Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaI privati diventano l’assicurazione delle banche

Come funziona il bail-in

Chi rompe paga e i cocci sono suoi. E’ noto a tutti, nella teoria e nella pratica, che questo banale principio di responsabilità e “accountability” non funziona in uno degli ingranaggi nevralgici del sistema economico: il sistema bancario. Il fatto che chi rompe non paghi e che i cocci restino sparsi per le strade del nostro sistema economico è una verità di cui la crisi ci ha dato evidenza empirica.  

Sappiamo che gli effetti di questa diversità dell’impresa bancaria si manifestano anche prima che si verifichino eventi di crisi bancarie. Il primo è l’“azzardo morale”: un nome altisonante per la banale verità che se uno sa di non poter fallire, prende più rischi, e si intasca più soldi. E’ lo stesso effetto di quando avete un’assicurazione “kasko” sulla macchina, che vi offre la copertura anche sui danni procurati da voi stessi. La “kasko” costa, e questo porta al secondo effetto: nel bilancio di ogni stato c’è una voce che non leggiamo, che riguarda il costo dell’assicurazione per il salvataggio delle banche. In un lavoro con Angelo Baglioni che copriva i principali dieci paesi dell’area euro calcolammo che questa passività non scritta nei bilanci degli stati ammontava a circa 2300 miliardi nel 2010. Il terzo effetto è la naturale conseguenza dei primi due: la perdita di reputazione del mestiere della banca. La condanna a non fallire si trasforma nell’immagine di un potere che sta al di sopra di tutto, anche della politica, e che la tiene in ostaggio. E il secondo mestiere più antico del mondo, quello dell’intermediazione finanziaria, vede ridursi la dignità e reputazione a quella del mestiere più antico.

Il progetto di un meccanismo unico di risoluzione  delle crisi bancarie europee su cui si stanno misurando i ministri dell’economia dell’area euro in questi giorni, è un modo di proporre una risposta europea a questo problema secolare. Prevedere la possibilità che banche, anche di grandi dimensioni, possano fallire come ogni altra azienda è già un primo importante intervento sul problema. Ricordiamo il dibattito economico del 2008, prima e dopo il crac Lehman. Come si convince il mercato che anche le grandi banche possono fallire? Nel 2008 si diceva che una possibile soluzione era lasciarne fallire una: “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. Lehman è stato l’esperimento, e, per proseguire con la canzone, si è visto che “la gente poi piange davvero”, e se si leggono i dati nei CDS (credit default swap, derivati che fungono da assicurazione contro il rischio di fallimento di un’emittente) si riconosce che proprio allora cominciò anche la crisi del debito sovrano in Europa. L’esperimento è stato una deflagrazione nucleare che ancora non si è conclusa. Abbiamo imparato cose che sulla carta e in teoria non sapevamo. Alcune comiche: un mio ex-collega che ha vissuto il 15 settembre mi ha raccontato che non si trovavano più avvocati per scrivere lettere di “claim” su Lehman. Altre lezioni sono state drammatiche: abbiamo capito che il meccanismo di chiusura dei contratti derivati non funziona, e Bloomberg News ha dedicato un pezzo alle scorribande di Lehman, tornata dalla tomba per succhiare il sangue di case di riposo e centri di ricerca che pensavano  di aver chiuso la loro partita in derivati con Lehman con la sua morte.

Dopo aver capito che la strategia di “colpirne uno per educarne cento” non funziona, e non funziona perché se ne colpisci uno ne uccidi un milione, l’attenzione e il dibattito si è spostato su un altro fronte: quello del “living wills”, o ultime volontà. L’idea è quella di far stendere alle banche, in particolare quelle grandi e di rilevanza sistemica, un testamento su come sistemare le cose in caso di morte. L’intento è ancora quello di convincere il mercato: se uno fa testamento, è segno che mette in conto di poter morire. Ma tutto questo è rimasto sulla carta degli accademici, forse ancora offuscato dalla deflagrazione nucleare. Lehman infatti ha insegnato che il fallimento di una grande banca comporta effetti esterni negativi che è ridicolo pensare di poter considerare in un testamento. Come può un testamento tener conto della penuria di avvocati? E’ un po’ come uno che scrive nel testamento che andrà a piedi al cimitero: l’abbiamo visto fare solo in un film di Totò.

Il progetto di meccanismo unico di risoluzione cui stanno lavorando le autorità europee in questi giorni è un tentativo di realizzare, a livello pubblico anziché a livello privato e volontario come per i “living wills”, schemi di fallimento che consentano uno svolgimento ordinato delle crisi bancarie.

Se l’idea di uno schema di risoluzione è una buona notizia, perché significa che una risoluzione ci può essere, i problemi nascono sul come: sulle regole. Il “come” è importante: se il sistema di risoluzione non funziona, o funziona male, le banche saranno meno sicure, pagheranno interessi più alti sui fondi e magari prenderanno meno rischi. Questo significa: “credit crunch”. Ogni aumento del costo dei fondi all’economia è il taglio di progetti di investimento delle imprese e di spesa delle famiglie.

