Crisi dei padroncini: lobby, concorrenza sleale e costi

Camion e forconi

La protesta non si ferma. Coi forconi sfilano agricoltori, disoccupati, ambulanti e studenti, ma nella marcia confusa del popolo arrabbiato si incontra pure una fetta di autotrasportatori. Ci sono anche loro che con i camion delineano quotidianamente l’ossatura del commercio nostrano. «Se ci fosse un vero fermo dei 500.000 automezzi attualmente presenti nel nostro paese, oggi i negozi sarebbero vuoti e la penisola paralizzata». D’altronde il trasporto su gomma la fa da padrona con oltre il 90% della merce trasportata nella pancia dei tir. Dentro ai bestioni della strada c’è di tutto: alimenti, farmaci, mobili, giornali, benzina, carichi pesanti. Eppure loro, i padroncini, si sentono sempre più schiavi di un sistema in caduta libera che li divora fino a spremerli. Sono in molti a porsi la fatidica domanda: meglio imprenditori o dipendenti? «La categoria è esasperata», spiegano nel bel mezzo dei blocchi stradali. «Ieri con una ditta ci mantenevi una famiglia, costruivi la casa e facevi studiare i figli. Oggi tra spese che aumentano e commesse che calano, si rischia di chiudere baracca nel giro di pochi anni, se non mesi».

Il caro carburante pesa più che mai: dal 2008 il costo del gasolio è aumentato annualmente del 20% e incide per un terzo sul fatturato di realtà che quasi sempre sono microimprese. Si aggiungano i costi di manutenzione, le polizze assicurative, i pedaggi autostradali e le tasse, «con i costi vivi che spesso superano il guadagno di un singolo trasporto». Imperversa pure la concorrenza sleale dei vettori stranieri, dove si guida anche per quindici ore al giorno in barba ai regolamenti che prevedono un riposo di quarantacinque minuti ogni quattro ore e mezza di guida. Arrivano dall’Est dove sventolano le bandiere di Slovenia, Turchia e Romania. Autisti sottopagati che corrono al volante con stipendi inversamente proporzionali alle ore di lavoro prestate e il calcolo diventa impietoso: la paga di un trasportatore rumeno è del 40% più bassa rispetto a quella del corrispettivo italiano. 

Nell’analisi dei costi delle imprese di autotrasporti, il Comitato Centrale dell’Albo degli Autotrasportatori rileva nel 2011 «un forte divario» tra costo chilometrico in Italia e costo chilometrico negli altri paesi europei. Da noi si stima un esborso di 1,579 euro a chilometro, superiore dell’11-12% a quello di Germania e Francia, del 29% rispetto alla Slovenia, del 42% nei confronti di Ungheria e Polonia e di circa il 78% rispetto alla Romania, il paese con il costo minore tra quelli considerati. Spiega a Linkiesta Pasquale Russo, segretario generale di Conftrasporto: «Ridurre il costo del lavoro è un elemento necessario per riacquistare competitività, ma allo stesso tempo è un problema di natura sistemica che non riguarda solo il comparto dell’autotrasporto, aspettiamo risposte dal governo».

In Italia le imprese monoveicolari sono la maggioranza e rispondono alle direttive dei padroncini, imprenditori di se stessi e del loro unico camion. Su un totale di 101.000 aziende, oltre 70.000 sono microimprese che impiegano fino a cinque autoveicoli. Il leitmotiv della crisi è un grido di dolore: «Mancano le commesse», dal 2008 c’è stato un calo del 30% che ha portato «conseguenze devastanti per la categoria». Molte ditte hanno abbassato le serrande per via dei ritardi nei pagamenti da parte dei committenti, oppure sono finite nell’effetto slavina della chiusura di medie e grandi imprese, senza contare l’impennata dei costi di gestione. I dati diffusi somigliano a un bollettino di guerra, con la segretaria della Cna-Fita Cinzia Franchini che avverte: «Negli ultimi sei mesi hanno chiuso venticinque imprese al giorno che posseggono meno di cinquanta mezzi». Nel 2012 le aziende monoveicolari erano 50.000 e nello stesso anno cinquemila hanno chiuso i battenti con decine di migliaia di dipendenti a rischio licenziamento e altri in cassa integrazione. Al conto dei dannni il presidente di Trasporto Unito, Franco Pensiero, aggiunge: «Ogni mezzo immatricolato in Italia è gravato da un indebitamento medio di 31.000 euro».

La moria silenziosa del comparto fa il paio con la congiuntura economica attuale e i problemi strutturali di un paese in declino. Si soffre in tutta Italia, senza distinzione di aree geografiche o settori merceologici. Nel solo 2012 l’autotrasporto in Liguria ha perso 3.000 occupati. Scendendo verso il centro, la provincia di Pesaro aveva una delle flotte più consistenti di automezzi pesanti per numero di abitanti. Qui tra distretto del mobile, manifattura, nautica e agricoltura, l’autotrasporto non ha mai conosciuto crisi continuando a crescere con il fiorire delle pmi sul territorio. Poi dal 2008 l’accelerazione verso il baratro: nel giro di quattro anni trecento imprese hanno cessato l’attività su un totale di 1600 nel pesarese. E oggi, denunciano gli operatori del settore, «il mercato è quasi alla paralisi». 

