La legge elettorale e l’inutile guerra alle preferenze

Riforme

L’Italia e’ una nazione ben strana e la politica nostrana lo è anche di più. Prendiamo – ad esempio – la questione delle liste bloccate e delle preferenze con il dibattito che è seguito alla proposta di riforma di legge elettorale uscita dallo “storico” incontro al Nazareno tra  Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Quello che è stato ribattezzato Italicum, infatti, prevede per l’individuazione degli eletti nei singoli  collegi il sistema della lista bloccata corta (mediamente 5 candidati per ogni lista).

Le liste bloccate sono state introdotte nel nostro ordinamento dal cosiddetto Porcellum nel  2005 (dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel dicembre 2013) e in questi anni sono stati oggetto di strali da tutti fronti con l’accusa di sottrarre il diritto di scelta dei propri  rappresentanti agli elettori, trasferendo questa potestà nelle mani di pochi segretari o leader di partito che dir si voglia. Ma quel che più colpisce del dibattito di questi ultimi giorni sono gli anatemi rivolti nei confronti di  coloro (partiti e singoli esponenti politici o semplici opinionisti) che in alternativa alla sostanziale riproposizione del tanto vituperato sistema delle liste bloccate, osano rilanciare l’utilizzo  del “classico” sistema della preferenza unica, lo stesso peraltro in vigore per le elezioni comunali, regionali ed europee.

Le preferenze sono così diventate l’origine di ogni male: lo strumento principe della partitocrazia più retriva e conservatrice, generatrici di corruzione e di rapporti “incestuosi” con lobby di ogni genere e ancor peggio con la malavita organizzata e via discorrendo. Molti dei severi censori del sistema delle preferenze – quasi a volersi salvare l’anima – indicano  come soluzione al problema la istituzionalizzazione delle primarie. Peccato che lo strumento usato nelle primarie per definire una graduatoria di candidati in una lista  bloccata resterebbe la preferenza e che si taccia – quasi per magia- sui possibili “inquinamenti” esterni e su tutte le negatività prima ricordate, con l’aggravante dell’assenza dei controlli e le garanzie di una competizione gestita dallo Stato con la partecipazione dell’intero corpo elettorale.

Prendendo a prestito il furore censorio usato dai detrattori delle preferenze, verrebbe da dire che quello che verrebbe buttato fuori dalla finestra (le elezioni politiche) finirebbe per ritornare, con gli  onori del caso, dalla finestra (le primarie di partito). Non sarebbe preferibile,invece, abbandonare i fuori ideologici e gli atteggiamenti manichei  e provare ad affrontare il tema della selezione dei parlamentari con un approccio realista e  pragmatico alla ricerca di una soluzione che possa restituire in tutto o in parte lo “scettro” ai  cittadini elettori.

È vero che le preferenze sono una peculiarità tutta italiana, mentre in gran parte d’Europa  prevalgono i collegi uninominali (sia nei sistemi maggioritari sia in quelli proporzionali) e le liste  bloccate (di varia lunghezza). È innegabile che il mix tra la preferenza multipla e circoscrizioni con milioni di elettori hanno  progressivamente prodotto – fino al 1993 – effetti distorsivi e largamente negativi sia sul fronte  della “qualità” degli eletti sia nella alimentazione di sistemi di potere conniventi e collusi, in molte  aree del Paese, con la criminalità organizzata. 

Al contrario, la reintroduzione delle preferenze in collegi circoscritti (non superiori a 300/ 400.000 abitanti) o meglio nei 475 collegi del vecchio Mattarellum (100/120.000 abitanti) con una competizione limitata a pochi candidati (con preferenza di genere sul modello usato in  Campania), limiterebbero significativamente i rischi di degenerazione oggettivamente presenti in questo sistema, riuscendo finalmente a riavvicinare l’elettore con gli elettori, una distanza che si  è sideralmente ampliata con il Porcellum ed è certamente tra le cause della attuale grave crisi di rappresentanza.

Detto in altri termini, c’è preferenza e preferenza, altrimenti, per coerenza, bisognerebbe riformare anche le leggi elettorali per i comuni, le regioni e le europee, quest’ultima con circoscrizioni con più  di dieci milioni di abitanti e costi stratosferici per la campagna elettorale. Sempre per cercare di attenuare il distacco con l’elettorato, ridando un maggiore potere di scelta ai cittadini, rimarrebbe anche la possibilità di introdurre un sistema di collegi uninominali sul modello  del sistema elettorale delle province e del Senato fino al 1993. In questo caso, resterebbe il problema della selezione del candidato del partito (per i critici,  sarebbe una sorta di mono lista bloccata), ma si esporrebbero ad un elevato rischio di bocciatura scelte che fossero totalmente estranee al territorio o,peggio, moralmente censurabili, a maggior ragione in un sistema politico in cui sta drasticamente diminuendo l’identificazione partitica e conseguentemente è in aumento la mobilità elettorale, come testimoniano le ultime elezioni del febbraio 2013.

In definitiva, non esiste un sistema perfetto per la selezione dei parlamentari: non lo è quello fondato sulle preferenze, ma non lo sono neppure le liste bloccate, corte o lunghe che siano. E per favore,quindi, la si finisca con il continuare a diffondere nell’opinione pubblica che da una parte ci siano i sostenitori del bene (no alle preferenze) e sul fronte opposto sia,invece, schierato l’esercito del male. 

Federico Fornaro (Pd)

Senatore della Repubblica

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