La politica che odia l’Europa cresce sempre di più

Effetto contagio sui partiti storici

L’Europa, o meglio il crescente distacco dei cittadini dall’Ue, è l’elemento che sta più rilanciando i partiti di estrema destra o nazional–populisti del Vecchio Continente. Lo si era intuito, guardando ai successi del Front National di Marine Le Pen, dell’Ukip britannico, i liberalnazionali austriaci (Fpö) o del Partito della Libertà di Geert Wilders, tornato ora a veleggiare nei sondaggi in Olanda. 

A mettere a fuoco la situazione ci ha pensato uno studio realizzato dalla Fondazione Konrad Adenauer, legata alla Cdu del cancelliere tedesco Angela Merkel. «L’attuale forza di partiti di estrema destra e nazionalpopulisti – si legge nel documento – si fonda sull’estensione dei propri temi tradizionali, come la xenofobia o la critica alle élite, a una semplice formula di mobilitazione: No a questa Europa». Tradotto: queste forze estremistiche hanno saputo intercettare un sentimento di crescente insofferenza popolare verso Bruxelles per rilanciarsi con forza uscendo da posizioni marginali (il Front National era sparito per 20 anni dall’Assemblea Nazionale francese, ad esempio). «In nessun ambito – leggiamo ancora nel documento – è più evidente la cosiddetta dimensione verticale dei partiti di estrema destra e populistici, e cioè il confine tra ‘noi, la piccola gente semplice e onesta’ e ‘quelli lassù’ dell’’establishment spocchioso’, quanto nei dibattiti sull’Ue, le sue procedure e le sue istituzioni».

La capacità di questi partiti estremisti di appropriarsi di questi temi è tale che sono diventati loro le forze prevalenti sul fronte euroscettico, a scapito di partiti euroscettici più «normali», tipo i conservatori britannici. Le forze estremiste, avverte lo studio della Fondazione Konrad Adenauer, proprio «con l’Europa, o meglio l’Ue e le sue istituzioni, hanno trovato una nuova formula di mobilitazione e riadattato le coordinate della loro protesta». E già perché, si legge ancora, l’utilizzo «molto abile» di pregiudizi antieuropei da parte di queste forze prima concentrate sulla xenofobia e l’islamofobia, «cade su un terreno molto fertile». Ad aiutarli anche la lunga crisi dell’euro e la vicenda degli aiuti agli Stati in difficoltà, i quali «sono stati un gradito strumento per alimentare le argomentazioni» di queste forze. «Finché questo problema permane – avverte lo studio – e finché l’Ue sarà marcata dall’immagine di una ‘astronave elitaria’ distaccata dalla vita della gente normale, o di ‘mostro burocratico’, i populisti di destra avranno sufficienti munizioni per la loro propaganda euroscettica o anche antieuropea». 

Il problema è anche il «contagio» sui partiti tradizionali, soprattutto quelli conservatori e cristianodemocratici. «Senza l’Ukip – argomenta la Fondazione – il premier conservatore David Cameron non avrebbe proposto il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue». Lo si vede anche in numerose affermazioni dell’Ump in Francia, che riprendono da vicino posizioni del Front National. Persino in Germania – dove pure rimane l’«immunizzazione» contro una forte estrema destra dovuta alla reazione nel Dopoguerra al passato nazista – si vedono effetti su posizioni di Angela Merkel e soprattutto dei bavaresi della Csu. Anche se, avverte la fondazione – come dicevamo legata al partito della cancelliera – sarebbe controproducente per i partiti cristianodemocratici aderenti al Ppe rinnegare il loro storico cavallo di battaglia, l’integrazione europea: ciò, ammonisce il rapporto, «costerebbe buona parte della propria credibilità». Certo è che, evidenza lo studio, nessuna delle strategie dei grandi partiti nei confronti dell’estrema destra e delle forze nazional–populistiche ha potuto arginarli: né il «cordone sanitario» come in Francia contro il Fn o in Austria (fino al 2000) contro l’Fpö, né la ripresa di singoli temi, né la collaborazione parziale a livello di governo (vedasi ad esempio l’alleanza tra i popolari e i liberalnazionali in Austria dal 2000 al 2002 o la cooperazione dei cristianodemocratici olandesi con il PVV di Wilders).

Già ma allora come combattere il fenomeno? Non è facile, fa capire lo studio, ma alcune ricette potrebbero esserci. Sintetizzate: «spiegare in modo chiaro complessi contesti politici; comunicare in modo chiaro e comprensibile i vantaggi dell’integrazione economica; sfatare le vuole formule dei partiti di estrema destra e nazional–populistici con un confronto diretto sui singoli temi». E poi, ancora, «combattere l’esclusione sociale» (uno dei grandi serbatoi delle estreme, n.d.r.), ma anche «mettere in primo piano una decisa lotta alla criminalità e la protezione delle vittime», nonché «attuare con rigore le attuali norme che regolano l’immigrazione» (e cioè, si capisce, niente più «indulgenza» soprattutto con i clandestini). Infine «rendere immediatamente riconoscibili i vantaggi della politica di stabilizzazione dell’euro e le riforme necessarie».

Non manca, però, anche una tirata di orecchi – più che giustificata, diremmo noi – ai media. Molti dei quali, avverte la Fondazione, «sono aperti a rappresentazioni molto semplificate e radicalmente estremizzate di temi legati a immigrazione e Ue». Il riferimento è anzitutto ai tabloid come il britannico Sun (o anche il più compassato Daily Mail) ma anche alla tedesca Bild. Anche se ormai sempre più giornali più «seri» sembrano attratti dalle sirene del facile euroscetticismo. Il pericolo è comunque chiarissimo: senza contromisure, paradossalmente sarà l’Europa stessa il principale «nutrimento» di partiti estremi in costante espansione – con conseguenze imprevedibili per tutti, non solo l’Ue. 

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