate; per l’ultima classifica si deve risalire al 2008 quando Vincenzo Visco, uscendo dal governo dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, mise on-line tutte le dichiarazioni dei redditi degli italiani. Ebbene, su Roma (traiamo i dati da Italia Oggi del 3 maggio 2008), occorre allargarsi dai primi a 20 ai primi 40 per vedere qualche uomo del cinema: Pieraccioni al 35° posto, Benigni al 39° (Vittorio Cecchi Gori è il numero 41).

Nel frattempo, qualcosa è cambiato (Cecchi Gori, per dire, è fallito), ma la fotografia dovrebbe essere rimasta la stessa almeno sui profili generali: sempre meno cinema, molto più calcio (andavano fortissimo nella Top 20 capitolina di quel 2008 Francesco Totti, Vincenzo Montella, Roberto Mancini, perfino i sorprendenti, legnosissimi Giuseppe Pancaro e Jonathan Zebina…). Quanto ai film più riusciti di questo 2013, siamo stati salvati da Sacro Gra di Gianfranco Rosi che ha riportato il Leone d’Oro in Italia, Viva la libertà di Roberto Andò, Salvo di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia. E poco altro. Com’è lontano il ’63. La grande tristezza.

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