Le riforme in Italia? Come Gravity, perse nello spazio

Le somiglianze con il film di Cuaròn

Chi non ha ancora visto “Gravity” farebbe bene a vederlo, soprattutto dopo questo consiglio dei ministri dei tagli & delle tasse. Farebbe bene a vederlo, dopo questo cdm in qualche modo storico, anche se apparentemente non esiste nessuna relazione, perché il film di Alfonso Cuaròn, già acclamato a Venezia, è di sicuro un film di azione, molto probabilmente è un film che ha ambizioni filosofiche, incredibilmente (e senza intenzione) è anche un film sulla crisi, e in particolare sulla nostra crisi. L’idea centrale, elementare, (e quindi brillante) di Gravity è quella della perdita della forza di gravità come la perdita di ogni di riferimento. È l’idea dello spazio e del cosmo come il luogo in cui si può verificare un duplice e opposto esito assoluto: da un lato il ritorno al ventre materno delle astronavi, ma dall’altro anche il luogo dello smarrimento totale di qualsiasi possibile ancoraggio alla realtà.

Per quelle strane associazioni che solo il buon cinema può indurre, quando ho iniziato a leggere le bozze della seconda manovra di aggiustamento (sia pure nascosta sotto la bellissima mascheratura onomastica di “legge di stabilità”) mi è venuta in mente una delle scene più belle del cinema di questi anni, quella in cui Sandra Bullock nei primi minuti del film di Cuaròn viene disancorata dal cordone di sicurezza che la lega al satellite che sta riparando nello spazio, e si ritrova a precipitare nel vuoto girando vorticosamente su se stessa. La cosa fantastica della regia di Cuaròn è la capacità di infilare lo spettatore, in un unico piano sequenza, dentro il terremoto del cambio di prospettiva in modo credibile e repentino. Gravity ti mette dentro il primo piano della astronauta, in un gioco di rotazione per cui l’immagine della terra la sovrasta dilatata, come se fosse un bellissimo cielo, e dove ogni dimensione prospettica di riferimento sembrano saltare. Cuaròn ti infila dentro la soggettiva del battito cardiaco che accelera, del respiro che si fa in un attimo ritmato e affannoso, della percentuale di ossigeno che si assottiglia sempre di più, e sempre più velocemente: basta un primo piano e il mondo che gira intorno all’uomo per raccontare tutto questo. Il sogno di onnipotenza di Tolomeo diventa un incubo.

È uno dei più bei racconti cinematografici del panico che io ricordi: ma tra ieri e oggi, quando ho letto la seconda bozza della manovra, ho pensato che solo quella vorticosa precipitazione può rendere in una sola scena il dramma che stiamo vivendo oggi. È vero che i processi economici maturano lentamente e precipitano turbinosamente, ma se si può rendere con una immagine il terrificante declassamento dell’Italia, Gravity è una splendida metafora. Telecom è passata in due settimane da azienda baluardo del sistema paese ad azienda scalata e abbandonata. È vero, tutto questo accade alla fine di un lungo processo, così come Sandra Bullock viene disarcionata da una scia di detriti che sono il prodotto di una esplosione lontana di cui abbiamo avuto notizia all’inizio del racconto, quando tutto era tranquillo. Ma poco importa, l’effetto è lo stesso. Così come il crollo di Alitalia era lungamente atteso e previsto, dai più lungimiranti, addirittura quando per cantare “i coraggiosi” squillavano tutte le fanfare: solo quando arriva lo schianto, infatti, tutto diventa improvvisamente reale.

L’effetto più lampante dell’azzeramento di qualsiasi riferimento è la tragicomica epopea dell’Imu. Un tempo era l’Ici, poi frettolosamente cancellata, subito dopo reintrodotta con aggravio, con tanto di cambio di nome, quindi oggetto di una meravigliosa crociata unanimistica in cui la politica italiana era divisa solo tra chi la voleva abolire del tutto e chi la voleva abolire solo in parte. Adesso l’Imu-Ici viene sostituita, e quindi ribattezzata, addirittura con la sontuosa apparizione di una trinità fiscale: Tari e Tasi, che insieme fanno Trise. Trise sembra una deminutio di Triste, un refuso malinconico, o persino offensivo, e Tasi – subito presa di mira dalla satira istantanea di Twitter – è l’imperativo del verbo tacere nella lingua veneta: Paga e tasi! Una tassa linguisticamente violenta che pare fatta apposta per diventare uno slogan della Lega.

