
Un anno fa Markus, il fotografo di questo reportage, aveva già provato a entrare nell’Ortomercato più grande d’Italia per fare delle foto durante l’apertura al pubblico, ma So.ge.mi. – la società pubblica che gestisce la struttura – aveva risposto «solo mezz’ora e in compagnia di un nostro funzionario». Come se si trattasse di un obiettivo sensibile per la sicurezza nazionale o un laboratorio pieno di segreti industriali.
Forse il motivo di tanta segretezza, oltre al pudore per una struttura decrepita, è che nella storia dell’Ortomercato generale di Milano a parte la frutta e la verdura c’è stato anche molto altro. Da qui, tanto per fare un esempio, sono passate inchieste su traffici internazionali di cocaina, il boss Morabito che ufficialmente lavorava come facchino ma era solito venire al lavoro in Ferrari, e per un periodo all’interno del palazzo dirigenziale della So.ge.mi. c’è stato persino un night club di proprietà della ‘ndrangheta.
Ancora oggi, nonostante la firma di un nuovo protocollo per la sicurezza con l’amministrazione Pisapia, ogni notte una quantità non precisata di clandestini sprovvisti di permesso d’ingresso scavalca la recinzione per lavorare in nero in cambio di compensi orari ai limiti della schiavitù. Di notte nei quattro capannoni passano circa 7mila persone che tengono vivo un giro d’affari annuale di 1 miliardo di euro. Confusione, camion in entrata e in uscita, un sacco di gente disposta a lavorare per poco e soldi che diventano ogni giorno di meno. Ah già e la frutta e la verdura, anche.
Il sabato mattina però tutto questo passa per qualche ora in secondo piano e il mercato si apre volentieri al pubblico e sotto le volte dei suoi padiglioni vende, acquista e soprattutto si lamenta un significativo estratto di Italia contemporanea. Il cielo è una cappa grigio cobalto quando attraversiamo i tornelli e sciamiamo dentro insieme a decine di persone che trascinano carrellini e pedane.
Costeggiando a piedi i padiglioni si ha una generalizzata impressione di decadenza. La struttura è vecchia, fatiscente ed enorme. Le sue linee rette scheggiate e piene di chiazze marroni appaiono come la testimonianza architettonica di un’ambizione non più sostenuta dai fatti. Il complesso di quattro padiglioni ricorda la magnificenza obsolescente dei complessi industriali della Ddr ma al contrario di quei resti di una società che non esiste più, il mercato ortofrutticolo di Milano è radicato con tutti i suoi problemi nel pieno del presente.
Le facce qui provengono da tutto il mondo, esattamente come i prodotti del mercato. E gli acquisti, quando avvengono, sono rapidi come le contrattazioni.
I VENDITORI
Lui è Vito, un venditore, è arrivato dalla Puglia molti anni fa e ormai il suo accento è decisamente milanese. Vito è un fiume in piena e anche se nessuna delle cose che ha da dire è positiva, riesce comunque a renderle divertenti. Fa parte di quella generazione d’italiani che non avevano ancora appaltato la capacità di raccontare storie alla tv e tiene banco alla grande.
Nell’ultimo anno il costo del suo plateatico di vendita è aumentato di quasi il 50% a fronte di un giro d’affari che continua a diminuire. Ci dice che il motto “più scuro della mezzanotte non può essere” non gli sembra più sostenibile. «Qua non si vede più neanche un bagliore rosa all’orizzonte, altro che luce». Lui è il primo di molti che quando gli chiederò il perché di tanta rassegnazione, mi indicherà le alte pile di merce invenduta.
Secondo Vito «la miseria aguzza il talento» ma aggiunge anche che sembra esserci ormai ben poco da fare per venirne fuori.
La grande distribuzione ha da tempo creato le sue piattaforme e i clienti qui sono soprattutto market di proprietà di immigrati, ristoranti, take away, piccoli punti vendita di provincia, che il sabato mattina si mischiano a privati di ogni tipo che vengono qui per risparmiare o per l’ampiezza scelta a patto di sobbarcarsi un’intera cassa di qualsiasi cosa si voglia comprare.
