Tutti i peccati di Walt Disney, il fact-checking

La tesi di Vulture

Questa è una faccenda che mi ha sempre turbato. Quand’ero bambino Walt Disney era più di un punto di riferimento. Era un maestro di vita, un educatore distante e onnipotente, influente quanto e più di un genitore perché, in fondo, non mi arrivava abbastanza vicino da giudicarmi. In grado di disegnare universi – ovviamente non consideravo che avesse mai smesso di disegnare nemmeno molti anni dopo la sua morte e la prova stava lì, nella firma che capeggiava su tutto quello che la sua Compagnia sfornava – e di animarli, di dargli voce, di rifornire il mondo di idee colorate e fresche almeno ogni anno sotto Natale. Democratico, giusto, equilibrato. 

Poi, in un momento imprecisato nel mare burrascoso dell’adolescenza, più o meno nel periodo in cui fingevo sistematicamente di dimenticarmi di disdire il mio abbonamento a Topolino e rimandavo sempre all’anno successivo, impilando le coste gialle con segreto piacere, ho scoperto l’antisemitismo. 

Sapevo già di cosa di trattasse, ovviamente, avevo una mezuzah di traverso sullo stipite a ricordarmelo, però il fatto dover applicare un sentimento così terribile a colui che fino ad allora era stato il mio modello unico di rettitudine mi schiacciava. Non potevo darlo a vedere ma ero ferito, e cominciai a cercare prove che scagionassero Papà Disney da tutte le accuse. Mi imbattei quasi subito nel fin troppo famigerato fotogramma del piazzista ebreo – non ricordo esattamente dove, si tratta di un periodo in cui le ricerche non volavano ancora sul Web – tratto da I tre porcellini e mi sono dovuto arrendere a una bruciante evidenza.

Da allora credo di aver patologicamente represso il mio senso di appartenenza ferito e fatto buon viso a cattivo gioco, dimenticando volontariamente l’intera questione ma disdicendo l’abbonamento a Topolino e guardando i film di Natale con malcelata criticità. Grazie a questo esercizio di sistematico smussamento agli angoli sono riuscito a separare l’uomo dal mito e a considerarne la fallacia almeno in parte. Ora, complice una splendida e sintetica analisi di Vulture, potrei essere pronto a rispolverare le mie posizioni. 

Succede che è nelle sale americane, e in Italia il 20 febbraio, il film Saving Mr. Banks, in cui un Tom Hanks in stato di grazia interpreta Walt Disney, intento a cercare di convincere la cocciuta scrittrice P.L. Travers a cedergli i diritti del suo romanzo Mary Poppins. Il resto è storia, ma Disney esce dall’interpretazione di Hanks piuttosto pulito rispetto a quanto si è accumulato sulla sua figura negli ultimi sessant’anni. «Non era un viscido» ha dichiarato Hanks all’Hollywood Reporter «negli anni quaranta c’era la faccenda dei sindacati, ma niente di più». Così Amanda Dobbins, stupita per l’improvvisa redenzione dell’immenso creatore di Mickey Mouse, come chiunque sia stato colpito dalla sua incriminazione popolare, ha deciso di mettere in piedi un fact checking, esaminando una per una le accuse. Riporto più o meno fedelmente, perché ne vale la pena.

ACCUSA: Walt Disney era un antisemita.

LE PROVE: a parte il già citato (e visto) fotogramma del piazzista – scena che, per la cronaca, fu in seguito rimontata – c’è il fatto che, nel 1938, proprio all’indomani della terribile Notte dei Cristalli, Disney ricevette personalmente nei suoi Studios Leni Riefenstahl, la regista pupilla di Hitler. Nel libro Walt Disney: the Triumph of the American Immagination, Neal Gabler cita questo avvenimento come una diceria e commenta: «era una persona molto tollerante nel privato. Il fatto che questa tolleranza fosse estesa alla vita lavorativa è argomento di discussione, ma gli ebrei che hanno lavorato con lui hanno sempre trovato difficile credere che fosse antisemita».