Una preoccupazione che si avverte seguendo la costruzione di questo meccanismo è che venga costruito guardando principalmente ai problemi immediati del sistema bancario piuttosto che alla costituzione economica del mercato europeo nel lungo periodo. L’approccio mostra una timidezza dovuta al fatto che stiamo programmando dei sistemi di risoluzione di problemi di singole banche in un periodo di crisi sistemica, cioè in un periodo di crisi di interi sistemi bancari. Vogliamo convincere i bagnanti a tornare sulla spiaggia in sicurezza in un momento in cui c’è un rischio di tsunami. E’ chiaro che le spiagge resteranno deserte. E questa paura della reazione del mercato che è emersa sulla questione del “bail-in”, e cioè del coinvolgimento dei privati nei salvataggi o nelle liquidazioni di istituti bancari. Pare si sia discusso animatamente sulla questione della percentuale di perdite che i privati devono assorbire in caso di crisi, quando in una situazione normale non si sarebbe dovuto discutere di nessuna percentuale.

E’ chiaro che in una banca, come in qualunque altra attività economica, la scala della gerarchia del rischio nelle poste del passivo va dalle azioni (che per questo sono anche chiamate “residual claim”, ovvero quelli che hanno diritto a ciò che resta) alle obbligazioni subordinate, e alle obbligazioni senior. Quando, come nel caso di una banca, esiste anche il fenomeno di azzardo morale, il coinvolgimento dei privati è ancora più importante: per ritornare al paragone con la “kasko”, spesso l’assicurazione vi chiede una franchigia, che significa appunto la vostra partecipazione a una parte dei danni. Sarebbe quindi stato normale affermare la responsabilità di azionisti e obbligazionisti senza ulteriori specificazioni, ricordando solamente la salvaguardia dei piccoli depositanti (che ora è nazionale e dovrà essere oggetto dell’ultimo intervento di costruzione del mercato unico bancario europeo). Che motivo c’era di specificare che questi devono assorbire fino all’8% della dimensione dell’attivo? C’è un solo motivo. Con l’aria di tsunami che tira, nessuno andrebbe più in spiaggia. Nessuno sottoscriverebbe obbligazioni bancarie, e il sistema bancario europeo si troverebbe in una carestia di capitale e liquidità.

Per un problema contingente, quindi, abbiamo scritto nella pietra una regola che resterà nel futuro dell’Europa. Non sarebbe stato meglio specificare una regola per rischi specifici, e la possibilità di derogare nei periodi di rischio sistemico? Una buona regola sarebbe stata:

“i creditori privati, fatti salvi i diritti dei depositanti tutelati dall’assicurazione dei depositi, assorbono tutte le perdite provenienti da uno stato di insolvenza di un istituto bancario. In periodi di particolare e generalizzata tensione sul mercato, l’organismo di risoluzione delle crisi può ridurre la partecipazione dei privati alle perdite”.  

In altri termini, la partecipazione avrebbe dovuto essere la regola, e l’intervento pubblico l’eccezione. Invece la regola pare essere l’intervento pubblico, specificando invece il livello al di sotto del quale il contributo privato non può scendere.

Questa scelta a favore del salvataggio pubblico comunque, mitigato solo da una percentuale, può aprire la strada a risoluzioni in un clima di incertezza e di conflitto. Infatti, se l’organismo di risoluzione adotterà il limite dell’8% per il bail-in come una regola fissa, le obbligazioni bancarie diventeranno praticamente prive di rischio, e spiazzeranno quelle non bancarie. Se invece la percentuale di bail-in verrà decisa di volta in volta, il rischio di credito delle stesse obbligazioni dovrà tener conto dell’incertezza della prassi seguita dall’organismo. E tutto questo avverrà in un clima di confronto, o di conflitto, tra l’organismo di risoluzione e la politica.

L’affermazione della prassi in un clima conflittuale rischia poi di minare l’efficacia del meccanismo di risoluzione. L’intervento in una crisi bancaria è questione di tempo e denaro. Del denaro si è parlato molto, e anche su questo la soluzione trovata pare una ricetta per il conflitto. Pare che i fondi verranno forniti dal paese della banca, con possibilità di aiuto da parte degli altri paesi, nella prospettiva di un processo di mutualizzazione che durerà dieci anni. Il diavolo sta nei dettagli: come si arriverà al processo di mutualizzazione? Con quale velocità? Con quante tappe? Pare che ci sia di che discutere per i prossimi dieci anni. E, infine, c’è il problema del tempo, a cui non pare abbia pensato nessuno. La tempestività è il più importante requisito dell’intervento nelle crisi aziendali, e bancarie in particolare. Se non si interviene in tempo, il rischio è che la situazione degeneri non solo per i naturali sviluppi di mercato, ma anche per cambi di strategia del management che in questa situazione tenta il tutto per tutto (in gergo, “go for broke strategy”).  Come saranno i tempi del meccanismo di risoluzione europeo? Dalla struttura che pare emergere, non brevi. Prima la decisione di un organismo a molte teste, poi il diritto di veto della Commissione, e magari il passaggio al Consiglio. E poi il problema se ci sono i soldi, e chi ti aiuta. Per ogni crisi, pare proprio che i tempi del salvataggio di una banca possano essere lunghi come quelli dell’intervento nella crisi greca, ed è possibile che alla fine non solo non ci sarà un corpo da salvare, ma ci saranno neppure organi da espiantare.