Parlare con chi lavora qui è facile soprattutto con quelli che si avvicinano alla pensione; gli altri, quelli che devono rimanere qui ancora degli anni, rifiutano le foto e da loro riusciamo a raccogliere quasi esclusivamente sussurri di rabbia che sfuggono come sbuffi da una pentola a pressione.
Il leitmotiv è grossomodo «ho già abbastanza casini così». Così tanta riluttanza è sintomatica in un posto dove transitano indisturbate ogni giorno migliaia di persone e ogni anno 1.000.000 di tonnellate di merce (stima So.ge.mi).
Lui è Alessandro, è un produttore diretto di fede leghista, e quello con il berretto bianco è un suo lavoratore immigrato. Alessandro racconta che una volta da Cernusco partivano ogni mattina 70 camion per venire fino a qui, oggi i superstiti si contano sulle dita di una mano.
«Come ti trovi con lui?», chiedo indicando il dipendente arabo che fa i conti su un banco pieno di adesivi della Lega. «Eh, lo faccio lavorare», risponde con piglio padronale; ma l’egiziano, sentita la risposta, sghignazza apertamente. Anche Alessandro sorride e si capisce che in realtà vanno d’accordo. In strada le contrapposizioni non hanno la stessa monolitica ideologia che hanno nelle redazioni e nei salotti, e gli assoluti sembrano patrimonio di chi può permetterseli.
Anche Mario Bossi ci parla volentieri, è il presidente del Consorzio Produttori Ortoflorofrutticoli di Milano e ha notato la nostra macchina fotografica da molto lontano. Al contrario di molte altre, la sua platea è presa d’assalto principalmente da cinesi e, mentre lui parla con me, sua moglie sorveglia attenta gli acquisti che sono quasi sempre rapidissimi. Un cinese arriva, indica una pila di merce, contratta per qualche secondo il prezzo, paga e se ne va con il carico, alle volte anche una decina di cassette.
Ogni tanto Mario interrompe la conversazione e ne indica uno alla moglie. «Quello ha pagato?» chiede. Lei gli fa cenno di sì e allora lui torna a parlarmi. I loro volti sono tesi e scuri, più che al lavoro sembrano sotto assedio.
Mario mi racconta che il suo consorzio qui dentro gestisce 6mila metri quadrati e quest’anno ha visto aumentare la tassa sui rifiuti da 75mila a 94mila euro, in un momento, non c’è bisogno dirlo, di pessima congiuntura economica, che significa un’ulteriore contrazione delle vendite.
Anche lui, come praticamente tutti gli italiani che intervistiamo, ricorda con una certa nostalgia i tempi in cui qui dentro non c’erano così tanti immigrati ma per un altro motivo, oltre la bolgia senza regole della notte, «gli italiani erano più attenti alla qualità di quello che compravano. Prendevano merce di ‘prima’ per rivenderla ai loro clienti di fiducia, gli immigrati invece comprano quasi sempre merce di ‘seconda’ o di ‘terza’».
Girando fra i banchi le storie si assomigliano tutte, anche fra quelli che non sono produttori diretti ma solo rivenditori. Un uomo sui sessanta, appollaiato su una seggiola di fianco ad una pila di cassette di banane, ci dice «niente foto» ma ci racconta sorridendo di quando da ragazzo faceva gli straordinari per andare a ballare.
«Una volta qualche soldo in più in tasca te lo mettevi, adesso non sto neppure dentro gli studi di settore. Per fortuna i miei figli fanno altro». Poi indica le pile di merce al suo fianco «c’è chi chiede la lattuga a un 1 euro, che è quasi il costo della cassetta vuota …».
