In Italia 5 milioni di persone non hanno da mangiare

Verso la Colletta Alimentare

L’emergenza è nazionale, attraversa il Paese da nord a sud come le catene montuose e le linee ferroviarie. È una guerra silenziosa che si combatte tutti i giorni sulla pelle dei cittadini e nel silenzio dei media. La vera “decadenza” dell’Italia è che, dopo Grecia e Bulgaria, siamo il Paese europeo più esposto al rischio della povertà alimentare. Le trincee si chiamano Banco alimentare, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, mense ed enti di carità, con migliaia di volontari che si muovono nel solco di una recessione le cui conseguenze gravano in primis sull’intensità del disagio economico nostrano. 

Il presidente dell’Istat Antonio Golini in audizione al Senato snocciola un dato che parla più di tutti: dal 2007 al 2012 il numero di individui in povertà assoluta è raddoppiato da 2,4 a 4,8 milioni, la metà dei quali risiede nel Mezzogiorno. Nell’ultimo anno l’aumento si estende anche a fasce di popolazione che tradizionalmente presentano una diffusione del fenomeno molto contenuta grazie al tipo di lavoro svolto o al secondo reddito del coniuge. Se non bastasse, recentemente è arrivato pure l’allarme della Commissione Europea: «In Italia la povertà e l’esclusione sociale hanno registrato un forte incremento».

Il Banco alimentare ha lanciato la campagna di comunicazione “Emergenza Alimentare”. I numeri? Più di 4 milioni di persone soffrono di povertà alimentare in Italia, un popolo cresciuto del 47% dal 2010, il cui 10% (428.587) è rappresentato da bambini che hanno meno di cinque anni. Se le propozioni sono queste, verrebbe naturale pensare che la povertà fa notizia. «Colpisce un po’ ma ne parliamo solo noi del mondo no profit che viviamo la difficoltà nel quotidiano», spiega Marco Lucchini, direttore generale della Fondazione Banco alimentare. Eppure le cifre sono quelle di una calamità sociale: «I quasi cinque milioni di persone in povertà assoluta citati dal presidente Istat si traducono in problemi alimentari, di questi il 70-80% sono cittadini italiani, dunque la vicenda è più vicina a noi di quanto non sembri». Il primo dato che balza all’occhio è il rapido incremento della povertà negli ultimi anni, quelli della crisi: «La povertà c’è sempre stata, fino al 2008 le cifre si attestavano sempre intorno ai tre milioni al massimo, mentre in un tempo così breve il numero degli indigenti si è incrementato velocemente sui beni di prima necessità, più andiamo avanti e più cresce toccando fasce di popolazione quasi insospettabili».

Nelle dichiarazioni di politici ed economisti si parla di ripresa, di una luce in fondo al tunnel. Il peggio è passato? Macchè. «Il problema della povertà in Italia esploderà in primavera quando verranno a mancare i prodotti dell’Ue». A lanciare l’allarme è il presidente del Banco alimentare Andrea Giussani. Il perché lo spiega Lucchini a Linkiesta: «Finirà il programma Pead (Programma per la distribuzione di derrate alimentari agli indigenti) dell’Unione europea che si basava sul recupero delle eccedenze agricole. Arriverà un altro progetto, il Fead (Fondo di aiuti europei agli indigenti) che è un fondo di inclusione sociale: oltre agli aiuti alimentari ci saranno altri beni materiali e verrà inserito il tema dell’housing sociale. Ma servirà un tempo tecnico di assimilazione delle nuove modalità di una macchina certamente complessa. D’altronde è coinvolta tutta la rete con decine di migliaia di soggetti e occorrerà almeno un anno di tempo per “imparare la lingua”. Intanto l’onda lunga della povertà non si arresta, anche per questo abbiamo chiesto al governo di preparare un fondo di aiuti alimentari utilizzabili in tempi rapidi, altrimenti non faremmo in tempo a rispondere all’emergenza».

In questo dramma dai numeri in crescita, qual è il ruolo dello Stato? «Noi e gli altri enti no profit – spiega Lucchini – facciamo il pronto soccorso, cioè l’accoglienza, dopodiché occorre un lavoro di degenza e si rende indispensabile la presenza dello Stato per affrontare i macrotemi come il lavoro e la casa. Spesso invece lo Stato punta ad allargare il pronto soccorso. Presentando il Sia, (Sistema d’inclusione attiva) il viceministro Guerra ha detto “finalmente delle politiche contro la povertà” e io mi son permesso di aggiungere: “Finalmente delle politiche pubbliche”. Fino ad oggi infatti, le politiche sono state attuate dai singoli e se ora chiudessero tutti i no profit le strade si riempirebbero di quattro milioni di persone pronte a saltare addosso ai governanti. Da problema sociale, quello del cibo si trasformerebbe in guerra civile: d’altronde già i numeri di oggi sono enormi, basta un niente per scatenare l’inferno. E un affamato diventa cattivo soprattutto se non è abituato».

