FOTONOTIZIABangkok, scontri tra dimostranti e polizia

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Sarebbero dozzine i feriti e almeno cinque i morti accertati dopo le violenze scoppiate tra manifestanti e polizia nella mattina di martedì 18 febbraio a Bangkok, Thailandia. Le forze armate hanno tentato di allontanare i manifestanti dalle strade e i siti adiacenti ai palazzi governativi occupati dal novembre 2013 per protestare contro il governo del premier Yingluck Shinawatra, chiedendone le dimissioni. Quello di Shinawatra – vincitrice delle elezioni del 2011 – sarebbe, per i dimostranti, nient’altro che il governo ombra del fratello, Thaksin Shinawatra, in esilio dal 2006 dopo essere stato rovesciato da un colpo di stato.

Già venerdì 14 febbraio la polizia ha tentato di sgomberare alcune aree occupate dai manifestanti, che le hanno riprese subito dopo. Lo stesso governo ha dichiarato che proverà a smantellare tutti i siti occupati entro la fine di questa settimana. 

Cosa succede nel Paese

Le manifestazioni sono state scatenate dall’approvazione il primo novembre 2013 di una legge che cancellerebbe i reati politici successivi al golpe del 2006 che ha rovesciato Thaksin. E cancellerebbe quindi anche la sua condanna per corruzione, emessa nel 2008. 

Per tentare di calmare le proteste, il premier Yingluck Shinawatra il 9 dicembre 2013 ha sciolto il governo e convocato elezioni anticipate per il 2 febbraio. Ma nel giorno delle elezioni, i manifestanti anti governativi hanno bloccato diversi seggi. Circa il 10% dei seggi elettorali è rimasto chiuso e centinaia di dimostranti sono scesi in strada. 

Il Partito democratico ha chiesto quindi alla Corte costituzionale thailandese l’annullamento del voto, ritenuto incostituzionale nel suo svolgimento. La Costituzione prevede infatti che le operazioni di voto si completino nell’arco di un’unica giornata, cosa che non è accaduta. Ma la Corte costituzionale ha rifiutato lo scorso 12 febbraio la richiesta di annullamento, dando la colpa del mancato compimento al blocco provocato dai manifestanti nei seggi elettorali. 

Ma i dimostranti sono contrari alle elezioni e chiedono la formazione un «people council», una sorta di assemblea popolare, senza passare dalle urne, che abbia lo scopo di riformare il sistema politico. E puntano a paralizzare l’attività del governo per costringere il primo ministro Yingluck alle dimissioni.

Il Paese resta così in sospeso, mentre il governo ha dichiarato 60 giorni di stato di emergenza a Bangkok e nelle province adiacenti.

Lunedì 17 febbraio la Commissione elettorale ha dichiarato che non si possono organizzare nuove elezioni finché non verrà annulato il rischio di nuovi sabotaggi da parte dei dimostranti. Il Governo dall’altro lato spinge perché nuove elezioni si tengano al più presto.

Intanto, l’agenzia nazionale anti-corruzione ha deciso di accusare la prima ministra thailandese Yingluck Shinawatra di negligenza nell’ambito di un controverso programma di sussidio ai produttori di riso. Secondo la Commissione, Yingluck non ha considerato gli avvertimenti ricevuti, che la mettevano in guardia sull’aumento della corruzione e le perdite finanziarie che quel tipo di politica stava provocando nel Paese.

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