In questo scenario si inseriscono le proteste dei forconi e tra le sigle sindacali della categoria infuria la polemica. Cinzia Franchini è la presidente della Fita, che rappresenta il 30% degli autotrasportatori italiani: «Se volessimo davvero bloccare il paese basterebbe un attimo». E invece «Trasporto Unito sta portando avanti da solo un tentato fermo pregiudicando le istanze dell’autotrasporto con movimenti di contestazione di altro genere». La Franchini ci mette la faccia da mesi e in questo lasso di tempo ha ricevuto lettere anonime con minacce e proiettili, fino al messaggio più inquietante: «Viva i forconi, viva la mafia». Oggi si dice convinta che dietro ai movimenti di piazza ci sia una «regia politica, è impossibile portare tanta gente dal nulla, senza denaro. Qualcuno interessato al disordine ha finanziato i forconi». La chiosa è netta: «Chi legittima questi personaggi distrugge il lavoro di chi prova a cambiare le cose».

Considerata sigla sindacale minoritaria, Trasporto Unito abbraccia la piazza dei forconi: «Noi facciamo rappresentanza di interessi, ma tutti insieme protestiamo contro questo modo di far politica», spiega a Linkiesta il segretario generale Maurizio Longo. Da nord a sud lo sciopero prosegue tra tir lumaca e concentramenti alle porte dei capoluoghi. Unatras, l’alleanza tra le sigle sindacali che comprende il 90% degli iscritti e annovera, tra gli altri, Cna-Fita, Confartigianato Trasporti e Fai-Conftrasporto, ha detto no allo sciopero selvaggio. «Le manifestazioni di questi giorni nulla hanno a che fare con la tutela del mondo dell’autotrasporto», ripetono in coro. Dal canto suo Trasporto Unito dichiara 10.200 imprese aderenti, 58.000 camion e 64.000 addetti, rilanciando la protesta degli autonomi: «Abbiamo fatto molte richieste a costo zero per il nostro settore che il governo non ha accettato, mentre gli altri sindacati fanno parte delle confederazioni ed esprimono gli interessi dei committenti, non dei trasportatori». Intanto dal ministero assicurano di aver rispettato le istanze degli operatori: «È stato mantenuto il recupero dell’accisa sul gasolio, è stato rifinanziato il sostegno al settore ed è stato aperto un tavolo di confronto per i problemi degli autotrasportatori delle isole». Nei prossimi giorni sono previsti altri incontri con le sigle che fanno riferimento a Unatras.

Quelli di Trasporto Unito chiedono pagamenti a trenta giorni, perfezionamento dei costi minimi, reale remunerazione delle attese al carico/scarico, ma soprattutto la rottamazione dell’albo degli autotrasportatori. Per iscriversi all’Albo, incardinato nella struttura del ministero, occorrono i requisiti di onorabilità, idoneità professionale e finanziaria che si traduce in una disponibilità di novemila euro qualora si detenga un solo autoveicolo, cinquemila per ogni altro mezzo aggiuntivo. Il Comitato centrale per l’Albo degli autotrasporti, denuncia Trasporto Unito, «rischia di diventare una lobby con funzioni di consulenza sui progetti normativi pagata con i soldi degli autotrasportatori, gestendo somme che pur essendo destinate a tutto il comparto arrivano solo a una parte di esso». 

Spiega Longo a Linkiesta: «Le direttive europee ci hanno imposto l’istituzione del REN (Registro Elettronico Nazionale) a cui le imprese del nostro settore devono iscriversi, così non ha più senso l’albo del ministero che diventa un doppione e un costoso carrozzone da mantenere». L’istituto del dicastero costa 16 milioni di euro all’anno, «otto dei quali sono versati dagli autotrasportatori, basti pensare che un’azienda di cento pezzi (ad esempio semirimorchi e trattori) deve pagare 4.400 euro annui per l’albo più altri quattrini per il registro elettronico chiesto dall’Europa». Longo lancia l’allarme: «Le imprese muoiono, siamo l’unica attività di trasporto che viene pagata a quattro mesi ed è afflitta da una forte debolezza contrattuale»

Negoziati, protocolli, tavoli e liberalizzazioni. Da una parte avanza il blocco dei sindacati Unatras che disconosce la protesta dei forconi e mantiene una linea aperta con il sottosegretario Girlanda e il ministro Lupi. «Oggi non possiamo permetterci di fermare l’economia, dobbiamo continuare a porre questioni e a dialogare col governo», ribadisce Pasquale Russo di Conftrasporto. Nel frattempo quelli di Trasporto Unito proseguono col fermo dei camion e declinano l’invito di Berlusconi a incontrare le rappresentanze della protesta: «Lo ringraziamo ma vogliamo evitare strumentalizzazioni, il nostro intento è accelerare i tempi del confronto col governo». Intanto un’altra sponda politica è stata trovata nel vicepresidente della commissione trasporti della Camera, il grillino Ivan Catalano, «a cui consegneremo altri documenti per aiutarlo nel suo prezioso lavoro». L’ipotesi di un assedio nella Capitale nei prossimi giorni è sulla bocca di molti, non solo tra la gente dei camion. «Stiamo pensando di trasferire la protesta a Roma, nei modi e nelle forme opportune». Saranno padroncini coi forconi?

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