Berlino sta con Snowden, Merkel in difficoltà

Usa e Germania su Nsa 2

BERLINO – «Signora Merkel non ha pensato nemmeno un istante di ringraziare Edward Snowden per averle rivelato che il suo telefono cellulare e tutte le sue comunicazioni venivano ascoltate dagli Stati Uniti? (…) Sarebbe stato un gesto umano importante. E perché non prende la parola in questa seduta? Mi sarei aspettato da lei più coraggio», con queste parole il deputato dei Verdi ed esponente dell’opposizione Hans Christian Ströbele si è rivolto lunedì ad Angela Merkel. Pochi giorni prima della seduta sul Datagate a Montecitorio, nel Bundestag c’è stata una sessione molto tesa sullo stesso tema. A pochi metri di distanza, diversi gruppi di cittadini si erano dati appuntamento per protestare contro lo stato di sorveglianza e per chiedere di concedere asilo politico ad Edward Snowden. La protesta contro il controllo delle comunicazioni in Germania è molto più intensa di quanto il Governo tedesco si sarebbe aspettato. Il Paese è diventato un punto di incontro per la resistenza contro la sorveglianza della rete.

Per questa ragione, quando, due settimane fa, l’esponente di Wikileaks Sarah Harrison ha annunciato in un comunicato di aver lasciato Mosca per stabilirsi a Berlino, a nessuno è sfuggito che il suo nome si aggiungeva a una lunga lista. Sarah Harrison, una tenace giornalista britannica di trentun anni, è l’anello che collega Edward Snowden a Wikileaks, e la persona che è rimasta a fianco della talpa della Nsa costantemente negli ultimi quattro mesi. La piattaforma di Juliane Assange decise di mandare lei ad Hong Kong lo scorso mese di giugno quando l’ex dipendente dell’Nsa era barricato in un hotel, senza amici e senza le idee chiare su come procedere. È anche grazie a lei che Snowden è riuscito ad ottenere asilo politico a Mosca.

Prima di Harrison, avevano scelto di stabilirsi a Berlino, «in esilio», altri giornalisti direttamente coinvolti con la pubblicazioni delle informazioni sensibili provenienti dai documenti di Edward Snowden. È il caso di Laura Poitras, giornalista e regista di documentari americana, autrice di molte inchieste pubblicate da Der Spiegel e una delle poche persone, insieme al giornalista di The Guardian Glenn Greenwald, ad avere accesso completo agli archivi di Snowden. Ma è anche il caso di Jacob Applebaum, 30 anni, americano, esperto in sicurezza informatica, fondatore del progetto “Tor” – che permette di usare internet in modo anonimo -, consulente di Wikileaks e con un ruolo fondamentale nella pubblicazione dei file di Edward Snowden. Entrambi temono che un ritorno al loro paese potrebbe essere accolto con accuse di spionaggio o crimini relazionati al terrorismo.

Lo stesso vale per Sarah Harrison, così lo ha scritto esplicitamente in un comunicato che è presto diventato anche un manifesto per la trasparenza e la libertà di stampa. «Già nei primi giorni che ho trascorso in Germania è stata confortante vedere che le persone si riuniscono in un reclamo comune di fronte al Governo affinché faccia ciò che é necessario per investigare gli abusi dello spionaggio della National Security Agency (Nsa)». Harrison spiega che gli avvocati le hanno indicato che non è sicuro per lei «tornare a casa». In Gran Bretagna il Governo ha più volte associato i giornalisti coinvolti nelle rivelazioni sull’intelligence (Gchq) ad accuse di terrorismo. «Il lavoro della stampa è quello di confrontare il potere con la verità. Ora però veniamo accusati per aver svolto il nostro lavoro».  

«La Germania è rimasta particolarmente scioccata di fronte alle rivelazioni dei documenti di Snowden», spiega a Linkiesta Kristinn Hrafnsson, portavoce di Wikileaks, «politici tedeschi hanno condannato molto duramente le attività di sorveglianza di massa anche perché per alcuni di loro questo scandalo ha risvegliato il ricordo delle attività della Stasi – la polizia segreta della Germania est, ndr». In un recente sondaggio della televisione Ard, il 60 per cento dei tedeschi dice di considerare Edward Snowden come un eroe.

«Da tempo esiste in questo paese il Chaos computer club, una delle prime organizzazioni al mondo ad affrontare temi di internet da un punto di vista politico», assicura John Goetz, giornalista della televisione tedesca Ard, e uno degli ultimi reporter ad avere avuto un contatto diretto con Snowden tre settimane fa a Mosca, «inoltre è presente in Germania la Wau Holland Stiftung una fondazione che funziona come backoffice di Wikileaks. E poi bisogna ricordare anche il Partito Pirata, una formazione che ha fatto della libertà della rete e della difesa della privacy la sua bandiera, e che si è imposta già in molti parlamenti regionali».

Anche Michael Ratner, illustre costituzionalista americano e difensore di Juliane Assange, assicurava sabato sera a Linkiesta in occasione di un ricevimento nello European Center of Constitutional and human Rights (Ecchr) che a Berlino si sente «a casa». «Nell’ultimo periodo la città si è consolidata sempre di più come una casa accogliente per alcune persone che sono riluttanti a tornare negli Stati Uniti, o quantomeno un posto dove possano lavorare senza problemi e in modo sicuro fuori dal sistema di sorveglianza diretto degli Stati Uniti. In questo gruppo si includono giornalisti e attivisti che hanno lavorato in particolare sulle rivelazioni dei documenti dell’Nsa. Ma anche molti altri», spiega Ratner.

Allo stesso tempo, l’ultimo governo di Angela Merkel in Germania è accusato di aver dato passi decisi nella direzione di una maggiore sorveglianza delle comunicazioni. È anche per questo che, nonostante le rivelazioni dello spionaggio statunitense nei confronti della cancelleria e della stessa Merkel, ha provato in ogni modo ad allentare la tensione nei confronti degli Stati Uniti e ha già detto un «no» molto chiaro all’ipotesi di concedere asilo a Edward Snowden. Appare però difficile che possa continuare a ignorare i sondaggi di opinione e le proteste.

La prima parte dello speciale Usa e Germania su Nsa:

Falso che gli Usa non arresterebbero Asssange