
Certo, dallo scorso febbraio il nome dello Zecchino d’Oro è ormai indissolubilmente legato alla mitica — pardon, mitologica — apparizione “giovanile” di Oscar Giannino.
Non molti sanno, però, che la manifestazione (la 56esima edizione è in programma a Bologna dal 19 al 23 novembre) è stata anche terreno di prova, nonché di sfida, per tanti big della canzone d’autore italiana, che qui hanno spesso lasciato tracce sottili, ma chiare, della propria poetica.
Chi ricorda, per esempio, che a firmare testo e musica di Nonni nonni (edizione 2002), assieme ad Alberto Messini, fu l’indimenticato Lucio Dalla? Se ne intravvede il tocco d’autore nella narrazione leggera, ma per niente banale, che ritrae due nonni ossessionati dall’idea di nutrire il nipotino oltre ogni limite, ma poi teneramente corretti dal piccolo: Nonno nonno bevi tu il vino / Io voglio solamente starti vicino / Nonna nonna, no le banane / Mi basta unicamente volervi bene.
E chi ricorda che in quella stessa edizione si aggiudicò il primo premio la canzone scritta, tra gli altri, da Edoardo Bennato, sempre in fissa con la tematica delle stelle? È davvero bella (ascoltare per credere) Lo Stelliere, la canzone dell’uomo che di mestiere accende le stelle, e cioè, fuor di metafora, i sogni, con tanto di inconfondibile armonica introduttiva: Abito nel cielo dall’altra parte della luna/ Dove volano i sogni in cerca di fortuna/ Accendere le stelle è questo il mio mestiere/ Io di notte faccio… lo stelliere.
Nella stessa edizione era in gara un altro grande della musica d’autore, Bruno Lauzi, che per l’occasione scrisse La gallina brasiliana. Era già “stato” allo Zecchino nel 1977 con La buona volontà e non, come molti erroneamente credono, con la celeberrima e bellissima La Tartaruga, canzone sì per bambini ma mai presentata allo Zecchino.
C’era stata, qualche anno prima, un’altra “gloriosa” edizione: quella del 1990, in cui si sfidarono i testi di autori del calibro di Fabio Concato, Pino Daniele, Enrico Ruggeri e Mario Lavezzi. Vinse il brano scritto da quest’ultimo assieme ad Alberto testa, E nelle onde che baraonde, ma anche gli altri lasciarono il segno.
È lieve L’ocona sgangherona di Concato, ritratto in musica di un’oca comodona che un giorno decise, tra lo scetticismo di tanti, di mettersi in viaggio e tentare una svolta che arrivò con la scoperta dell’ambiente ideale, l’acqua. «Morbida e larga come una poltrona» è il verso che la ritrae prima del viaggio, da tutti sottostimata; «Morbida è l’acqua come una poltrona» è il verso (si noti il gioco di suoni) che invece la consacra soddisfatta nel nuovo ambiente acquatico.
Nello stesso anno Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone, a tre anni dal successo sanremese di Quello che le donne non dicono, lavorarono in tandem per scrivere rispettivamente testo (Ruggeri) e musica (Schiavone) de La canzone dei Colori. Su quel quadro vuota / tutto il pennarello che hai / l’antenato è diventato un samurai. Guarda come è grande / quel signore sopra il parquet / sarà un gigante che difende solo me / anche me.
Portano la firma di Pino Daniele testo e musica (notevole soprattutto quest’ultima) di Tegolino, il piccolo personaggio immaginario che guarda il mondo dai tetti, con il sogno e la speranza di poterlo cambiare.
Anche il 1987 fu un’annata di grandi firme. E forse, se c’è una canzone scritta da un noto cantautore che ha davvero fatto la storia dello Zecchino d’Oro, si tratta proprio di quella che trionfò in quell’edizione: Canzone Amica, scritta da Enzo Ghinazzi (in arte Pupo), cantata e ricantata anche negli anni a venire e insegnata per anni nelle scuole elementari di mezza Italia.
Anche Toto Cutugno (a quanto pare, per una volta, non si classificò secondo) scrisse per quell’edizione Oh mamà, papà. Si nota subito la sua mano nell’affresco dei tempi in pieno stile “l’italiano vero”. Siamo noi i ragazzi delle stelle, / ma le favole non son più quelle. /Biancaneve non ha più fortuna, / c’è Gig Robot e Mazzinga sulla luna. / Gomma americana e cocacola, / Ma il latino poi si studia a scuola. / Passa il tempo, corre troppo in fretta; / il tempo delle mele /è qui che già ci aspetta.
Qualche anno più tardi, nel 2005, è toccato a Biagio Antonacci, con un testo basato su una metafora calcistica, Il mio cuore è un gran pallone. Il mio cuore è un gran pallone / che se calci porta libertà, / com’è bello, ha colori, / come i fiori che nascono qua e là. / E i potenti, uomini grandi / e i cattivi senza pietà / nel vedere il mio pallone / capiranno l’amore che cos’è.
Qualcuno ha addirittura prestato la propria arte creativa per la trasposizione italiana di testi in altre lingue. È il caso di Renato Zero, autore della “traduzione creativa” de Il Nostro Festival (la canzone originale, presentata nel 2004, è tedesca): Corriamo tutti al Festival/ Il mondo è tutto là / è una bugia magnifica, Bambini di ogni età. / Portate il cuore al Festival, /Svegliate la poesia. / Se segui questa musica, Mai più malinconia!
Per la composizione delle musiche, invece, si è data da fare gente come Roby Facchinetti, che nel 2002 ha composto le musiche di Marcobaleno, Grazia Di Michele, Il mio fratellino a distanza (2003) e Amedeo Minghi, Il Gatto mascherato (2011).
Ma non solo i cantautori hanno creato per lo Zecchino. Si è prestato al ruolo anche Lino Banfi, che per l’edizione del 1991 ha scritto Bambinissimi Papà, scelta l’anno dopo come colonna sonora del film di Mario Monicelli, Parenti serpenti. E a proposito di commedia italiana, tra gli autori dello Zecchino figurano anche Castellano e Pipolo (il celebre duo di registi e sceneggiatori), autori della simpaticissima La nonna di Beetovhen (1993).
Ciascuno, negli anni, ha portato il proprio modo di fare musica o cinema, come emerge con chiarezza o in filigrana, ma tutti hanno fatto lo sforzo di adattarsi allo stile dello Zecchino: i suoi slanci idealistici, il suo frequente accento didascalico, le sue narrazioni favolistiche. E su quest’ultimo punto, neanche a dirlo, torna alla mente il mitico — pardon, mitologico — Oscar Giannino.