Più passano i minuti, più i prezzi diminuiscono, verso le undici c’è un momento di vuoto in cui i clienti paiono diradarsi e aspettare, poi dalle undici e mezza in poi i prezzi della merce che non può tornare nelle celle frigorifere diventano ancora più stracciati e gli acquirenti tornano ad affacciarsi nelle vie sotto i padiglioni per l’ultimo giro di acquisti. Alla fine rimarrà comunque moltissimo invenduto che in parte finirà buttato.
Lui è Gennaro, se ne sta dentro un gabbiotto e con lentezza guadagnata sul campo conta le banconote e le monetine mentre nella sua platea lavorano dei ragazzi egiziani.
«Devono lavorare anche loro, mica li possiamo buttare a mare come a Lampedusa», ci spiega. «Sono bravi?», chiedo e lui allarga le braccia con un sorriso: «Così così».
All’Ortomercato ci sono anche dei venditori autonomi di origine straniera. Ma se intervistare gli italiani è difficile, parlare con loro è quasi impossibile per vari ordini di ragioni: perché non si vogliono fare fotografare, perché la maggior parte ha una conoscenza estremamente limitata dell’italiano e bisognerebbe mettergli in bocca le risposte – pratica che preferisco lasciare ad altri – e infine perché “giornalista” è una professione di cui palesemente molti non capiscono né il senso e né lo scopo. L’impressione è che per molti di loro sia sinonimo di “sbirro” o comunque di un’istituzione italiana ostile.
Fatta la tara con i problemi di qui sopra, dagli atteggiamenti, le frasi e i commenti che riusciamo a estrapolare ad alcuni di loro, come i ragazzi nella foto, la sensazione generale parlando con i venditori di origine straniera, quasi tutti egiziani, è che per loro la situazione non sia affatto così drastica come la descrivono i loro colleghi italiani.
La loro età media è sensibilmente più bassa e se la felicità non è un luogo ma una direzione, loro stanno salendo. Questo non significa necessariamente che guadagnino più degli italiani, anzi, ma che quello che per un italiano di 50-60 anni è niente, per loro invece sembra essere abbastanza. È il mondo che si riequilibra al ribasso.
GLI ACQUIRENTI
Il sabato, sotto le volte dei padiglioni dell’Ortomercato sciama un’umanità multiforme e multicolore, i bisogni primari come il cibo non si fanno influenzare dalla pigmentazione della pelle né dalle culture di appartenenza. La crisi poi amplia a dismisura il numero delle persone che possono trovare utile o necessario risparmiare del denaro saltando un intermediario. Così per queste vie coperte passa un interessante campionario di milanesi del 2013. Da quelli più anziani
alle nuove generazioni.
Questo signore qui sotto è in pensione dopo una vita passata a lavorare nell’amministrazione di un’università, viene qui assieme alla moglie per risparmiare un po’ di soldi e per avere più scelta.
Loro sono studenti universitari del Cameroon, iscritti a economia, ingegneria e infermeria. Abitano in case diverse ma il sabato mattina fanno la spesa assieme qui all’ortomercato.
Li accompagna anche una ragazza che però sfugge all’obiettivo, non per questioni religiose ma perchè non si sente truccata e vestita abbastanza bene. Questi ragazzi sono alla mano e i loro vestiti, l’atteggiamento, e qualcosa che non riesco bene a formalizzare ma che si vede lontano un miglio, fa capire che si tratta di studenti prima ancora di sentirglielo dire.
Lui invece è Alfio, ex operaio in pensione, viene qui a fare la spesa per la sua famiglia di sette persone.
Mostra orgoglioso le sue cassette e spiega una per una quanto le ha pagate. Tutte dai 2 ai 3 euro, comprese quella piena di cestini di fragole, frutta di cui sua nipote va ghiotta. «Sai quanto spendevo a comprarla al supermercato tutta questa roba? Almeno venti euro». Qui invece Alfio è rimasto sui dieci.
Questo ragazzo è egiziano ed è venuto a fare la spesa per il ristorante della sua famiglia. Ci mettiamo un bel po’ a capirci ma alla fine quando realizza che non siamo una minaccia, si rilassa (un po’) e si fa fare una foto.
