Gli stress test della Bce sono già a rischio fallimento

Il futuro del sistema bancario europeo

La scommessa è grande: riuscire a controllare dentro i bilanci di 130 banche per riconquistare la fiducia degli investitori. L’Asset quality review della Banca centrale europea vuole fare proprio questo. Ma, complici i diversi interessi particolari in gioco, il pericolo che si corre è che si finisca per mitigare l’obiettivo iniziale. Allo stesso tempo, c’è anche l’evenienza di coordinare al meglio le operazioni di ricapitalizzazione. E su questo fronte, l’incertezza regna sovrana. 

Gli Stati Uniti hanno ovviato al problema delle banche tramite stress test nel 2009. Diverse banche, anche le più grosse, hanno fallito queste prove di resistenza e sono state ricapitalizzate. Un’operazione che doveva essere condotta, con la stessa tenacia e la stessa risolutezza, anche dall’eurozona. Questo però non è successo e, con un ritardo di anni, a fine 2014 si avrà la conclusione della maxi verifica di bilancio delle banche dell’area euro. In questi termini, è in gioco la credibilità di Mario Draghi e dell’intera Bce. Ma non solo. L’Aqr rappresenta un passaggio fondamentale per l’unione bancaria, considerata il primo pilastro della nuova eurozona. Sono però tante le incognite. 

La Bce è stata chiara: non saranno fatti sconti. Tradotto, significa che se un istituto di credito presenta delle problematiche dovrà essere bocciato. Del resto, è quello che si attendono gli investitori. Senza un controllo approfondito, la fiducia non potrà tornare. E non è un caso che il consensus sui mercati finanziari veda in difficoltà le banche italiane e spagnole. Colpa della mole di Non-performing loans (crediti dubbi, o Npl) che appesantiscono i bilanci degli istituti di credito di questi due Paesi. Solo per l’Italia, infatti, secondo la Banca d’Italia sono pari a oltre 250 miliardi di euro. Di poco inferiore la quota per le tedesche. È proprio sui Npl che si sta giocando la partita maggiore. Ogni Paese ha le sue regole per conteggiare questi crediti e la Germania sta spingendo in modo che vengano contati secondo regole armonizzate, che potrebbero essere penalizzanti sia per Berlino sia per Roma. Se però trasparenza deve essere, che trasparenza sia. Un tentennamento potrebbe essere cruciale per gli operatori finanziari. 

Oltre a questa classe di asset, ci sono i bond governativi. La Germania vuole che siano conteggiati in modo specifico, in modo da differenziare il rischio ed evidenziare le banche più vulnerabili. Se così fosse, gli istituti di credito di Italia e Spagna sarebbero penalizzati oltremisura. Si avrebbe uno scenario di disparità nel quale le banche già ora più deboli sarebbero considerate ancora più deboli. La Bundesbank di Jens Weidmann sta facendo pressioni in modo che i bond governativi siano valutati in base al proprio rischio sovrano, ma Draghi vuole evitare che si faccia una selezione al ribasso o un gioco al massacro. È quindi difficile che la proposta della Bundesbank sia adottata. Se così fosse, tuttavia, gli operatori finanziari storcerebbero il naso. Chiunque è consapevole che, in caso di nuova pressione sui mercati obbligazionari della zona euro, i primi sistemi bancari a essere colpiti sarebbero quelli di Italia e Spagna. Perché quindi non contare come un rischio l’enorme mole di bond governativi in pancia a queste banche? Il rischio è, ancora una volta, la mancanza di credibilità di fronte a una platea già poco fiduciosa. 

Infine, c’è l’universo dei covered bond. Si tratta di obbligazioni garantite da asset scorporati in una società veicolo, in modo da essere considerati più sicuri rispetto alle obbligazioni tradizionali. Le banche italiane, ma non solo, hanno emesso una significativa quantità di covered bond negli ultimi tre anni, anche classificandoli come retail. Si tratta di un aspetto su cui la Bce vuole vederci meglio e che, in un ottica di credibilità sistemica, potrebbe giovare a tutti, sia gli istituti di credito italiani sia all’eurozona. 

problemi non saranno finiti nemmeno dopo l’Aqr. Una volta individuate le banche in difficoltà, dovrà esser portata avanti la ricapitalizzazione. L’idea di base della Bce è che i nuovi fondi dovranno essere reperiti sul mercato. Le opzioni possono essere tante. Dai bond ibridi ad altri strumenti ben più arditi e innovativi, quello che Draghi vuole evitare è che siano gli Stati membri a dover pagare per la ricapitalizzazione. Ed è per questo che le aspettative sono per un boom del mercato dei Contingent convertibles bond, o Cocos, obbligazioni particolari che possono essere convertite in azioni, quindi in capitale utile per la ricapitalizzazione, una volta i coefficienti patrimoniali scendono sotto una determinata soglia. In sostanza, tramite i Cocos si può effettuare il bail-in, il nuovo meccanismo di salvataggio interno che sarà contenuto nel Single Resolution Mechanism (SRM), il sistema di risoluzione bancaria di cui sarà dotata l’eurozona. 

Sul bail-in ci sono però diversi dilemmi. Da un lato c’è chi, come la Commissione europea, che lo considera un mero strumento di risoluzione. Non utile quindi nel caso di esigenze di capitale delle banche dell’area euro. Dall’altro ci sono i mercati finanziari, che si rendono conto di quanto possa essere utile usare il bail-in in caso alcuni attori non riescano a ottenere in modo tradizionale i fondi per la ricapitalizzazione. Il dibattito è appena iniziato, ma potrebbe minare l’intera operazione alle sue fondamenta. Il timore è che, in assenza di un ridimensionamento degli interessi nazionali, si finisca per fare lo stesso errore compiuto con i due precedenti stress test dell’European banking authority: non evidenziare i punti di debolezza delle banche dell’area euro. Se così fosse, sarebbe l’ennesima occasione sprecata.