L’anno prima della tempesta

Un secolo fa

In uno dei suoi testi più famosi, il filosofo tedesco Walter Benjamin parte da un quadro che l’amico Paul Klee gli aveva regalato e che si chiama Angelus Novus e spiega in poche centinaia di battute che cos’è la Storia. Nell’immaginazione di Benjamin, che era un marxista, ma anche un po’ un mistico, la Storia è un angelo terrorizzato, ha gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali spalancate. Il suo sguardo terrorizzato è rivolto all’indietro, mentre un gran vento, una bufera che noi chiamiamo progresso – dice con grande incisività Benjamin – lo trascina via.

«Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti», scrive Benjamin, «egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi.» L’angelo vorrebbe ridestare i morti e ricomporre tutte quelle macerie, ma la bufera del progresso non glielo permette, portandolo via, verso il futuro, verso l’ignoto. Il dramma dell’angelo è quello dell’uomo, il veder sfuggire il tempo senza scampo, il perdere incessantemente – e per destino, quindi ineluttabilmente – tutto ciò che incontra sul suo cammino.

Se racconto questa storia è perché, leggendo 1913, di Florian Illies, appena uscito per Marsilio, ho pensato subito all’angelo della storia di Benjamin, a tutte quelle macerie che gli si stagliano davanti agli occhi, a quella sua volontà di mettere insieme tutto per capirci finalmente qualcosa. E ho pensato che in qualche modo questo libro ci riesce. E ci riesce accumulando aneddoti, raccontando dettagli laterali, costruendo una fitta rete di rimandi e rendendo nuovamente umani i personaggi che la Storia ha messo in formalina.

All’inizio, questo grande romanzo della Storia provoca un gran senso di vertigine. È un vero vortice, che assorbe il lettore e lo trascina pagina dopo pagina, aneddoto dopo aneddoto, mentre davanti ai suoi occhi, piano piano, si compone un immenso puzzle, la storia un intero anno, il 1913, tra i più decisivi della storia recente: l’anno prima della tempesta, come dice il sottotitolo. È l’orlo di un precipizio, di un baratro che si chiama Prima guerra mondiale, ma, soprattutto, che si chiama Novecento, il secolo più breve, ma anche più incredibile della storia dell’umanità.

Nei primi anni del XX secolo, nelle arti e nelle scienze era successo di tutto, praticamente in ogni campo. Con la relatività si era frantumato il tempo, con la psicanalisi l’Io, con il futurismo e il cubismo le forme della rappresentazione artistica, nei Dubliners James Joyce usa per la prima volta il monologo interiore, spaccando l’Io anche nella letteratura, mentre nel mondo musicale si pongono le basi della dodecafonia. Un secolo iniziato così non poteva che essere pazzesco.

Ma torniamo al libro. Perché l’anno prima della tempesta inizia col botto:

È il primo istante del 1913. Un colpo echeggia nella notte scura. Si sente un clic, le dita si tendono sul grilletto ed ecco l’eco sorda di un secondo sparo. La polizia allertata arriva in fretta e arresta subito il cecchino. Si chiama Louis Armstrong.

Il dodicenne di New Orleans voleva dare il benvenuto al nuovo anno con una pistola rubata. La polizia lo mette in cella e il 1° gennaio lo spedisce di prima mattina in riformatorio, nel Colored Waifs’ Home for Boys. È così turbolento che il direttore dell’istituto, Peter Davis, non sa che pesci prendere e istintivamente gli mette in mano una tromba (ma avrebbe tanto voluto dargli un paio di ceffoni). Ed ecco che Louis Armstrong d’un tratto ammutolisce, prende lo strumento quasi con delicatezza e sente di nuovo il freddo metallo sotto le dita che la notte precedente giocavano ancora nervose con il grilletto della pistola, ma, invece di uno sparo, nella stanza del direttore strappa già alla tromba i primi suoni caldi e selvaggi. 

Dettagli sconosciuti, pieghe della Storia, coincidenze che fanno credere che il caso proprio non esista o che, se esiste, è parecchio burlone. Come quando, per esempio, a febbraio fa incrociare nello stesso parco di Vienna due dei protagonisti dei successivi 40 anni, dimostrando che ogni tanto le coincidenze della Storia mettono i brividi:

A Vienna Stalin resterà quattro settimane. Mai più lascerà la Russia per così tanto tempo, un secondo lungo viaggio all’estero lo porterà trent’anni dopo a Teheran, i suoi interlocutori si chiameranno Churchill e Roosevelt (nel 1913 il primo era ministro della Marina, l’altro senatore a Washington, impegna- to nella lotta contro il disboscamento delle foreste americane). Raramente Stalin lascia il suo rifugio segreto dai Trojanovskij, in Schönbrunner Schloßstraße numero 30, è troppo occupato a scrivere Il marxismo e la questione nazionale, un saggio che gli ha commissionato Lenin. Solo qualche volta, nel primo pomeriggio, va a sgranchirsi le gambe nel vicino parco del castello di Schönbrunn seppellito, freddo e in bell’ordine, nella neve di gennaio.

[…]

Stalin attraversa il parco, riflette, il sole sta già tramontando. A quel punto gli viene incontro un uomo anche lui a passeggio, ventitré anni, pittore fallito al quale l’accademia ha rifiutato l’ammissione e che adesso ammazza il tempo nel dormitorio pubblico maschile di Meldemannstraße. Aspetta, come Stalin, la sua grande occasione. Si chiama Adolf Hitler. Forse i due che, stando ai racconti dei conoscenti dell’epoca, andavano volentieri a passeggio nei giardini di Schönbrunn, una volta si saranno scambiati un saluto cortese sollevando il cappello, mentre in quel parco infinito le loro strade si incrociavano. L’epoca degli estremi, il breve, terribile xx secolo, comincia a Vienna un pomeriggio di gennaio dell’anno 1913. Il resto è silenzio. Nel 1939, quando Hitler e Stalin strinsero il loro fatidico «patto», non si incontrarono neppure. Non erano mai stati tanto vicini quanto in quei pomeriggi di gennaio freddi da morire, nel parco di Schönbrunn.

Si potrebbe andare avanti parecchio, perché 1913 è un flusso inarrestabile di fatti, di persone, di incontri, di traiettorie che si sfiorano e in cui tutto tiene. E tiene tanto, come se fosse un romanzo, appunto, tanto che nessuno si stupisce quando, arrivati quasi a fine anno, al 14 dicembre, si scopre che, proprio quel giorno della fine del 1913 nacque un tale Werner Stein, inventore della storiografia sincronottica, un metodo che somiglia parecchio a quello utilizzato da Illies:

La sua «sinossi culturale» cercherà di classificare, a partire dal 1946, l’intera storia dell’umanità attraverso una panoramica annuale. 

Il caso non esiste.