Questa signora è un’insegnante, viene qua perché «la varietà della merce la diverte». «E quella delle persone?», chiedo. «Quella un po’ di meno».
Questo signore è un ristoratore, viene del Bangladesh e parla perfettamente italiano, è qui da 23 anni ed è venuto a rifornirsi per la sua attività.
Questa famiglia di egiziani viene a fare la spesa qui perché costa meno e perché «se qualcosa non è buono la settimana dopo torni e sai con chi lamentarti», spiega l’uomo.
All’Ortomercato è possibile trovare anche molta frutta e verdura esotica. I prezzi sono decisamente più alti di quella nostrana ma la sensazione di casa abita anche nel cibo che consumiamo, come sapevano un tempo i pubblicitari della Barilla.
Alcuni di questi banchi sono presi d’assalto quasi esclusivamente da persone di origine africana.
I cibi esotici però attraggono anche altre categorie di persone. Questo ragazzo ad esempio fa il fotografo ed è venuto qui con la ragazza per prendere, fra le altre cose, un frutto cinese che «sa di pompelmo» ma non è pompelmo.
Lei invece è una pensionata, è venuta a fare la spesa con suo fratello e regge un’intera cassa di mandarini senza apparente sforzo.
Loro sono cingalesi, lavorano come dipendenti nella ristorazione ma sono qua per fare la spesa per loro stessi. Sono in Italia rispettivamente da 5 e 14 anni e trovano molto divertente che un giornalista s’interessi a loro.
Una buona parte degli acquirenti poi sono cinesi: famiglie e commercianti. Ne osserviamo molti caricare la merce appena acquistata su Volkswagen nuove di zecca o sui pianali di Suv di lusso, ma a parte quelli che avete visto nelle foto precedenti non riusciamo a fotografarne nessuno. Questo perché quando ci proviamo si scaldano parecchio e non stanno neanche a discutere, ci intimano secchi e minacciosi di no, e poi riprendono immediatamente la loro attività.
Uno di loro pretende addirittura di vedere le foto già scattate. Nei confronti miei e del fotografo hanno spesso il genere di atteggiamento arrogante che potrebbe avere un ricco leghista alle prese con un venditore di rose.
Alle spalle dei banchi e nelle vie fra i padiglioni, è pieno di bidoni e di merce buttata, e in questi anfratti si muovono anziani che selezionano quello che secondo loro si può salvare e se lo portano via in silenzio.
Nell’attiguo mercato ittico, l’atmosfera cambia decisamente. C’è molta meno gente e il colore medio della pelle dei clienti si schiarisce parecchio.
Alcuni stand sono vuoti, in altri però ci sono file anche di un quarto d’ora per essere serviti.
Dietro i banconi i lavoratori sono bianchi, marroni e neri, ma i proprietari sono quasi tutti italiani. In uno stand lavora un ragazzo nero grosso come un giocatore di basket che appena vede l’obiettivo si defila come se la macchina potesse rubargli l’anima. Un suo collega milanese altrettanto giovane nota il movimento e gli urla
«Uè negro di merda vieni qua a fare una foto»
Ma il ragazzo nero apre la sua grande mano e senza scomporsi più di tanto si indica il pacco.
«Ciucciamelo», gli risponde.
ECONOMIA GLOBALE, CRISI E INTEGRAZIONE
In posti come il mercato ortofrutticolo non puoi non pensare a quanto la politica e il dibattito pubblico si muovano in differita con il Paese reale.
Che senso ha parlare per 6 pagine al giorno di Berlusconi o accorgersi dei fenomeni migratori solo di fronte a tragedie come quella di Lampedusa, in un’epoca di cambiamenti epocali che sono in buona parte già successi?
