Come vendere (di nuovo) la figura di Anne Frank

Questione di diritti

Nel 2015 saranno passati settant’anni dall’omicidio di Anne Frank nel campo di sterminio di Bergen-Belsen. Saranno passati settant’anni innegabilmente impregnati di memoria difficile e di difficile rapporto con la memoria. Anne Frank è diventata il simbolo universalmente riconosciuto dell’atrocità, della perdita forzata dell’innocenza e della coscienza di una storia che non dovrebbe ripetersi mai, ma che si è già ripetuta. Non bisogna dimenticarsi però che Anne Frank è tutto questo senza averlo mai desiderato e questa sua condizione sembra riflettersi nel destino della sua immagine, mutuata dalle vicissitudini del Diario.  

Mentre scrivo sono in produzione almeno tre progetti biografici sulla vita di Anne Frank, inclusi due film (uno dei quali animato) e una miniserie televisiva. Il Diario venne pubblicato per la prima volta da Otto Frank nel 1947 e da allora ha venduto più di trenta milioni di copie in tutto il mondo, in Italia arrivò per la prima volta nel 1954, con Einaudi. Nel 1959 il biopic Il diario di Anna Frank, con Milie Perkins, ha vinto tre Oscar. Un film per la TV del 1980 si è aggiudicato tre Emmy e nel 2001 la ABC ha prodotto una miniserie chiamata La storia di Anna Frank, che di Emmy ne ha intascati due, mentre la BBC ha proposto un proprio adattamento del Diario nel 2008, in cinque puntate. A questo vanno inclusi i documentari, i film per la televisione, gli adattamenti in tedesco, polacco, russo, spagnolo, un anime del 1978 prodotto da Nippon Animation e riproposto nel 1995 da MadHOUSE (Anne no nikki: Anne Frank monogatari), un fumetto, un manga e un film italiano del 2009 dal titolo Mi ricordo di Anna Frank. Escludendo le citazioni, le parodie, quei capolavori che sono Prove per un incendio di Shalom Auslander e Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank di Nathan Englander, le volte in cui la figura di Anne viene portata fuori dal contesto, le fotografie, i fotomontaggi, i libri storici, i racconti apocrifi, le fan fiction a sfondo sessuale, vere o presunte, la satira, i dubbi e il revisionismo, chi detiene i diritti di un fenomeno di questa portata ha per le mani un impero. 

È facile capire come una singola storia nel panorama fin troppo vasto di HaShoah abbia colto nel segno al punto da diventare universale e anzi, tanto vendibile da muovere un mercato vasto quanto quello legato alla figura di Babbo Natale. La storia di Anne è facilmente comprensibile, scritta con la delicatezza di una bambina che non fugge dalla logica della sua adolescenza nemmeno di fronte alla Catastrofe e si presenta in forma pre-confezionata di diario, con date e luoghi tanto chiaramente indicati da non richiedere troppi controlli. In un momento in cui l’urgenza di raccontare era più forte della necessità di chiarire, metteva sul tavolo le risposte alle domande che tanti avevano in gola e che ancora adesso meriterebbero di essere recitate tutte le mattine. Tutti i Venerdì sera assieme al Kiddush. Ma è facile capire anche le ragioni di chi ha sollevato dei dubbi sull’autenticità, a conti fatti poco rilevante se non ai fini – appunto – dei diritti d’autore sull’opera originale. 

Esistono due associazioni che gestiscono e detengono, in parte, i diritti sul Diario: L’Anne Frank Fund, un fondo svizzero che controlla l’Anne Frank Archive e si occupa più che altro di operare un’azione garantista sull’utilizzo dell’immagine televisiva e cinematografica, e la Anne Frank Foundation, con sede ad Amsterdam, la cui occupazione principale è gestire la casa-museo. Il Fund ha recentemente concesso la produzione di un film animato, che verrà diretto da Ari Folman, nominato agli Oscar per Valzer con Bashir, e di un progetto tedesco scritto da Fred Breinersdorfer e diretto da Hans Steinblicher, e ha supervisionato alla maggior parte dei progetti visivi. La Foundation ha sempre avanzato maggiori difficoltà nel concedere la propria approvazione, in nome di una purezza che sembra avere a che fare più con la provenienza degli introiti che con il rispetto dell’immagine. Le due fondazioni poi, sono da anni al centro di una rivalità che riguarda il diritto di sfruttamento esclusivo dei contenuti del libro, che entrambe reclamano anche se nessuna delle due sembra poter fornire una prova inattaccabile di paternità originaria.   

Lo scorso 13 gennaio, le case di produzione tedesche Moove e Constantin Film, insieme alla TV pubblica ZDF, hanno rivelato l’intenzione di lavorare a una miniserie basata sulla vita di Anne Frank. Il Fund ha immediatamente cassato l’idea per aver violato «tutti gli standard di norma, correttezza e decenza» per aver portato avanti un progetto senza prima interpellare l’associazione e ha accusato i produttori di aver «mancato di rispetto alla famiglia Frank, sterminata in larga parte durante l’Olocausto». La richiesta è quella che ZDF e Constantin cancellino immediatamente il progetto. «Non è per i soldi» ha dichiarato Yves Kugelmann, membro del consiglio direttivo del Fund, all’ Hollywood Reporter «ma è in difesa dell’eredità di Anne. È stata incredibilmente commercializzata nel corso degli anni, è diventata un brand, dissociato dalla sua persona e dalla sua identità». La risposta di ZDF è che i numerosi progetti a riguardo non possano che far del bene alla sua memoria e garantire la sua eredità.

La questione, in realtà, è ad alto rischio di cortocircuito e involuzione su se stessa. Il solo fatto che esistano due fondazioni – senza scopo di lucro, per carità – che si occupano della gestione delle royalties, deve per forza implicare l’esistenza dei diritti d’autore e di conseguenza dello sfruttamento della figura di Anne Frank, della diffusione e dell’adattamento del Diario e del suo utilizzo come oggetto di intrattenimento, oltre che di divulgazione, necessaria e sacrosanta. È difficile esprimersi in merito, perché si rischia sempre di toccare alcuni nervi scoperti insiti in un bagaglio storico pesante come quello ebraico. Di certo c’è che per garantire la prosecuzione della memoria di Anne Frank – nel rispetto della sua veridicità e dei dubbi in merito – occorre fare i conti con la sua commerciabilità. E questo le associazioni lo sanno bene, altrimenti si limiterebbero alla verifica dei fatti.  

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