
Dell’umana, troppo umana amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, che entrambi continuano a rivendicare in una vicenda in cui neppure si capisce chi sia vittima di chi, si potrebbe parlare con quella generalizzata presunzione di colpevolezza, che è il marchio di fabbrica di “Report” e delle sue cosiddette inchieste.
Infatti nel piatto ricco di quel sospetto che è l’anticamera della verità – come un cattivo maestro ha insegnato e legioni bipartisan di discepoli hanno imparato – ci si è subito ficcata la stampa di destra, che di Ranucci condivide il metodo e il costume, ma purtroppo non la fortuna e dunque gongola nella schadenfreude per l’inciampo dell’invidiato e vieppiù detestato modello.
Poi, visto che, come scriveva Sciascia, le uniche cose sicure in questo mondo sono le coincidenze, quella che unisce Lavitola e Ranucci nella storiaccia di bombe e di amicizia ha qualcosa di fenomenale per pertinenza e precisione, essendo stato il giornalismo del primo una variante, anzi un’anticipazione di quello del secondo e non potendosi neppure escludere che la strana amicizia del campione delle mani pulite con il faccendiere dalla coscienza sporca sia nata da un’autentica corrispondenza morale e sentimentale. Chissà se è così, ma ci piace comunque pensarlo.
Perciò, mentre Ranucci nelle sue interviste indica piste di ogni tipo – ex agenti segreti, trafficanti d’armi, famiglie mafiose – senza spiegare cosa c’entrerebbe l’amico Lavitola con i disegni dei suoi nemici, e mentre tutti si domandano cosa ci sia dietro la bomba fatta esplodere il 16 ottobre 2025 a Torvaianica (prima o poi lo scopriremo o forse anche no), potremmo cogliere più utilmente l’occasione per domandarci cosa ci sia davanti, non dietro al fenomeno Ranucci.
Cos’è il giornalismo che fa notizia e spettacolo di sé stesso? Davvero va riconosciuto imprescindibile valore civile all’infotainment cospiratorio del ceto medio riflessivo, alle primizie scandalistiche dispensate ai golosi palati del moralismo progressista, all’adulterazione della storia grande e della cronaca minuta per ragioni di cassetta, dissimulate nelle insopportabili retoriche da cani da guardia del potere in servizio permanente effettivo?
Ranucci è quello che dà come notizia qualcosa che non lo è – solo perché se ne chiacchiera come di una maldicenza potenzialmente esplosiva – e così ce la fa ufficialmente diventare, con la clausola che, perbacco, dobbiamo ancora verificarla, però ve la diamo in anteprima perché non vi nascondiamo niente.
Ranucci è l’ideologia della trasparenza totale, cioè della malevola sceneggiatura dei torbidi privati di ogni vicenda pubblica, trasformata in format mediatico e in vera e propria agorà democratica alternativa a quella dei partiti, delle istituzioni e dell’informazione ancora trattenuta da scrupoli deontologici e indisponibile alla compravendita di quei pacchetti all inclusive di segreti e fregnacce, indistinguibili gli uni dalle altre, che dà gioia e soddisfazione al pregiudizio assortito dei fanatici dell’informazione contro.
Qualunque cosa emerga dalle indagini sull’attentato e sull’amicizia pericolosa tra Ranucci e Lavitola non mostrerà in realtà nulla di Ranucci, che anche prima non si potesse vedere, sfoderando gli occhi dal prosciutto della venerazione per l’icona del grande giornalista.