Osservando le numerose famiglie allargate d’immigrati in giro per l’Ortomercato non ho potuto non pensare a quanto assomigliassero alla mia quando ero bambino. Tanti bambini, tanto lavoro, pochi vizi. Mio padre è immigrato dal Sud al Nord, esattamente come tanti dei venditori italiani del mercato ortofrutticolo, anche se per fare altro. Tutta la vita ha avuto solo due pensieri: il lavoro e la famiglia. Esattamente come buona parte degli immigrati di oggi. Una vita che, diciamoci la verità, pochi della mia generazione vorrebbero vivere. E per quanto mi riguarda questo è un desiderio più che legittimo, considerati gli anni di formazione e una visione del mondo lecitamente diversa.
La crisi però si riprende le conquiste sociali ed economiche e ci riporta indietro di decenni, in una posizione che con le aspettative di oggi non possiamo più tollerare.
L’errore fondamentale è stato però pensare che i benefici economici ottenuti da quelle generazioni di italiani e da congiunture internazionali infinitamente più positive fossero state acquisite una volta per sempre, sto parlando in primis dell’idea che il lavoro vada pagato dignitosamente.
L’economia globale però ha un funzionamento molto più efficace del Karma, e tende a livello macrosistemico a restituire esattamente quello che hai dato agli altri.
Così se permetti alle tue aziende di utilizzare manodopera a basso prezzo in giro per il mondo o tolleri l’importazione di beni prodotti con un costo del lavoro disumano, più prima che poi, anche la ricchezza all’interno dei tuoi confini diminuirà inevitabilmente. È una sorta di principio dei vasi comunicanti.
La presenza di manodopera pronta a lavorare sul tuo territorio per sempre meno soldi è un altro aspetto di questo processo, più immediatamente visibile solo perché fisicamente più vicino.
Discutere se l’immigrazione sia una risorsa o un problema significa porre la questione nei termini di un tema di quinta elementare. I fenomeni migratori sono sempre entrambe le cose, in che proporzioni dipende solo dal mondo in cui vengono gestiti.
Non c’è alcun dubbio che la nostra economia necessiti del lavoro degli immigrati, ma quello che una società non può sopportare sul lungo periodo senza impoverirsi è il loro sfruttamento sistematico.
Nel caso dell’Ortomercato di Milano gli invisibili che agevolati dalla criminalità organizzata italiana di notte scavalcano i cancelli per lavorare in stato di semischiavitù all’interno di quella che fino a prova contraria è una struttura pubblica del Nord Italia, sono un cancro che ci mette poco a diventare usanza diffusa e poi condivisa.
È anche così che s’infetta con la logica del ribasso tutta la filiera, compromettendola mortalmente. È questione di asticelle etiche che vengono divelte una volta e per sempre.
In un clima di deregulation assoluta i soggetti economici più grossi, quelli che hanno potere di ricatto come la grande distribuzione, si organizzano autonomamente tramite le proprie piattaforme mentre tutti gli altri rimangono schiacciati nella forbice del prezzo più basso.
Un principio che ignora la sostenibilità del sistema e pensa solo a massimizzare i ricavi nel breve periodo. Per questo se c’è un animale adatto a simboleggiare il capitalismo della nostra epoca è senza dubbio la cavalletta.
La ricerca del prezzo più basso a ben guardare non è nient’altro che un impoverimento dell’intero sistema.
Eppure la rimozione delle gravissime ripercussioni sociali della ricerca sistematica del prezzo minore è pienamente incarnata nella “filosofia del gratis” portata avanti tra gli altri da partiti politici come il Movimento 5 stelle.
Ormai la sotto-retribuzione si è fatta filosofia politica con la Wal-martizzazione di qualsiasi professione. Perfettamente sintomatica la polemica di un web designer contro il Movimento 5 stelle di Rieti che si lamentava per la spesa di 150 euro mensili per la gestione di un profilo Facebook comunale. È lo stesso partito che predica il mito dell’informazione gratuita e collettiva, pagata da chi però non si sa. Per il momento la tanto sbandierata libertà informativa di internet ci ha dato un miliardario del web (Jeff Bezos) che ha comprato una delle due testate giornalistiche più autorevoli del mondo (il Washington Post).
