Rai, buon compleanno alla grande prostituta sessantenne

Nessun rimpianto per la tv aristocratica

Che noia: tutti celebrano il compleanno della televisione italiana, come sempre e come per tutto in questo Paese, all’insegna dell’amarcord: com’era bella quella tv in bianco e nero – signora mia! – com’era elegante, come era misurata. Come era bella l’Italia che raccontava e come siamo brutti noi oggi, invece, come è squallida la tv contemporanea, quella che ci racconta nella nostra infelice e attuale condizione, il tempo della crisi.

E invece oggi bisognerebbe dire che quella televisione, sicuramente pionieristica, di certo sorprendente, non è l’Eldorado, non è un mondo perduto, e non è – a ben vedere – nemmeno un modello. Prima di tutto arrivó tardi: era stata messa in cantiere già alla fine degli anni Trenta da Benito Mussolini in persona, ma i costi dello sforzo bellico ritardarono gli investimenti necessari a far partire una programmazione regolare: l’Italia arrivò per ultima nel mondo occidentale, più che un compleanno sarebbe necessario dire che si tratta di una cerimonia postuma.

E soprattutto va detto che quella era una televisione per pochi, anzi per pochissimi. Era una televisione costruita per le elites, anzi, meglio, era una televisione censitaria, che selezionava, cioè, i suoi utenti su base economica: solo pochi agli albori degli anni Cinquanta potevano permettersi il costo di un tubo catodico, ovvero di un apparecchio ricevente che nel 1954 aveva l’aspetto di un mobile ottocentesco più che di un elettrodomestico, e che aveva un prezzo equivalente a dieci stipendi, mentre oggi invece, corrisponde al valore di poco più di dieci giorni di lavoro di un italiano medio.

La tv vista nei bar, negli anni Cinquanta

E poi, almeno fino alla metà degli anni Settanta, quella televisione era straordinariamente pedagogica – non c’è dubbio – ma era anche molto poco pluralista e terribilmente controllata. Era la televisione che amministrava un paternalismo illuminato, ma che censurava, e talvolta in maniera clamorosa. Era una televisione che fino alla riforma della metà degli anni Settanta aveva un solo colore politico. Se venivi mandato via dalla quella televisione – e ad Enzo Tortora accadde per ben due volte – potevi essere cancellato per un decennio. Anche la storia-simbolo per eccellenza di quella televisione, la parabola della prima “signorina Buonasera”, non allude alla serenità dei tempi perduti, ma alla ferocia di quelli contemporanei, e ai ritmi nevrotici dello star system. Fulvia Colombo ebbe l’onore del primo annuncio delle trasmissioni ufficiali della televisione italiana, in quel fatidico 3 gennaio 1954: ma poi come tante altre e successive dive meteoriche del piccolo schermo si perse, finì nel labirinto oscuro di un esaurimento nervoso, fu licenziata dalla Rai. È morta nel 2005, dimenticata da tutti, e costretta a sopravvivere con il modesto sussidio della legge Bacchelli – quello che si riserva alla personalità dimenticate del modo della cultura –  ottenuto solo dopo che i suoi compaesani di Meina sul lago Maggiore le avevano fatto ottenere il vitalizio con una generosa battaglia. 

Ma il motivo per cui secondo me la storia di Fulvia Colombo è interessante riguarda proprio quel suo primo storico “Buonasera”. Il video originale del primo tele-vagito (anche in questo c’è qualcosa della cialtronaggine che si accompagna al virtuosismo e alla ipertecnologia nella tv di oggi) andò smarrito nei magazzini della Rai. E cosa accadde allora? Che nel primo decennale, quello del 1964, la Colombo accettò di rigirare integralmente quel primo annuncio, costruendo una copia perfetta dell’originale. Mi colpisce questo dettaglio apparentemente infinitesimale, perché in questo apologo è riassunto simbolicamente tutto il bene e il male della storia successiva ed è – in qualche modo – inscritto un destino del mezzo: la televisione italiana nasce con una carta di identità falsa, un reperto tarocco che ieri abbiamo ascoltato e rivisto riproposto cento volte, con commozione, come se fosse un documento autentico. Il finto “Buonasera” della “signorina Buonasera”, dunque, non è un documento da leggere come un errore, ma come una profezia. La televisione di oggi, con tutti i suoi innumerevoli difetti, ci ubriaca di canali e di opportunità. Vive all’ombra di forti trust, ma non conosce più il monopolio. È piena di nicchie e di opportunità, che hanno dato accesso al piccolo schermo ai personaggi più diversi. La televisione di oggi – e qui intendo proprio l’elettrodomestico – non è che uno dei tanti modi che oggi esistono per vedere la televisione, a partire dagli i-pad e dai computer. Tutto questo ha tolto molta coralità e un pizzico di magia agli eventi teletrasmessi, non c’è dubbio, ma ha sottratto quel monopolio di consumo (e tutte le possibilità che offre) alle élites. 

Fulvia Colombo, la “Signorina Buonasera”

Pochi sanno che una delle più famose canzoni dei Beatles, “All you need is love” è stata scritta da John Lennon, e cantata per la prima volta dai Beatles su committenza di una televisione (in questo caso, ovviamente, quella inglese). 

La canzone doveva essere il contributo della Bbc al primo programma in mondovisione, e fu cantata dai Beatles in diretta durante “Our World”, in diretta planetaria. Trasmessa il 25 giugno 1967 via satellite in ventisei nazioni si calcola che il programma fu visto da 350 milioni di persone. Ma già allora la tv taroccava gli ascolti, se è vero che Roy Carr, uno studioso che ha rifatto i conti, sostiene che gli spettatori furono in realtà “solo” 150 milioni. Sta di fatto che anche s fossero stati i 350 milioni di allora, sono un’inezia, rispetto al miliardo di persone che si collegheranno con il Brasile per il prossimo mondiale di calcio: lofaranno in momenti diversi, lo faranno con le piattaforme più disperate, ma in Italia lo faranno anche e soprattuto, grazie a questa signora di sessant’anni, un po’ puttana, che come Bocca di Rosa, malgrado la sua professione, fa anche del bene.

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