Portineria MilanoQuando lo «sbirro» entra in politica (e finisce male)

Dalla Guardia di Finanza alla polizia

Non solo magistrati. Negli ultimi anni la politica italiana ha assistito pure all’invasione dei «poliziotti» in parlamento, di «sbirri» per dirla come Gianni De Gennaro, ex capo del Sisde e ora presidente di Finmeccanica. Sono tante le divise che si sono avvicinate alle istituzioni. Dai piccoli comuni al parlamento, mettendo a disposizione la loro esperienza «sul campo», ma venendo spesso stritolati dalle polemiche, dalla mancanza di successi elettorali e persino dalle indagini della magistratura.

Lo «sbirro» in politica è con tutta probabilità l’estremizzazione di una ricerca del consenso tra le forze dell’ordine. Bacino elettorale che alcuni parlamentari – come per esempio il veneto Maurizio Saia titolare di una proposta di riforma della polizia municipale e punto di riferimento dei vigili di tutta Italia – hanno sempre cercato. Ma se per «gli amici della guardie», come dicono a Roma, è andata abbastanza bene, per «le guardie» che hanno invece scelto di schierarsi e fare il salto della staccionata è andata male. Da Nord a Sud, Destra e sinistra, Movimento Cinque Stelle o Italia dei Valori non fa differenza: tutti ne hanno uno in casa. 

Il Partito Democratico, per esempio, negli ultimi anni ha tentato la fortuna sia con Achille Serra, già prefetto di Roma, già candidato con Forza Italia nel 1996, sia con Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, che i Ds candidarono senza fortuna a Milano contro Letizia Moratti. Il primo passò poi con l’Udc di Pierferdinando Casini, il secondo è diventato presidente dell’Ilva, poi rimosso dalla magistratura per gli scandali. Nel Partito Democratico ha trovato posto un altro poliziotto di lungo corso che si è seduto anche tra i banchi della Commissione Parlamentare Antimafia: è Luigi De Sena che arriva ai vertici della Polizia di Stato nel 2003 quando viene nominato vicecapo della Polizia e direttore centrale della Criminalpol. Punta di diamante della squadra di poliziotti in parlamento fa parte pure Antonio Di Pietro, ex leader dell’Italia dei Valori, che prima di diventare magistrato era ufficiale di polizia giudiziaria. 

In polizia c’è stato il figlio di Di Pietro, Cristiano, anche lui candidato con polemiche nel partito del padre, uno che andava in giro a ripetere che della pistola non poteva fare a meno. «Mi hanno detto di non abbandonarla mai. Un poliziotto è sempre in servizio». Non gli è rimasto più neppure quello, purtroppo, dopo il naufragio dell’Idv e del padre, travolti da una puntata di Report e dalle scorribande che avvenivano nel partito: basti pensare a Vincenzo Maruccio e allo scandalo slot machine nel Lazio.

Nell’ultima indagine per ‘ndrangheta e mafia a Milano, dove i magistrati hanno scoperto il patto nel nome dei Mangano, è comparso anche tale Gianni Lastella, ex segretario regionale del Co.Ba.R. Lombardia della Guardia di finanza (l’organo di base di rappresentanza del personale militare) che durante le elezioni del 2011 a Milano inviava ai suoi colleghi mail con tanto di “santini” e volantini elettorali allegati.

Lastella non riuscì nemmeno a essere eletto con il Pdl, ma ne nacque un’interrogazione parlamentare dei Radicali. Si legge: «Gli interroganti hanno sempre sostenuto che chi indossa una divisa deve avere le stesse libertà e diritti degli altri cittadini, ma ci sono degli obblighi per i militari che comportano di dover garantire l’assoluta estraneità del corpo di appartenenza alla competizione elettorale». Ora Lastella è finito pure nel mirino della magistratura.   

Dalle file della Guardia di Finanza arriva anche MarcoMilanese, ufficiale delle Fiamme Gialle prima, poi collaboratore del Ministero dell’Economia con Giulio Tremonti e deputato del Popolo della Libertà. Arriva al ministero nel 2001, e tre anni dopo si congeda dalla Guardia di Finanza, quando è diventato il vero uomo ombra di Tremonti, con cui in futuro condividerà anche un lussuoso appartamento dietro il parlamento, sulla cui compravendita si posò anche la lente dei magistrati nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3 (per cui Milanese verrà poi rinviato a giudizio nel 2012). Inchiesta che portò il parlamento a decidere sull’arresto di Milanese: la Camera disse no e il braccio destro di Tremonti si salvò per soli sei voti.

Marco Milanese

Negli anni al ministero, riporta Panorama ,“il colonnello Milanese diventa il comandante ombra della Guardia di finanza. Al punto che recentemente il generale Cosimo D’Arrigo, dal 2007 al 2010 al vertice delle fiamme gialle, ha deplorato l’eccesso di potere delegato da Tremonti al suo consigliere. Sarà per questo che Luigi Bisignani, l’imprenditore considerato dai pm napoletani il fulcro della P4, ha dichiarato in procura di avere chiesto a Milanese notizie sulle inchieste che lo riguardavano. Milanese ha dirottato l’accusa su un altro generale, Michele Adinolfi”.