L’incapacità patologica di vedere le implicazioni più ampie contenute in questo tipo di approccio è perfettamente speculare alla logica del profitto che regola invece l’agire economico globale. Sono due facce della stessa medaglia: l’individualismo anti-sociale.
L’incapacità di concepirsi come parte di un sistema più ampio, cosa che al di là della propria auto-percezione, di fatto si è.
Da un lato ci sono quindi soggetti economici che agiscono in piena autonomia su una scala globale, seguendo il solo principio della massimizzazione degli utili e ponendo così le basi per la distruzione degli ambienti socio-economici dove fino a quel momento hanno prosperato ma verso i quali non avvertono più alcuna responsabilità. In soldoni: se anche il mercato italiano, che ci ha fatto ricchi, collassa, vorrà dire che venderemo in Brasile.
Per questi soggetti, che sono fra i massimi responsabili della congiuntura negativa, la crisi non è altro che un cambiamento delle modalità di business.
All’altra estremità sta la logica profondamente emozionale del “Se guadagno poco io, devi guadagnare poco anche tu”, prescindendo a priori da tutte le variabili secondo cui questa proposizione potrebbe avere anche un valore di verità.
Questo secondo atteggiamento è, se possibile, ancora più insensato del primo perché non prevede nemmeno un vantaggio personale, oltre a negare quello collettivo.
Senza nemmeno accorgercene siamo così arrivati a una sorta di sindacalismo all’incontrario. Masse di persone costrette a lavorare per retribuzioni insufficienti, o comunque sensibilmente più basse del passato, trovano incanalate la propria rabbia non in una lotta per migliorare la propria condizione ma per peggiorare quella degli altri.
L’austerity si è fatta weltanschaung e se è vero che una razionalizzazione delle spese può migliorare l’economia e gli sprechi sono un problema sia politico che morale, i tagli indiscriminati non possono che fare avvitare la situazione su stessa.
Non è un caso che un partito come quello di Grillo che basa tutta la sua azione politica esclusivamente sulla ricerca del consenso in quanto consenso, cavalchi questi sentimenti irrazionali. Il populismo è una risposta apparentemente forte anche se controproducente a una profonda e gravissima mancanza di leadership politica.
Quello che servirebbe in termini di lavoro per gli italiani come per gli immigrati è una regolamentazione, snella ma efficace e rigorosa e soprattutto all’insegna della sostenibilità del sistema. Diversamente la mano invisibile di Adam Smith è quella che ti prende per la collottola e ti abbandona sul retro dell’ortomercato a raccogliere le verdure buttate via. L’inquadramento del lavoro e del commercio entro dei paletti di sostenibilità economica è però solo uno degli aspetti necessari al funzionamento di società contemporanea e multietnica come quella che si può osservare al Mercato Ortofrutticolo di Milano.
Non è tollerabile che molti immigrati vivano e lavorino in Italia da anni e abbiano una conoscenza ridottissima della lingua italiana. Si tratta di un handicap insanabile rispetto alla loro capacità di essere cittadini alla pari degli altri, fare rispettare i propri diritti ed essere parte integrante del consesso sociale.
Senza cadere in dinamiche di assimilazione culturale neo-colonialista, la realtà dei fatti è che una cittadinanza senza la conoscenza della lingua è una cittadinanza zoppa che consegna inevitabilmente le persone a lavori scarsamente retribuiti o all’illegalità.
Allo stesso modo non è ugualmente tollerabile, presso chi risiede in Italia, l’ignoranza dei meccanismi base della democrazia occidentale. Ad esempio chi proviene da paesi sotto regimi dittatoriali o con scarsa libertà di stampa deve essere messo a parte del fatto che la stampa è uno dei fattori di garanzia della democrazia, e questo persino in un Paese dove esistono e le colonnine di destra di Repubblica.it e Sallusti.
