Renzi: «Vent’anni persi. L’amnistia? Così è un autogol»

Primarie per la segreteria Pd

«Da Bari inizia un cammino e noi dobbiamo riempire il tempo non con la logica del “chi se ne frega abbiamo già vinto”. Al di la delle scaramanzie, dirvi così è drammatico perché vuole impedirvi di diventare dei nomi, di mettervi in gioco. Diamo il nome dei nostri sogni all’Italia». Si conclude così la prima uscita pubblica di Matteo Renzi, candidato alla segreteria dei democratici.

Bari, Fiera del Levante, il primo cittadino di Firenze prende il microfono in mano intorno alle 17, e per circa 55 minuti bombarda il pubblico che ha di fronte. C’è un’atmosfera sobria nella sala congressi della Fiera barese. Giornalisti e fotografi in prima fila per riprendere e studiare la prima uscita dell’ex rottamatore. Le tv di tutte Italia sono in collegamento diretto, e persino Youdem, un tempo nemica dell’ex rottamatore, oggi trasmette in diretta la prima del sindaco fiorentino. C’è anche il cosiddetto “giglio magico”, lo chiamano così a Montecitorio, costituito da Maria Elena Boschi, Dario Nardella, Davide Faraone, Simona Bonafé, Francesco Bonifazi e Dario Parrini, a sostenere quello che gli addetti ai lavori già danno come vincitore del congresso, e che ha già detto di sognare un partito “cool”. Una pedana a forma di freccia a fare da palco, che riprende lo slogan della nuova campagna elettorale, “L’Italia cambia verso”. E diverse bandiere del Pd per sottolineare la vicinanza a Largo del Nazareno.

Dicevamo, intorno alle 17 Michele Emiliano, sindaco di Bari, da qualche settimana approdato alla galassia renziana dopo avere militato fra le fila di Veltroni e D’Alema, chiama sul palco a forma di freccia il sindaco di Firenze. Eccolo “Matteo”, abito blu sartoriale, cravatta e camicia bianca, raggiunge il palco, ringrazia il sindaco di Bari ed inizia con un lungo discorso che tratteggia il programma della campagna elettorale, e, sopratutto, l’idea di Italia che sogna. Prima, però, meglio riflettere sul concetto di “tempo” citando il «pastore» Dietrich Bonhoeffe. «Perché vedete il tempo scorre e non ce ne accorgiamo – si rivolge ai sostenitori e alla platea – Quando ero piccolo ho avuto difficoltà a metabolizzare il concetto del tempo». Ad esempio, «noi sindaci non possiamo rimandare, dobbiamo rispondere alle domande dei cittadini». Invece, «a livello centrale è come se il tempo fluisse come se niente fosse», provando a bacchettare chi ha governato in questi ultimi venti anni, quindi anche la sinistra.

L’obiettivo del congresso, secondo le parole di Renzi, è proprio quello di «cambiare verso all’Italia perché il nostro Paese in questi venti anni ha perso tempo». Di «restituire la speranza perché cambiare è l’unica soluzione». Il partito guidato dal giovanotto di Firenze sosterrà lealmente i lgoverno del pisano “Enrico”. Del resto «il congresso non servirà per sapere quanto durerà il governo». Il governo c’è, è presieduto da un dirigente del Pd, semmai «il governo si deve caratterizzare per quello che fa». Poi breve passaggio sull’Europa che «non deve chiedere a noi, ma siamo noi che dobbiamo chiedere all’Europa». Una parentesi sulla legge elettorale – entro novembre «presenteremo una nostra proposta» – che si baserà su tre principi: «alle 15 del pomeriggio del giorno dello spoglio si dovrà conoscere il vincitore, chi vince governa, e sopratutto dovrà vigere il principio dell’alternanza». Una legge elettorale che non tocchi il «bipolarismo», «noi siamo contro le ammucchiate», preciso riferimento a chi vorrebbe la rinascita di una nuova Balena Bianca. E sopratutto una volta per sempre si elimini «il bicameralismo perfetto, con l’introduzione della Camera delle regioni, si elimini il Titolo V della Costituzione».

Nel lungo monologo quello che è stato definito per anni il “rottamatore” arriva a criticare anche il Capo dello Stato su amnistia e indulto: «Affrontare il tema dell’amnistia e dell’Indulto è sbagliato». Una posizione che di certo farà discutere all’interno del Pd, e che lo confina in un angolo rispetto ai cosiddetti “governisti”, i quali pendono dalle labbra di Napolitano, e che lo allontana da Enrico Letta.
In fondo nel discorso di oggi il compagno “Matteo” si è voluto ritagliare uno spazio tra le larghe intese – che di certo non digerisce perché lo tengono a debita distanza da Palazzo Chigi con il rischio di logorarlo – e la sinistra vendoliana, affrancandosi all’interno della “ditta”, dei tesserati del Pd, e del popolo democratico con cui dovrà vedersela nella prima fase congressuale. Ecco perché l’attacco alla riforma Fornero, «un clamoroso errore del mercato del lavoro del governo Monti». Ecco perché il ritorno all’uso della parola “uguaglianza”, una parola che «è di sinistra ma non è contro il merito». Ed ecco perché un riferimento ad una «patrimoniale» da applicare alle cosiddette “pensioni d’oro” che se contribuissero sarebbe «un principio di giustizia».

Renzi ne ha parte per tutti perché lui «davvero» vuole «semplificare»: «In questi anni il ministero per la semplificazione cosa ha fatto?». Tuttavia il tratto più distintivo del messaggio di oggi è quello ad una fetta di società da sempre vicina alla sinistra italiana: il mondo dei professori. Ai quali , afferma, «dobbiamo restituire la forza sociale del loro impegno». Insomma un Renzi anti-governista per certi aspetti, critico nei riguardi di certo «establishment» e di certi poteri forti, e per altri più vicino a quella «sinistra» che forse non ha mai amato per storia e cultura personale, ma alla quale oggi deve iniziare a guardare per conquistare la segretaria del Pd. Del resto oggi in tanti strizzano l’occhio alla sua candidatura, ma sui carri dei vincitori, dice Matteo, «non si sale, i carri si spingono».

Twitter: @GiuseppeFalci

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