In politica Milanese ci arriva nel 2008, e il suo maggiore sponsor, neanche a dirlo è ancora Tremonti, di cui rimarrà il più stretto collaboratore. Anni di politica e anche anni in cui l’ex ufficiale della Guardia di Finanza rimane impigliato nelle maglie della giustizia: oltre all’inchiesta sulla cosiddetta P3, il suo nome emerge nell’inchiesta sugli appalti Enav (per cui è stato condannato in primo grado a 8 mesi) e Finmeccanica e viene indagato dalla procura di Milano per presunte tangenti con l’ex presidente della Banca Popolare di Milano e di Impregilo Massimo Ponzellini. Fuori dalla politica, dalla porta Milanese ci rientra dalla finestra: è oggi infatti uno dei docenti della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze con un compensuo annuo di 194.332 euro.

In Alleanza Nazionale prima, nel Pdl poi e infine in Fratelli d’Italia, ha trovato posto un altro “sbirro” celebre, si tratta di Edmondo Cirielli, promotore della cosiddetta legge ex Cirielli. Tenente Colonnello dei Carabinieri, oggi  ancora in aspettativa per incarico parlamentare, in politica entra quando nel 1995 è eletto consigliere regionale in Campania dove risulta essere il più votato. Nel 2000 verrà rieletto e nel 2001 arriva l’approdo alla Camera dei Deputati con AN. Al momento è alla sua quarta legislatura dopo essere stato presidente della provincia di Salerno tra il 2009 e il 2012.

Anche Cirielli è finito tra le maglie della giustizia: lo scorso agosto la procura di Salerno lo iscrive nel registro degli indagati per corruzione aggravata e abuso d’ufficio aggravato dall’aver favorito la camorra. Convinto della sua innocenza, «sono con la coscienza a posto perché convinto di aver rispettato le leggi e le procedure e di non aver commesso alcun reato», nei prossimi mesi arriverà al vaglio del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Interno l’interpellanza sui fatti in cui è coinvolto. Firmata dall’esponente del Movimento 5 Stelle Angelo Tofalo, nell’interpellanza si chiede se «il Governo intenda adottare le iniziative di competenza ai fini dello scioglimento ad horas del consiglio provinciale di Salerno» che Cirielli ha lasciato nel 2012.

C’è un altro ex “sbirro” fresco di nomina come componente della Commissione Parlamentare Antimafia avvenuta l’11 ottobre scorso. E‘ il senatore Claudio Fazzone e, come riporta la biografia sul suo sito, inizia “la sua carriera lavorativa al Ministero degli Interni come agente di polizia”. E in polizia Fazzone fa l’autista dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. Nel 1995 inizia l’attività politica con Forza Italia diventando Vice Presidente e Assessore all’Amministrazione Provinciale di Latina, oltre ad essere eletto Coordinatore Provinciale di Latina di Forza Italia, carica che ricopre tutt’ora. Alle regionali del Lazio del 2000 ottiene  26.230 preferenze: è mister preferenza, cioè risulta essere il più votato in tutta Italia. Nei cinque anni di legislatura è il Presidente del consiglio regionale, e alle elezioni Regionali del 2005, si riconferma re delle preferenze: questa volta sono 37.000.

A proposito di Movimento 5 Stelle, anche tra i grillini ha trovato posto un ex appartenente alle Forze dell’Ordine: si tratta di uno degli “epurati” del Movimento, Marino Mastrangeli. Nato a Lecco l’ex poliziotto è stato assistente capo della Polizia di Stato dal 1990 al 2007, quando è stato collocato a riposo a causa di un infortunio sul lavoro. Anche Antonio Ingroia ha avuto il suo “sbirro” candidato, cioè Antonio Giardullo, questore, già segretario generale del Silp/Cgil e poi “trombato” insieme al suo leader nel corso dell’ultima tornata elettorale. Una candidatura che fece storcere il naso anche a sinistra: Giardullo infatti aveva preso posizione contro due provvedimenti cari alle forze a sinistra del PD e a parte dell’associazionismo, cioè l’introduzione del reato di tortura e il codice identificativo per le Forze dell’Ordine. Salvo poi fare marcia indietro e dichiarare il favore all’introduzione dello stesso reato. Ma non bastò: i voti del partito di Ingroia non furono sufficienti a entrare in parlamento.

Dall’interno delle Forze dell’Ordine come sono viste le candidature degli appartenenti al corpo? «Sicuramente rappresentano un fatto positivo» spiega a Linkiesta Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di Polizia Siulp/Cgil «perché anche noi siamo parte di un pezzo di società civile con problemi da portare all’attenzione della politica». Le candidatura degli appartenenti alle Forze dell’Ordine sono disciplinate dalla legge e in caso di candidatura nei tre anni successivi il candidato, se non eletto dovrà prestare servizio in un collegio differente da quello in cui è stato candidato. «Sicuramente penalizzante» si dice nell’ambiente delle Forze dell’Ordine, ma per alcuni «un caposaldo indispensabile». Poi c’è chi invece storce il naso su tutta la linea, in particolare, quando «vediamo arrivarci i santini elettorali direttamente dalle mail istituzionali dell’arma». 

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