Portineria MilanoBerlusconi molla Alfano e punta sulla caduta di Letta

Nasce la nuova Forza Italia senza Alfano

«Chi non crede in Forza Italia è libero di andarsene». In una lunga lettera ai parlamentari, nel pomeriggio del 15 novembre Silvio Berlusconi aveva già ipotizzato lo strappo. In serata il vicepremier Angelino Alfano lo conferma. Dopo l’ennesimo pomeriggio di incontri e confronti, nel Popolo della Libertà si materializza la scissione. A nulla valgono i tentativi di ricomposizione dell’ex premier. Inutili i continui contatti tra Alfano e il Cavaliere. Il 16 novembre gli “innovatori” pidiellini diserteranno il Consiglio nazionale in programma al Palazzo dei congressi dell’Eur e non aderiranno alla nascente Forza Italia. Già nei prossimi giorni daranno vita a un diverso gruppo parlamentare, che si chiamerà “Nuovo Centrodestra”, come annuncia in serata il vicepremier e ministro dell’Interno. A dare i numeri è Roberto Formigoni, che conferma la presenza di 37 senatori e 23 deputati. 

E dire che fino a questo pomeriggio si sperava ancora in una ricomposizione dello scontro. Il lungo messaggio del Cavaliere – pubblicato proprio mentre Alfano era a colloquio a Palazzo Grazioli – nascondeva in realtà il tentativo in extremis di ricucire lo strappo. Un appello ai pidiellini per confermare che la nuova Forza Italia sarebbe diventata «la casa di tutti». Ma anche per rassicurare i parlamentari vicini al vicepremier preoccupati della voglia di rivalsa dell’ala lealista. «Se Forza Italia diventasse qualcosa di diverso – le parole del Cavaliere – di piccolo e meschino, se diventasse preda di un’oligarchia, se rischiasse una deriva estremista, sarei io che l’ho fondata a non riconoscermi più in questo progetto».

Ma è proprio ad un passo dall’intesa che l’accordo salta. Inizialmente Alfano riesce a ottenere la convocazione in serata di un nuovo ufficio di presidenza. L’organo avrebbe dovuto approvare un documento, da mettere ai voti del Consiglio il 16 novembre, in cui sancire la pari dignità delle due componenti nel nascente partito. Magari attraverso la creazione di un organismo collegiale a cui demandare la gestione di Forza Italia, con potere di veto sulle candidature. Ma è sulla decadenza di Silvio Berlusconi che la trattativa si arena. Alla richiesta di separare il destino parlamentare del Cavaliere dal sostegno al governo Letta, Alfano deve incassare il no del presidente. Su pressione dei falchi, l’ex premier si rifiuta di assicurare un appoggio incondizionato all’esecutivo.

Silvio Berlusconi e Angelino Alfano il 1 luglio 2011, quando fu acclamato segretario 

Convinto dai lealisti (e soprattutto dalla sondaggista Alessandra Ghisleri) del resto Silvio Berlusconi è sicuro che il governo di Enrico Letta durerà poco. Difficile ipotizzare un termine, ma da questo momento il Cavaliere avrà le mani libere. Il sostegno all’esecutivo sarà valutato di volta in volta: a partire dalla prossima settimana con l’approvazione in Senato della legge di Stabilità, fino al voto sulla decadenza che sancirà la sua uscita da palazzo Madama. Serve questo passaggio per capire la scelta del leader dei moderati di centrodestra (© Maurizio Lupi) di non scendere a patti con Alfano e i governisti. 

I numeri in mano a Berlusconi non lasciano spazio all’immaginazione: dal suo insediamento a Palazzo Chigi Letta avrebbe perso circa 19 punti nel gradimento degli elettori. Anzi, secondo l’ultimo sondaggio la fiducia sarebbe intorno al 22. «Prodi era al 23» ricorda un senatore pidiellino convinto già da diverse settimane che questo esecutivo «rischia seriamente di fare la fine del governo Monti». Nessuna accelerazione da parte del Cavaliere, certo. A quanto trapela da Palazzo Grazioli Berlusconi non vuole tirare la corda, ma allo stesso tempo preferisce non essere responsabile dei provvedimenti più impopolari che il governo potrebbe approvare nelle prossima settimane (in particolare dopo la bocciatura della manovra da parte della Commissione Europea). Del resto ci sono le elezioni europee alle porte.  

Intanto la storia del Popolo della Libertà, cominciata sul predellino dell’auto di Berlusconi in Piazza San Babila nel novembre 2007, è finita. Una scissione “morbida”, nelle intenzioni del vicepremier. Incontrando i suoi nella sala del palazzo Santa Chiara, in serata Alfano assicura che i nuovi gruppi parlamentari continueranno a sostenere Berlusconi, seppure all’interno del governo. La decisione, per quanto sofferta, viene definita inevitabile. «In Forza Italia hanno vinto gli estremisti» si giustifica. Poi avverte: «Ci attaccheranno, ma non dobbiamo avere paura. Combatteremo per affermare le nostre idee». A breve, raccontano molti, potrebbe così nascere una nuova realtà politica. Alfano potrebbe convergere con i “popolari” guidati da Mario Mauro, che proprio questo pomeriggio hanno sancito l’uscita dal gruppo di Scelta Civica. Con loro anche la pattuglia dell’Udc.

Scenari tutti da verificare, certo. Intanto nel centrodestra la tensione aumenta. Di fatto la scissione nel Pdl non avrebbe potuto essere più traumatica, al contrario delle intenzioni di Alfano. Poco dopo lo strappo, il presidente del gruppo dei senatori del Pdl Renato Schifani si dimette dal suo incarico. Lo segue immediatamente il vicepresidente Giuseppe Esposito. Falchi e colombe continuano a giurare fedeltà a Berlusconi, ma l’atmosfera è quella della resa dei conti. «Da Alfano è venuto un atto gravissimo contro la sua stessa storia e contro Silvio Berlusconi, i nostri programmi e i nostri elettori» attacca il lealista Raffaele Fitto. Le accuse di tradimento e i paragoni con Gianfranco Fini si sprecano. Parole molto più dire arriveranno domani, durante il Consiglio nazionale. 

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