Marx diceva che la storia si ripete due volte, la prima in forma di dramma, la seconda in forma di farsa. In questa breve storia dell’accanimento tributario emergenziale la regola è che anche le tasse si ripetono due volte. La prima volta in forma di sperimentazione, la seconda in forma di imposizione. Scopriamo dunque che nella cortina fumogena delle variabili si nasconde il dettaglio decisivo, e che nel gioco delle presunte opzioni di oggi si cela il futuro il vincolo di domani. Ovvero: se io istituisco la Tasi (o la Trise) sui capannoni e sugli immobili industriali al 7.5%, e poi dico ai comuni che quel 7.5% deve andare allo Stato, ma anche che loro hanno facoltà di aumentare fino al 10% (e che l’aliquota in eccesso viene incassata dai Comuni) non sto di fatto spingendoli ad aumentare fino al 10%? Se io istituisco la Tasi e concedo la possibilità ai Comuni di elevarla ad un tetto massimo che va dall’uno per mille al 7.5 per mille (l’Imu era al 4.5 per mille) non sto di fatto spostando la frontiera della sostenibilità verso dei valori da cui non si tornerà più indietro? Se io da dieci anni parlo di revisione degli estimi catastali e non li realizzo, e offro una scorciatoia per fare cassa comunque, non sto sabotando quella riforma? Dopo l’enorme dibattito su aumentare l’Iva sì o no, l’Iva è stata aumentata, e quell’aumento oggi è accettato da tutti come irreversibile e senza ritorno: non se ne parla proprio più. Siamo disancorati da qualsiasi parametro, siamo persi in un vortice.

Se io introduco un aumento dell’Iva postdatato che al momento in cui voto la legge non mi posso permettere sul piano del consenso, ma poi lo subordino ad una “clausola di salvaguardia” in virtù del quale (a meno di un taglio che non farò) l’aumento scatterà in automatico, non sto di fatto già introducendo un aumento postdatato? La perdita di Gravità (nel senso del vincolo fisico) e l’aumento di Gravità (nel senso della sostenibilità emotiva di una manovra) non vanno di pari passo per noi, come per i cosmonauti che improvvisamente capiscono di essere alla deriva e sanno che non serve a nulla opporsi? La crisi azzera ogni sicurezza, ma anche e soprattutto l’idea che sia utile reagire. La crisi rende possibile quello che fino a ieri non era possibile. Accettabile quello che fino a ieri era improponibile.

La crisi passa come una livella sui nostri fragili conti e produce il doppio errore del taglio orizzontale. Così in questa legge di stabilità si passa dalla difesa corporativa delle pensioni direttamente all’eccesso del blocco indistinto delle rivalutazioni, in cui a pagare sono sia quelli che hanno versato i contributi, sia quelli che non lo hanno fatto. E allo stesso tempo si passa dall’annuncio enfatico della risoluzione del problema dei precari nella pubblica amministrazione per “stabilizzazione” dei precari (lo comunicava un entusiastico Enrico Letta, meno di due mesi fa!) al blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. La clausola di gradualità dei blocco, in questo caso, immagina un percorso di graduale sblocco, che invece può essere (e quindi inevitabilmente sarà) congelato. Infatti un’altra legge della deriva italiana è che quando una clausola di salvaguardia è migliorativa viene congelata, e che quando invece è peggiorativa viene estesa.

Allo stesso tempo l’aumento di capitale dell’Alitalia sarebbe utilissimo se avesse una dimensione importante, e se corrispondesse ad un ripensamento di modello vincente, ad un grande piano: sembra invece una iniezione di capitali drammaticamente precaria, se consente di riempire i serbatoi degli aerei, per scongiurare per qualche mese la svendita ad Airfrance, e poi si vedrà. Anche qui mi viene in mente una scena meravigliosa di Gravity: quella in cui la Bullock, alla deriva e senza propulsivo nella tuta, riesce a muoversi nel nulla fino ad una stazione spaziale cinese aiutandosi con il residuo di gas contenuto da un idrante.

Siamo in una terra emergenziale, sconosciuta: siamo in un nuovo universo parallelo in cui i politici che fino a ieri parlavano contro le tasse che non potevamo permetterci di cancellare, adesso si serrano altrettanto unanimemente intorno a nuove tasse di cui non conoscono ancora né il nome e né l’effetto, ma che non possono più fare a meno di votare. Siamo un paese che non riesce a ripensare se stesso, che non accetta il suo declassamento, che vive il conflitto tra quello che vorrebbe essere, e quello che non è più. Sarebbe bello potersi raccontare che siamo stati colpiti da una pioggia di detriti siderali, come succede a George Clooney e Sandra Bullock, e solo per questo siamo in emergenza.

Ma non è così, non è solo colpa della crisi. Siamo travolti da questa tempesta semplicemente perché non abbiamo una classe dirigente in grado di fare programmi che non abbiano il respiro dell’emergenza: un discorso realistico, e non elettoralistico, sullo stato della nazione. È Gravity. Anzi, è grave. 

Twitter: @lucatelese

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