RESPONSO: Gabler sostiene che le accuse nei confronti di Disney dovrebbero riferirsi ai rapporti con la molto-antisemita Motion Pictures Alliance, sostanzialmente un’associazione di produttori e Studios cinematografici con l’obiettivo di preservare i non meglio precisati ideali americani, spesso messa in realzione a simpatie di stampo fascista, piuttosto che alla sua disposizione privata. Anche se non lo reputa privatamente antisemita, Gabler ammette che: «volontariamente, anche entusiasticamente, si è associato a loro [agli antisemiti] e con loro ha condiviso il proprio destino».

L’ACCUSA: Walt Disney era razzista.

LE PROVE: stanno soprattutto nell’uso degli stereotipi razziali nelle pellicole animate degli anni ’40. I corvi di Dumbo, la centaura nera in Fantasia, e I racconti dello zio Tom (al secolo Song of the South), un film ritenuto talmente offensivo che la Walt Disney Company non permette più che sia proiettato in pubblico. Poi c’è il comportamento di Disney nel privato, che è un altro paio di maniche. Gabler cita una riunione in cui avrebbe fatto riferimento ai nani di Biancaneve come “ammucchiata di negri” o usando il termine pickaninny, accezione stereotipica e razzista per definire un ragazzino nero e di umili origini. Tuttavia sembra che Disney avesse anticipato le evntuali critiche a Song of the South e cercato di rendere il film meno controverso, programmando una riunione con la NAACP, ovvero l’Associazione Nazionale per l’Emancipazione delle Persone di Colore, per rivedere l’intera sceneggiatura. La riunione non si è mai tenuta. Ci sono infine alcune voci riguardo la difficoltà di assunzione di membri delle minoranze nella Compagnia. 

RESPONSO: quelli riportati sopra non sono fatti di cui andare fieri, e sono certamente da riferire a un periodo storico particolarmente delicato, ma sono pur sempre fatti e come tali vanno interpretati.

L’ACCUSA: Walt Disney era sessista.

LE PROVE: «alcuni dei suoi soci affermano che a Disney non piacessero particolarmente le donne. “Non si fidava delle donne e dei gatti” osservava Ward Kimball» scrive Gabler. Poi c’è questa lettera inviata dalla Walt Disney Company nel 1938 a una candidata per un posto negli Studios, che specifica chiaramente che «le donne non sono adatte ai lavori creativi».

RESPONSO: il fatto che le donne nel 1938 non venissero assunte volentieri è risaputo in genere, e non è significativo per quanto riguarda Disney, ma certamente la sua non è una posizione particolarmente elegante. 

L’ACCUSA: Walt Disney era un informatore del FBI.

LE PROVE: Nella biografia Hollywood and the Dark Prince, pubblicata nel 1993, compiaiono alcuni documenti a prova del fatto che Disney avrebbe sostenuto un’attività di informatore per l’FBI riguardo possibili sovversivi politici per non meno di ventisei anni. Il New York Times ha accreditato la validità dei documenti, rinnegata invece dalla famiglia Disney, e la biografia non è più stata presa molto sul serio. Gabler però sostiene che lo stesso Disney non abbia mai nascosto la sua attività anticomunista – attraverso la stessa Motion Picture Alliance già citata – e abbia reso pubblica testimonianza di fronte alla Commissione per le attività antiamericane.

RESPONSO: Walt Disney decisamente non amava i comunisti. Ma tutto ciò che compare a corollario di questa tesi è piuttosto confuso e quantomeno sospetto, come d’altronde tutto quello che riguarda gli Affari Interni del periodo. 

L’ACCUSA: Walt Disney è stato ibernato e il suo corpo è conservato in una camera stagna sotto l’attrazione Pirates of the Caribbean a Disneyland.

LE PROVE: Due biografie attendibili affermano che Disney aveva espresso un vago interessamento riguardo l’opportunità di essere ibernato appena prima di morire. La sua famiglia ha scelto di tenere un funerale in cerimonia privata. La storia dell’ibernazione è saltata fuori da qualche parte tra questi due fatti, riferendosi ogni tanto all’intero corpo e ogni tanto al solo cervello. 

RESPONSO: non c’è niente di vero. Le ceneri di Disney sono conservate a Glendale in California. 

Al netto dell’ibernazione e senza naturalmente entrare nel merito dell’immensità artistica di Disney, quello che si delinea da questo fact-checking non è un panorama in grado di rimettermi a posto l’animo. Mi spiace. 

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