Stop Ingiuriopoli (Beppe Grillo dacci una mano)

I nuovi cattivi maestri

Siamo in piena ingiuriopoli. C’è voluto un editoriale di Alessandro Sallusti perché domenica i giornali prendessero atto dell’infame campagna contro Pierluigi Bersani esplosa in rete dopo il malore dell’ex segretario del Partito democratico. Cosa passa per la testa di quei (tanti) citrulli che considerano un dovere augurare la morte a un leader che, per giunta, è noto per il suo carattere bonario, che mai ha espresso un commento fuori luogo o fuori misura sui suoi avversari? Mistero.

I commenti offensivi sulla pagina di Facebook di Repubblica.it sulla notizia del malore di Pierluigi Bersani

Oggi, giustamente, un quotidiano come Repubblica mette in relazione la violenza che ha colpito Bersani con quella che ha investito, per esempio, Caterina Simonsen, la giovane malata sepolta da un fiume di contumelie perché ha difeso la sperimentazione sugli animali. Ma la flagellazione sul Web non è una novità, ed è diventata, piuttosto, la regola di questi anni: colpisce giornalisti, colpisce politici, colpisce uomini dello spettacolo, di cultura, colpisce chiunque, in qualche modo, si dissoci dal senso comune o diventi il bersaglio di qualche setta. È un rito conformista.

La denuncia di Caterina Simonsen sulla pagina di Facebook “A favore della sperimentazione animale”

Una strana coincidenza, come spesso capita, fa sì che questo dibattito arrivi proprio nel momento, nel giorno in cui esordisce sulla Rai “Il commissario”, la fiction dedicata a Luigi Calabresi. Viene facile a questo punto collegare l’ingiuria dei tempi moderni a quella dei tempi passati, la gogna mediatica che subì Calabresi con gli schizzi di fango di oggi. Che cosa unisce questi due fenomeni così diverse e lontani nel tempo? Apparentemente nulla: nella stagione degli anni di piombo, l’odio ideologico fu seguito dalla geometrica potenza delle macchine da guerra brigatiste, la flagellazione pubblica divenne il presupposto della violenza di piazza, e poi – addirittura – di quella omicida. Oggi, grazie al cielo, la denigrazione resta confinata nel Web. È però vero, che qualche avvisaglia negativa c’è stata. Considero un campanello d’allarme, troppo presto dimenticato, il gesto sconsiderato di Luigi Preiti, il pazzo armato di pistola che andò a sparare proprio davanti a Montecitorio e a Palazzo Chigi, nel punto topografico di congiunzione tra i due palazzi simbolo della politica. Era quello, ovviamente, un gesto sconsiderato, ma alimentato dalla lingua di rancore che da sempre in questi anni ha accompagnato l’anticasta. 

Emilio Solfrizzi nei panni di Luigi Calabresi, nella fiction “Il Commissario”

Ecco perché, il fenomeno di Ingiuriopoli non deve essere considerato l’anticamera del nuovo terrorismo, ma nemmeno può essere sottovalutato: non è vero che dietro ogni minaccia di morte c’è un aspirante brigatista, ma è vero invece che ogni brigatista ha iniziato la sua carriera poggiando le basi del suo rancore sull’odio, sulla denigrazione di un nemico ideologico e politico. Ecco perché, per aver raccontato molto spesso il percorso sempre uguale che congiungeva le campagne di denigrazione con il delitto, ogni volta che leggo quella nuvola di rabbia su Internet un po’ di inquietudine la provo. Mi ha fatto piacere, per questo, che Beppe grillo abbia detto Bersani aperte virgolette non fare scherzi!”. L’altra costante che ritorna, infatti, è la triste efficacia dei cattivi maestri che negli anni di piombo incitavano alla guerra indicavano i bersagli da colpire su gazzette più o meno clandestine, o su radio più o meno libere. Oggi – i nuovi cattivi maestri – sono quelli che indicano i bersagli sui siti Web, e che surfano disinvoltamente sugli umori più bassi che riescono a suscitare: ingiuriopoli, infatti è una partita di giro che si regge sul consenso che produce.  È un bene quindi che Beppe Grillo abbia deciso, per una volta, di abbandonare le ingiurie sepolcrali e la maschera ringhiante per fare dei civilissimi auguri a Bersani: vuol dire che ha capito di essere seduto su una polveriera, che ha capito, per una volta, la differenza tra la politica lo spettacolo: meglio un applauso di meno che una vittima di più.

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