Le “lacrime” di Denis Verdini e i sorrisi delle colombe

Il trionfo post-democristiano

Nessuno – tranne l’interessato e i pochi eletti che gli erano vicini – potrà davvero essere certo se Denis Verdini nel giorno più duro della sua vita abbia davvero pianto o no. Se abbia davvero pronunciato la frase da assedio finale al bunker che ieri era su tutte le bocche a Palazzo Madama: “Andiamo in pezzi, ragazzi…”. L’ultimo aggiornamento nel quartier generale prima di gettare la spugna. Verdini era quello che la mattina del voto, dopo non aver mai sbagliato per anni, aveva assicurato a Berlusconi che i “dissidenti” erano quattordici. Andare in pezzi voleva dire che la muraglia vacillava, che l’offensiva finale del Cavaliere per far cadere il governo era fallita. 

Certo è che questa immagine ieri si accostava con uno stridente contrasto ai sorrisi delle colombe, colombe che ormai sono diventate colombe mannare, e che ieri erano visibilmente elettrizzate dalla loro impresa: sorrideva Roberto Formigoni, tornato protagonista, sorrideva Carlo Giovanardi, sorridevano tra di loro (ed è l’altra immagine–simbolo della giornata) Enrico Letta ed Angelino Alfano. «È un grande!», arrivava a sillabare Letta nel momento del voto commentando la mossa del leader azzurro dai banchi del governo.

È come se ieri le colombe ed i falchi si fossero scambiati i panni: è ormai incrinata la durezza granitica dei falchi, si è fatta impietosa ed incontenibile la gioia tirannicida delle colombe. È diventato meno falco, addirittura ammutolito, persino Matteo Renzi, che era il più arrembante a sinistra, e adesso ha davanti agli occhi lo spettro di trovarsi davanti Letta sulla strada di palazzo Chigi fino al 2014: aveva deciso con molta sofferenza di prendere un partito che non voleva per prendersi il governo, e adesso si ritrova impegnato in una battaglia per il primo senza avere certezza del secondo.

Ma è soprattutto a destra che è in atto uno scambio di ruoli. Una mutazione che rende plasticamente visibile – da ieri – la lotta per la successione dentro il cuore del centro di comando del berlusconismo. C’è in atto una battaglia per fare si che nel grande freezer delle larghe intese il berlusconismo sopravviva congelato a Berlusconi mettendo al centro della scena i suoi uomini–chiave di ieri. Faceva una certa impressione sentire ieri Formigoni gridare a Renato Schifani: “Adesso vogliamo la democrazia interna!” (fino a ieri in che partito stava?). Faceva impressione sentire Giovanardi dire a Maurizio Gasparri: “Io non voglio più starci in un partito in cui ci sono gli amici degli omosessuali, come Galán e gli amici della droga come Capezzone!”. (Frase che suscita impensabili simpatie per entrambi).

Sembra insomma che nel momento della battaglia politica i vincitori di oggi si approprino della crudezza dei vincitori di ieri. La “maggioranza più coesa” di cui parla Enrico Letta quando spiega su cosa si appoggerà il suo governo (traducendo in italiano è la maggioranza senza i falchi di Forza Italia) è una maggioranza che anche senza Berlusconi diventa più berlusconiana perché seleziona alcune delle battaglie e degli uomini più estremi che hanno trovato ospitalità dentro il berlusconismo. E mette in ombra alcune delle sfumature di dialettica che dentro la corte di Berlusconi, sia pure in modo contraddittorio, sopravvivevano in modo sincretico.

Fa impressione che le larghe intese poggino su una maggioranza più coesa in cui dietro i sorrisi delle colombe si celano mascelle serrate. Molti pensavano che dopo la caduta del Cavaliere il parlamento sarebbe andato più a sinistra, scongelando i voti bloccato di Beppe Grillo, o dei suoi dissidenti. È accaduto esattamente il contrario: le ristrette intese hanno chiuso per sempre la possibilità di quello che era stato definito “il governo del cambiamento”. Il sorriso delle colombe mannare oggi dice anche che restringendosi la maggioranza di rafforza, e si stringe intorno al nucleo d’acciaio post–democristiano, intorno a qualche ex cappellano militare del centrodestra. Non avrei mai pensato che i sorrisi delle colombe mi avrebbero ispirato più inquietudine delle le lacrime di Verdini. 

Twitter: @LucaTelese

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