
La tempistica, cioè l’arte di trovare il momento giusto – per la discesa in campo, il parricidio, l’assalto alla dirigenza – è una delle regole essenziali della politica. Gianfranco Fini ha sempre mancato il suo momento, pur godendo del privilegio di essere stato pupillo almirantiano. Da Mussolini “più grande statista del secolo” alla persecuzione degli ebrei “male assoluto” (e non il fascismo, ha precisato a distanza di anni), fino ad arrivare alla deriva delle immersioni subacquee a Giannutri versione “mare assoluto”. Dall’Msi ad An senza un’autentica conversione del movimento. Da Berlusconi alleato di governo a Berlusconi “corruttore”, passando dal “che fai, mi cacci?”.
Fini s’è fatto una piroetta ed è salito sul carro degli sconfitti; il finismo voleva essere rottamazione berlusconiana, concepimento e parto di una destra che fosse indipendente da Arcore e dalle Santanchè e dai Dudù che sarebbero arrivati. Futuro e Libertà iniziò a scricchiolare fino a crollare quando, nell’ansia comprensibile di darsi classe dirigente che non c’era, Fini e colonnelli imbarcarono in giro per l’Italia un bel po’ di trombati pidiellini, peraltro neanche troppo di lusso. Adesso Fini è tornato, più castano che biondo, tendenza Michele Santoro quando si dette una schiarita alla chioma, dopo aver già attraversato l’epoca del colorito di pelle arancione e dei cravattoni con il nodo da venditore di pentole.
È tornato con un’intervista al Corriere della Sera, un libro e qualche passaggio televisivo. È stato “in famiglia. Mi sono goduto le mie figlie. Ho letto più libri quest’estate che in tutti questi anni. Ne ho anche scritto uno”, dice Fini al Corsera (toh, ecco uno che scrive più libri di quelli che legge). Dice che adesso ha una nuova fondazione Liberadestra, dice che “dobbiamo ripartire dal programma, non dall’identità. In Italia, come abbiamo sperimentato, la ‘destra repubblicana’ della legalità e della responsabilità è debole’”. Fa il tifo per Matteo Renzi – spiega a Lucia Annunziata a “In mezzora” – perché il sindaco di Firenze “ha ben chiaro che alcuni cascami ideologici che ci sono nella sinistra vanno archiviati. Ci riuscirà? Speriamo”.
Siamo lì, alla rottamazione con i candidati degli altri; siamo lì, ai consigli per gli avversari, alla consulenza d’idee per la sinistra, mentre la destra si frantuma in fondazioni e associazioni e convention (“Prima l’Italia” di Gianni Alemanno; l’“Officina” dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto; “Ripartire da An” di Roberto Menia, Francesco Storace e Adriana Poli Bortone). La destra s’è ammalata di sinistrismo e scissionismo, bada al proprio particulare, al proprio capello castano santoriano. E forse aveva ragione Marco Tarchi nel 1994 quando, da teorico post-fascista della Nuova destra e propugnatore delle idee di Alain De Benoist, in un’intervista al Corriere della Sera disse che “Alleanza Nazionale è un’operazione troppo affrettata. Il Msi ha avuto quarantotto anni di tempo per fare i conti con il proprio passato, e non li ha mai fatti. Adesso non può cambiare rotta di colpo, due mesi prima di una scadenza cruciale (le elezioni politiche del 1994, ndr). Ha troppo il sapore di un maquillage strumentale, che nasconde malamente le rughe”. Stavolta, al posto delle rughe, c’è la tintura castana a coprire i capelli bianchi del gran ritorno.