Questo non significa certo che gli immigrati, come d’altro canto gli italiani, debbano essere obbligati a rispondere alle domande di un giornalista, ma che conoscano l’importanza dell’informazione quello sì. Così come dovrebbero conoscere la storia, la cultura e le istituzioni del Paese dove abitano, persino quando queste sono una persona come Berlusconi o quando la maggior parte degli italiani vive in un regime di sostanziale ignoranza di questi temi.
Una grave mancanza, infatti, non ne autorizza un’altra a meno che non ci si consegni alla logica che al peggio non deve esserci mai fine.
È necessario sconfiggere la diffidenza (alle volte giustificata, alle volte no) di molti immigrati nei confronti delle istituzioni italiane e per fare ciò la prima cosa è offrire la possibilità di rispettare delle regole sensate e rientrare produttivamente nella legalità. Il contrario cioè della Bossi-Fini, una delle leggi più propagandistiche mai scritte in Italia, un primato non facile da raggiungere.
Nel frattempo però il dibattito pubblico sull’immigrazione in questo Paese si svolge quasi esclusivamente su vette di un ideologismo fuori dalla realtà. Le destre si oppongono alla società multietnica, un atteggiamento senza alcuna speranza di successo a meno che non abbiano costruito in segreto una macchina del tempo e non ce l’abbiano detto. Ed è una fortuna che non abbiano speranza, perché al di là dei giudizi morali, la nostra società senza immigrati crollerebbe in un giorno.
Proprio per questo pochi leader dei partiti xenofobi credono veramente alla realizzabilità di quello che dicono, il razzismo è ormai una pura arma per la ricerca di consenso. La posizione di Grillo sulla Bossi Fini ad esempio rientra, per sua stessa candida ammissione, in questa logica. Dall’altra esiste un tipo di sinistra per la quale l’immigrato è sempre vittima o buono per definizione.
Nascono così le grandi lotte sui social network, dove gli italiani danno sfogo al loro atavico bisogno di ragione per luoghi comuni, fra quelli che gli immigrati li brucerebbero tutti e quelli che postano il video del camionista rumeno che salva la bambina come la prova definitiva che gli immigrati sono buoni.
Trovo che entrambe le posizioni non brillino per intelligenza. Tutti i popoli e tutte le culture si sostanziano di persone buone e di persone malvagie e soprattutto di vie di mezzo. Anche fra i cinesi che hanno trattato malissimo me e il mio fotografo durante questo viaggio dentro il mercato ci saranno senza dubbio delle persone stupende. È talmente ovvio che anche solo discuterne mi sembra una perdita di tempo, sempre che non siate Lombroso, al quale, ironia della sorte, è intitolata la via di fronte all’ortomercato milanese.
Al tempo stesso culture diverse possono avere sensibilità diversissime su molti temi e non ha alcun senso nascondersi che questo può generare problemi, anche grossi.
È necessario inserire tutte le culture e le diversità che convergono nell’Italia del XXI secolo all’interno di un meccanismo di diritto efficace, che protegga il lavoro degli immigrati (perché è giusto e perché così si protegge anche il nostro), renda obbligatorio e fornisca le strutture perché imparino la lingua e con essa quei saperi civici necessari a essere cittadini italiani a pieno titolo.
Molto pragmaticamente e molto banalmente. Allo stato attuale delle cose invece, come sempre più spesso succede, la società per così dire si arrangia da sola. Italiani e immigrati convivono de factu e gli equilibri si creano comunque in qualche modo come con Alessandro e il suo collaboratore egiziano o come il pescivendolo milanese e il suo collega nero. L’integrazione è al suo grado zero, quella ciò che si organizza attorno alle necessità per la sopravvivenza.
Quando l’altoparlante annuncia la chiusura usciamo con gli ultimi clienti lasciandoci alle spalle la struttura decrepita dell’Ortomercato. Il progetto per la sua riqualificazione è partito due anni fa ma al momento è bloccato dalla mancanza di fondi. Un altro piccolo tratto percorso sulla spirale di un’economia che si contrae, avviluppata sulla sua stessa ingordigia.
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