Contro la magistratura Giolitti lottò più di Berlusconi

Il voto sulla decadenza

Decade o non decade? Cosa vota la giunta? Lo salveranno oppure no? Silvio Berlusconi non è il primo politico italiano che resiste in sella nonostante i suoi problemi giudiziari. Molti commentatori hanno fatto un improprio parallelismo con Bettino Craxi, un uomo che incrociò le spade con la magistratura solo nella fase calante e terminale della sua avventura politica.

Chi lottò invece con la magistratura sin dal primo giorno fu Giovanni Giolitti. Cominciò da subito. Con un pericolo di decadenza quasi immediata, poco dopo la sua prima elezione, nel 1882. Motivo: il suo lavoro di consigliere di Stato, per il quale aveva percepito, lavorando per la Commissione Centrale delle Imposte Dirette, venti lire lorde a seduta (pari a 1800 vecchie lire) non dichiarate. Per questo il 13 marzo 1883, sfruttando le assenze di alcuni amici del neoeletto (gli ex ministri Michele Coppino, Marco Minghetti e Quintino Sella), la Commissione dichiarerà il deputato del collegio di Cuneo non eleggibile. Giolitti si difese da quella che definì “una questione morale maliziosa” argomentando che con quel compenso, dato che si portava a casa il lavoro della Commissione,

“lo Stato risparmiò le spese di locale, carta, oggetti di cancelleria, lumi e simili. Non si può non riconoscere essere quello un rimborso non largo di spesa che si proporziona appunto alla quantità del lavoro. Questi fatti risultano dai documenti originali che la giunta ricevette dopo la presentazione della relazione e dei quali non ha potuto più tener conto”.

Il 21 aprile 1883, l’Aula respinse la sua decadenza. All’unanimità e a voto palese. Il caso, che era stato montato dalla stampa piemontese, tra cui spiccava “La sentinella delle Alpi”, si sgonfiò in questo modo. Ma i guai giudiziari dello statista piemontese non erano finiti qua. Il 20 dicembre 1892, durante il primo governo Giolitti, era scoppiato lo scandalo della Banca Romana, una delle sei banche di emissione della valuta circolante, che aveva mostrato come fosse costume diffuso stampare moneta per esigenze di speculazione edilizia (lo spostamento della capitale a Roma aveva scatenato un boom di nuove costruzioni) senza avere la necessaria quantità di riserve auree. Lo scandalo aveva ramificazioni vastissime e toccava funzionari pubblici, deputati, senatori, ministri e anche lo stesso Re Umberto I era indebitato fortemente con la banca. Il governatore della stessa, Bernardo Tanlongo, aveva fatto diversi nomi nell’inchiesta del deputato Napoleone Colajanni, tra cui lo stesso Giolitti e il suo principale rivale, il siciliano ex garibaldino Francesco Crispi. 

Il presidente del consiglio si era opposto a questa inchiesta e aveva tentato di coprire il tutto proponendo la nomina di Tanlongo a senatore del Regno. Ma lo scandalo esplose con forza dirompente. Fu allora che Giolitti decise di istituire la Banca d’Italia. Ma per lui lo scandalo e le accuse che Tanlongo aveva fatto dal carcere erano troppo. Il 24 novembre 1893, arrivarono le sue dimissioni da presidente del consiglio. Gli subentrò però un altro degli accusati, Crispi. E per lui vennero le accuse di corruzione. Scrisse alla figlia Enrichetta che la magistratura, istigata da Crispi, voleva annientarlo “sul piano giudiziario, morale e, conseguentemente, politico”. La satira politica lo raffigurava ormai come il simbolo stesso della corruzione politica, “la volpe di Dronero nel pollaio della Banca Romana”. Dopo un anno in cui i vari processi contro Crispi e la sua cerchia si stavano pacificamente insabbiando, il deputato Giolitti contrattaccò: l’11 dicembre 1894 posò sul banco della presidenza della Camera un faldone di documenti sottratto a uno dei processi: lì, dichiarò solennemente, c’era la Verità sullo scandalo. 

I documenti, su richiesta del deputato radicale Felice Cavallotti e del socialista Filippo Turati, vennero acquisiti. In quel plico emergeva come il presidente del consiglio Crispi fosse al centro di un sistema di corruttela ramificato, non un semplice beneficiario. Ma così facendo, Giolitti si era reso responsabile di sottrazione di documenti su un processo in corso, violando il segreto istruttorio. Per quello, decise di fuggire. Citando il proverbio piemontese: “Quando v’è sentor d’arresto, far valigie presto presto” il deputato di Dronero si rifugiò a Berlino per un mese e mezzo, dalla figlia Enrichetta e dal genero Mario Chiaraviglio, dipendente della Siemens. Da lì scrisse al re una durissima lettera contro la magistratura politicizzata: “I grossi delinquenti in Italia oltre a essere assolti possono coi milioni rubati far processare coloro che li avevano scoperti, denunciati e messi in carcere”.

Prima di partire e di compiere quel gesto clamoroso alla Camera, il 7 giugno 1894 aveva scritto ai suoi elettori del Cuneese: “Voi siete i miei soli giudici della mia condotta politica”. E al sovrano invece scriveva dal suo esilio berlinese: “Se fossimo in un periodo di vita politica normale sarei sicuro che tutti, anche gli avversari, ammetterebbero la correttezza della mia condotta. Oggi non posso e non devo riconoscere altro giudice che voi. Solo mi addolora il dubbio che gli attacchi a me fatti possa distogliere da ora in poi gli onesti uomini di governo dal colpire gli interessi illegittimi quando sono troppo potenti. Se così fosse non tarderemmo a veder sorgere da ogni parte una corruzione la quale travolgerebbe in breve tempo la Corona e il Paese”.

Giolitti tornò in Italia nel gennaio 1895, quando fu sicuro di aver vinto il ricorso in Cassazione contro il Tribunale di Roma, venendogli quindi riconosciuta l’immunità parlamentare per atti che aveva compiuto in veste ministeriale, e il 21 novembre si presentò alla Camera per rispondere di quanto fatto da ministro. La sua difesa venne ritenuta convincente, in quanto aveva agito in primis per salvaguardare la Corona, che era dentro mani e piedi allo scandalo. Mentre Giolitti attendeva  di essere giudicato a maggioranza dall’Aula, il 1° marzo 1896 arrivò la notizia della disfatta di Adua che metteva fine alla carriera politica di Crispi. Giolitti poteva iniziare la sua lunga marcia che l’avrebbe portato a occupare più di chiunque altro, escluso Mussolini, la poltrona di presidente del consiglio. E a proposito di presidenti del consiglio, Silvio Berlusconi, nei giorni che lo portarono a dimettersi per lasciar posto a Mario Monti disse “Davvero, che peccato”, quando gli spiegarono che Giolitti rimaneva il primo ministro più longevo di sempre. E adesso gli resta un altro record da battere: quello di non decadere dalla carica.