Letta fa il polo dei trasporti con i soldi delle Poste

Il passaggio di Ansaldo Energia alla Cdp

I francesi comprano le nostre aziende, noi copiamo i loro campioni nazionali. Si può leggere così l’aquisizione dell’85% di Ansaldo Energia da parte della Cassa depositi e prestiti, anticipata dai sindacati nel pomeriggio del 4 ottobre. Il Fondo strategico, controllato da Cdp, ha sborsato 657 milioni, ma aprirà il portafoglio nuovamente nel 2017 per il rimanente 15% per 116,5 milioni. Infine, altri 130 milioni saranno legati al raggiungimento di determinati target di redditività tra il 2014 e il 2016. Il closing dell’accordo è previsto per fine anno. Ansaldo, dunque, passa da una mano (Finmeccanica) all’altra (Cdp) dello Stato, che ha siglato un memorandum non vincolante per trovare partner industriali. La sostanza non cambia: rimane pubblica.

Lo aveva annunciato Enrico Letta a Che tempo che fa domenica 29 settembre, giorno delle dimissioni dei ministri Pdl: «Stiamo lavorando a costruire il polo italiano dei trasporti» riunendo tramite il Fondo strategico italiano le tre Ansaldo controllate da Finmeccanica: Energia, Sts e Breda. Mossa utile a liberare risorse per consentire a Finmeccanica di concentrarsi su due direttrici: difesa e aerospazio e a costruire un campione nazionale con le dimensioni per competere alla pari con gli altri competitor.

Il progetto messo in campo da Letta, infatti, trae spunto da una società ben precisa: Alstom. Il gigante transalpino che ha fornito i treni alla Nuovo trasporto viaggiatori (Ntv) di Della Valle e Montezemolo. Sebbene Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie, dal Forum Ambrosetti di Cernobbio l’abbia bollata come «inverosimile», l’ipotesi di un ruolo concreto di Fs accanto alla Cdp risponde esattamente al modello Alstom. Che si compone di tre divisioni – Power (energia), Transport (segnaletica e treni) e Grid (produzione e gestione elettrica) – e opera in 20 Paesi. Stando ai conti relativi all’anno fiscale 2012/2013 (da marzo a marzo, ndr), all’utile operativo di 1,4 miliardi (+10% sul 2012) hanno contribuito in egual misura la divisione Grid (238 milioni) e Trasport (297 milioni), mentre un miliardo deriva dalla divisione Power.

Passata sotto il controllo di Finmeccanica tra il ’98 e il 2000 nell’ambito della difficile privatizzazione di piazza Monte Grappa, che gravitava nell’orbita dell’Iri, il destino della genovese Ansaldo Energia era la quotazione in Piazza Affari, alla stregua dell’omonima Sts. In quest’ottica, nel 2011, l’allora numero uno Pierfrancesco Guarguaglini aveva convinto gli americani del fondo First Reserve ad entrare al 45%, in un accordo che aveva valorizzato la società 1,23 milioni di euro , con un alleggerimento del debito di Finmeccanica di 330 milioni di euro e un capital gain di 450 milioni.

Un accordo concluso appena prima dello scoppio del bubbone fondi neri e l’avvicendamento al vertice con Giuseppe Orsi, finito agli arresti a febbraio con l’accusa di corruzione internazionale per una presunta tangente da 51 milioni di euro pagata al governo indiano per la fornitura di 12 elicotteri AgustaWestland. Vicenda sulla quale la società varesina ha chiesto ieri al governo del Paese un arbitrato internazionale. Proprio Orsi, per alleggerire ulteriormente il macigno del debito, 3,37 miliardi di euro a fine 2012, aveva messo Ansaldo Energia in cima alla lista delle dismissioni. L’accordo con Siemens era sul tavolo, ma non piaceva a politica e sindacati. Cambia l’amministratore delegato, Alessandro Pansa, ma non la sostanza: si affacciano i coreani di Doosan, che valutano l’intera società tra gli 1,3 e gli 1,4 miliardi.

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In un video di Ansaldo Energia, la descrizione dell’azienda

La strategia di Doosan era chiara: Ansaldo è l’unico produttore di turbine a gas attaccabile, a meno di non volersi confrontare con colossi come General Electric, Siemens e Mitsubishi. La fretta, tuttavia, è cattiva consigliera: fonti vicine alla trattativa raccontano di una due diligence piuttosto superficiale, oltre a garanzie aleatorie sul mantenimento in Italia delle attività. Da qui la battaglia dei sindacati, da sempre contrari alla vendita, per tutelare i 3.500 dipendenti. Complice, il 19 settembre, il declassamento del rating di Finmecanica a Ba1 da parte di Moody’s, gradino appena sopra il livello “junk“, l’accelerazione delle trattative che per la prima volta finiscono sul tavolo del board del 25 settembre. Ai coreani sarebbe andato il 45% in mano a First Reserve, mentre la Cdp sarebbe entrata al 55 per cento.

Fortunatamente non è andata così. La soluzione Cdp serve infatti a prendere tempo, dai 5 ai 7 anni, per mettere in piedi un piano di sviluppo che preveda l’ingresso di partner industriali in grado di innescare un percorso virtuoso simile a General Electric con il Nuovo Pignone di Firenze. Il percorso di integrazione non è facile: lo stato di salute finanziaria delle tre Ansaldo è tutt’altro che omogeneo. Al 30 giugno scorso Energia presentava ricavi a 284 milioni (-7% su giugno 2012), ordini in calo drammatico a 190 milioni (-57%) ma margini in salita a 22 milioni (+10%). Gli ordini di Sts sono anch’essi calati a 390 milioni (-51%), ma ricavi e margini sono cresciuti rispettivamente a 583 milioni (+3%) e 53 milioni (+4%). Breda è quella messa peggio: ordini a 43 milioni (-68%), ricavi a 264 (-26%) e margine negativo per 68 milioni (-94%). Il rischio, notano fonti interne alla società genovese, è di scaricare i debiti delle Ansaldo sane in quelle malate. In questo senso Giovanni Contento, rappresentante sindacale della Uilm, chiede di evitare spacchettamenti: serve «un programma di sviluppo industriale che coinvolga anche Fs».

C’è poi un altro rischio. Come ha ribadito più volte il presidente Franco Bassanini a proposito di Telecom, l’ente di via Goito non ha un mandato per intervenire direttamente nel salvataggio di gruppi in crisi serve un mandato esplicito da parte del Governo. A differenza dell’ex monopolista, Ansaldo Energia è un’azienda in salute. Tuttavia, l’obiettivo della Cdp è tutelare l’ultima riserva di liquidità rimasta in Italia: il risparmio postale, pari a 233 miliardi nel 2012 (+7% sul 2011). Al netto dei paragoni con l’Iri – la Cassa è controllata all’80% dal Tesoro e al 20% dalle Fondazioni bancarie, ed è il principale azionista di Eni, Terna, Snam, Sace, Simest e Fintecna (e ha una quota in Generali) – non è detto che impiegare le risorse dei libretti postali in Ansaldo, piuttosto che in Btp, sia ugualmente produttivo. Nonostante l’idea di copiare Alstom abbia indubbiamente senso industriale.

Twitter: @antoniovanuzzo