Rispetto all’emergenza alimentare che s’ingrossa, il direttore del Banco rilancia: «Stiamo suonando il campanello d’allarme, ma non possiamo aspettare che il letto esca dal fiume per poi discutere di eventuali colpe. Bisogna prevenire, cercando la collaborazione di tutti per costruire un argine partendo dall’alto verso il basso, magari con una semplificazione normativa tale per cui il contributo del cittadino sia semplice, con percorsi trasparenti che invoglino a partecipare. Oggi il mondo del no profit è burocraticamente normato per far passare la voglia di fare volontariato. In certe situazioni per poter fare il volontario servono corsi haccp o conoscenze sui pericoli di inquinamento atomico che neanche i marines americani…»

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai sei milioni di tonnellate annue di eccedenze generate dalla filiera agroalimentare (per un valore economico di 13 miliardi di euro) e le oltre cinque milioni di tonnellate di spreco alimentare. I numeri della ricerca realizzata da Fondazione per la sussidiarietà e Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen Italia testimoniano un piatto ricco di opportunità, eppure solo il 6,4% dell’eccedenza viene donata ai food bank. «Noi come Banco alimentare – spiega Lucchini – recuperiamo tutti i giorni dall’industria, dall’agricoltura e dalla ristorazione una piccola parte rispetto a questo potenziale straordinario». 

Le cause di generazione delle eccedenze sono le più disparate, come il raggiungimento della sell-by date interna degli alimenti o la non conformità del prodotto agli standard estetici richiesti, fino ai resi per invenduto. Se nella fase di trasformazione industriale viene sprecato il 44,7% dell’eccedenza alimentare e nella fase di distribuzione si perde il 92,5%, presso il consumatore lo spreco sfiora il 100% dell’eccedenza. D’altra parte esistono limiti oggettivi all’attività di salvataggio: «Bisogna tener conto della fungibilità intrinseca ed estrinseca di quello che andiamo a recuperare. La prima dipende dal tipo di cibo e dallo stadio di trasformazione in cui si trova, mentre la fungibilità estrinseca concerne la capacità di recuperare il prodotto». 

I numeri non ingannino. «Recuperare le eccedenze – prosegue Lucchini – non è un gioco da ragazzi, dietro c’è un lavoro immenso anche rispetto al bene particolare di cui si parla e al destinatario, che è sempre una persona. Poi c’è l’impegno logistico: per recuperare cibo da trenta mense aziendali noi abbiamo bisogno di sessanta volontari e quattro furgoni refrigerati». Dal 2003 con il progetto Siticibo il Banco Alimentare recupera cibo fresco e cucinato da mense, catering e ristorazione in 320 città: fino ad oggi sono stati “salvati” 798.399 kg di pane, 891.572 di frutta e 2.664.908 porzioni di piatti pronti. Una goccia nell’oceano di sprechi ed eccedenze che continuano a fare a cazzotti col mare magnum della povertà alimentare. Intanto un primo passo arriva dai palazzi della politica, con il ministro della Salute Beatrice Lorenzin che annuncia: «Nella legge di stabilità sono state introdotte nuove disposizioni per integrare la legge del Buon Samaritano del 2003 al fine di favorire la distribuzione gratuita degli alimenti provenienti dalle mense in favore degli indigenti». D’altronde, ripetono dal Banco alimentare, «c’è bisogno del contributo di tutti, dalle istituzioni ai singoli cittadini».

Sono i singoli, in primis, a dare un senso alla giornata nazionale della Colletta Alimentare, giunta alla diciassettesima edizione. Sabato 30 novembre in diecimila supermercati d’Italia i volontari con la pettorina gialla inviteranno i clienti a donare parte della propria spesa per i più poveri. Cibi in scatola, prodotti per l’infanzia, olio e pasta che poi verranno distribuiti alle 8.800 strutture caritative assistite dal Banco alimentare per un gesto di carità popolare che ricompatta il Paese reale nel momento di massima allerta.

Incalza Lucchini: «La Colletta è un esempio di collaborazione partita dal basso, da due persone di ieri ai 150.000 volontari di oggi, cui si aggiungono i cinque milioni che partecipano all’evento facendo la spesa. È un gesto in cui non si incolpa nessuno né si cercano responsabilità, ma ci si invita reciprocamente a un’esperienza concreta. Non è tempo per i proclami, servono azioni che facciano venir voglia di costruire e questo è il contributo che vorremmo dare, includendo tutti». Sabato 30 novembre i supermercati saranno luogo di confronto in cui misurare l’esperienza di una solidarietà che permette di guardarsi negli occhi, con lo slogan del Banco che torna prepotentemente d’attualità: «Condividere i bisogni per condividere il senso della vita».