La scomparsa dei sindaci repubblicani d’America

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L’immagine del partito repubblicano è in pessime condizioni: i sondaggi mostrano un’ampia impopolarità nel pubblico, che è solo aumentata con lo shutdown del governo e mostrano la preoccupazione che i parlamentari siano troppo duri dal punto di vista ideologico per governare.

Per i politici del Gop (Grand Old Party, altro modo per indicare i repubblicani) nelle grandi città americane questo fosco stato delle cose può essere chiamato: “il solito”. A Washington non si fa caso, ma i politici repubbublicani cittadini si sono dimostrati, almeno negli ultimi anni, come forse la specie politica più a rischio estinzione. Il partito non è riuscito a stare all’altezza negli incarichi di sindaci ad alto livello o, peggio ancora, è stato respinto dagli elettori. È una sconfitta significativa, che in tanti vedono come un segno premonitore e negativo, in un paese che diventa sempre più urbano e diversificato.

Gli esempi più chiari vengono da New York e Los Angeles. Nella prima, il liberal democratico Bill de Blasio è in vantaggio di 40 punti sul repubblicano Joe Lhota, ex consigliere di Rudy Giuliani. Nella seconda il solitario candidato del Grand old party ha preso solo il 16 percento in un confronto a primarie aperte e non è riuscito a qualiicarsi per le elezioni generali.

Ma la sparizione dei repubblicani dalle grandi città è una disfatta, appunto, che va ben oltre questi due esempi: nel 2000 i sindaci repubblicani erano a capo di almeno metà delle 12 più grandi città degli Usa (per popolazione). Alcuni dei leader più importanti sono usciti da municipi cittadini, compreso lo stesso Giuliani, o Richard Riordan da Los Angeles e Stephen Goldsmith da Indianapolis, specialista della politica e consiegliere di Bush.

Oggi, a scorrere la lista, devi scendere ben sotto Indianapolis (la 13esima città più grande degli Usa) per trovare solo un sindaco repubblicano. Perfino città che, storicamente, hanno sempre preferito sindaci di centrodestra, come Jacksonville e Phoenix, si sono allontanate dal partito (il sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg ha assunto la linea di voto dei repubblicani per le sue campagne, ma si definisce un indipendente e ha pure sostenuto Barack Obama)

I leader di entrambi i partiti spiegano il declino dei repubblicani a una serie di motivi disparati: il crollo del tasso del crimine ha reso gli elettori indifferenti alle politiche ordine -e-legge; la crescente volontà dei democratici di fronteggiare le unioni sindacali dei lavoratori; e un marchio nazionale dei repubblicani sempre più radioattivo, cosa che di solito è letale nei confronti di molti elettori non bianchi.

Per i pochi repubblicani che ancora sono al comando di grandi città americane, il problema più frustrante tra tutti sembra essere la mancanza di rimedi per l’esclusione del Gop dai municipi cittadini. «Il partito repubblicano utilizza i sindaci come portavoce ed esempi di successo. Il partito sembra che non voglia che anche i sindaci facciano parte della sua storia», ha detto, nella convention di Tampa del 2012 Mick Cornett, sindaco di Oklahoma City, il solo a capo di una città di discreta grandezza.

In un contrasto forse troppo marcato, il primo cittadino di San Antonio, Julian Castro, è stato il punto focale della convention del 2012 dei democratici. A Charlotte, dove si è tenuta la conferenza, c’è stata, dopo di lui, una lunga lista di suoi colleghi sindaci e amministratori che ha parlato. Secondo Cornett la tipica prospettiva di un sindaco, anche per un repubblicano, è semplicemente più tecnica, più concentrata sui servizi pubblici e sullo sviluppo dell’economia rispetto al messaggio che, attualmente, deriva dal partito nazionale.

«Quando il partito repubblicano comincia a parlare su livelli nazionali, non parla da una prospettiva centrista», disse Cornett. «Non ci sono sindaci che vincono che vengono dalla destra estrema», conclude […]  

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