Tutti i vizi delle popolari in una: la Marostica

L’assemblea di domenica

Una summa di vizi. È la Banca popolare di Marostica, che si riunirà in assemblea domenica per eleggere il nuovo board. Poco meno di ottomila soci, una cinquantina di filiali sparse tra le province di Vicenza, Padova e Treviso. Fino a ieri governata da un paròn, Gianfranco Gasparotto, che entra in banca 47 anni fa. Da direttore generale, per 20 anni, riesce in qualche modo a difenderla dalle lusinghe delle vicine Veneto Banca e Popolare di Vicenza, che tra 2007 e 2008 puntano sull’istituto per penetrare in una provincia ad alto tasso di piccole e medie imprese. Tant’è che nella vicina Bassano del Grappa c’è chi dice non si muova foglia che Gasparotto non voglia.

Nel bene e nel male: nel 2010 l’intero consiglio d’amministrazione, compreso il presidente Giovanni Cecchetto, si becca 42mila euro di multa da Bankitalia per «carenze nell’istruttoria, erogazione, gestione e controllo del credito». D’altronde, l’unica leva per fare margine è raccogliere dai clienti e prestare alle imprese. Al primo semestre 2013, chiuso in perdita per poco meno di 6 milioni, la raccolta si è assestata a 2,4 miliardi (+4%) gli impieghi a 1,5 (-1,8%) mentre i crediti deteriorati lordi sono saliti a 420 milioni di euro, con un tasso di copertura del 39,4% ma il 57% delle sofferenze (le esposizioni non più recuperabili, ndr) complessive rettificate.

A insospettire gli ispettori di Bankitalia, oltre alle esposizioni non performing, sono sia i crediti nei confronti della Cassa di risparmio di Ferrara per l’acquisizione della Banca di Treviso – oggetto di un arbitrato in cui sembra abbia avuto la meglio l’istituto berico, che dovrebbe ricevere 7,7 milioni di euro rispetto ai 40 sborsati nel 2010 per la banca della Marca – sia la governance. Le conclusioni di via Nazionale, arrivate a marzo 2013, sono tranchant: la governance va rinnovata, e l’istituto necessita di una partnership operativa per sostenere un serio piano di sviluppo. Il tutto in soli 45 giorni. Gasparotto non ci sta, fa ricorso al Tar del Lazio e riesce ad ottenere più tempo per gestire la transizione meno traumaticamente. Nel frattempo dà mandato all’avvocato milanese Paolo Gualtieri, ex advisor tra gli altri di Unipol nella fusione con FonSai, di cercare – con molta calma – una banca interessata a convolare a nozze con la piccola popolare.

Banco Desio, Banca popolare di Cividale, Bper, Popolare di San Felice sono alcuni dei 16 istituti che porgono le loro avances alla Marostica. Invece di condurre un’asta, Gualtieri decide di trattare in esclusiva con Volksbank – Banca popolare dell’Alto Adige, in cambio di una commissione da 3 milioni di euro – 170mila di rimoborso spese, 850mila di commissioni più un ulteriore riconoscimento in cambio di un prezzo pari a una volta e mezza il valore di libro – se il matrimonio si fosse celebrato entro il 31 dicembre. La lettera d’intenti viene firmata il 22 ottobre.

La scelta di optare per Volksbank, spiegano a Linkiesta fonti interne alla Marostica confermate dalla popolare sudtirolese, sarebbe stata dettata dalla vicinanza ventennale tra gli ex presidenti dei due istituti, oltre al vantaggio di non finire preda di una realtà considerata rivale come Veneto Banca o la Popolare di Vicenza. Si narra di un’incontro in cui Gianni Zonin, plenipotenziario della Vicenza, abbia chiesto proprio a Cecchetto se la decisione di guardare all’Alto Adige fosse stata spinta da Bankitalia o da Gualtieri stesso, figura di garanzia proprio nei confronti degli occhiuti controllori di Palazzo Koch. L’avvocato milanese, dal canto suo, ha paventato – come raccontano a Linkiesta alcuni testimoni oculari – nell’incontro pre assembleare del 15 gennaio un rischio concreto di commissariamento da parte di via Nazionale se dovesse vincere Gasparotto. Insomma, è guerra. 

Mentre Marostica chiama la Deloitte e Volksbank la Kpmg per condurre le rispettive due diligence – concluse a metà dicembre – e preparare la fusione, qualcosa va storto. A fine novembre Mario Meneghini, consigliere fedelissimo di Gasparotto, si dimette facendo venire meno la maggioranza del consiglio d’amministrazione votato dall’assemblea dello scorso luglio. A questo punto Cecchetto tenta il blitz, provando a inserire all’ordine del giorno dell’assemblea del 19 gennaio l’aggregazione con Volksbank assieme al rinnovo degli organi sociali. Una mozione poi ritirata per via della moral suasion di Bankitalia, che ha chiesto di affrontare il tema soltanto una volta chiuso il capitolo governance.

Le trattative con Bolzano si interrompono ufficialmente il 18 dicembre, e si apre la campagna elettorale in vista dell’assise del 19 gennaio: da un lato i gasparottiani, fieri sostenitori dell’autonomia, dall’altro Cecchetto e quanti vorrebbero l’abbraccio con Volksbank. La quale, affermano fonti interne a Linkiesta, rimane tuttora interessata all’opportunità di consolidamento. C’è poi il ticket Ermanno Angonese, ex direttore sanitario dell’Ulss di Vicenza, e Angelo Guzzo, presidnete di Acque Vicentine, forti di 300 preferenze guadagnate nell’assemblea dello scorso luglio. E infine la Confartigianato, che sembra propenderà per la lista degli attuali vertici.

I colpi bassi non mancano. Come nella migliore tradizione italiana: a suon di carte bollate. Gasparotto, licenziato a fine novembre, viene denunciato da Cecchetto e dal direttore generale Alessandro Galimberti per furto e appropriazione indebita. Il motivo? Essere entrato negli uffici dell’istituto per regalare delle agende 2014 della banca agli amici. A sua volta l’ex direttore generale – che ha presentato il 15 gennaio una controquerela per diffamazione diretta ai vertici dell’istituto – ottiene dalla Corte d’Appello di Venezia la sospensione della delibera del consiglio d’amministrazione sull’accettazione delle deleghe di voto in assemblea soltanto previa vidimazione da parte di un pubblico ufficiale.

Non è finita: da qualche giorno Gasparotto è stato fatto fuori come socio della popolare «in quanto ha posto in essere comprovati comportamenti dannosi per la Banca ed è stato inadempiente alle obbligazioni, reali e specifiche che gravano sul socio». Inutile dire che il diretto interessato, forte di un parere favorevole dalla Cassazione del 2012 che riguardava un altro caso di esclusione risalente al 2001, farà ricorso. In piazza degli Scacchi la mossa vincente deve ancora arrivare, ma tra i due litiganti gli 8mila soci non godono per niente: le azioni valgono 94 euro, ma se qualcuno ha intenzione di liquidarle ottiene dalla banca solo 75 euro.