Bankitalia non vuole una bad bank con soldi pubblici

La continuità Draghi-Visco

A Palazzo Koch non piace la bad bank pubblica. A margine dell’inaugurazione dell’Unicredit Tower, il presidente dell’Abi – la lobby banaria italiana – Antonio Patuelli ha detto di non essere contrario alla bad bank, aggiungendo però che l’iniziativa deve venire «da un soggetto pubblico che in questi anni, invece che aiutarci, finora ha aumentato le tasse sulle banche». Esattamente ciò che Bankitalia e soprattutto la Ragioneria generale dello Stato vogliono evitare. La prova sta nella Legge di Stabilità 2014, che consente alla Cassa depositi e prestiti di acquisire titoli cartolarizzati «aventi ad oggetto crediti verso piccole e medie imprese al fine di accrescere il volume del credito alle piccole e medie imprese». Strumenti, questi ultimi, «garantiti dallo Stato secondo criteri e modalità stabiliti con decreto di natura non regolamentare del ministro dell’Economia e delle finanze».

Un filo, quello delle cartolarizzazioni (titoli composti da portafogli di crediti, ndr), che collega idealmente la politica economica di Mario Draghi e del successore Ignazio Visco. Nel discorso all’Assiom Forex del 2009 (clicca qui e vai a pagina 8), l’attuale presidente Bce, allora numero uno di via Nazionale, sosteneva che «I provvedimenti annunciati da vari paesi nelle ultime settimane, quali la delimitazione dei titoli più problematici nei bilanci bancari o il loro trasferimento a enti separati (bad banks), sono da accogliersi con favore perché incentivano l’emersione dei titoli più rischiosi». Tuttavia, per i «sistemi bancari solo marginalmente appesantiti dall’eredità del passato», suggeriva Draghi, sarebbe stata più utile una garanzia pubblica sulle parti meno rischiose delle emissioni di nuovi crediti. All’epoca il dibattito era concentrato sui subprime, problema che l’Italia – tranne Unicredit – non ha mai avuto.

Cinque anni dopo, per effetto della crisi sovrana sono diventati “tossici” i prestiti all’economia reale (non performing loans), scaduti, incagliati o in sofferenza, ovvero non più recuperabili. Sulla poltrona di Draghi si è seduto Ignazio Visco, che l’8 febbraio scorso al consueto appuntamento all’Assiom Forex ha aperto all’ipotesi di una bad bank in cui far confluire i crediti deteriorati ripulendo così i libri degli istituti di credito. Un veicolo tutto da costruire e dunque appetitoso per le società di consulenza come Oliver Wyman, assunta dalla Bce per l’asset quality review, o McKinsey. Gli esperti della prima ricordano il successo del salvataggio del Banco di Napoli prima di finire tra le braccia di Intesa Sanpaolo. I secondi, in un report dell’agosto 2009 evidenziano i rischi di non definire appropriatamente il supporto pubblico e il conseguente livello di rischio che ricade sulle esili spalle dei contribuenti.

Una questione di centrale importanza per Bankitalia. Fonti interne a Palazzo Koch ricordano come la soluzione più semplice per risolvere il problema delle sofferenze nei bilanci degli istituti, pari a 155 miliardi, sia utilizzare lo schema legale della legge ’99 sulle cartolarizzazioni, utile a ripulire i bilanci bancari nel corso della recessione del 2001-2002. L’unica controindicazione è l’elevata ponderazione (da 100 a 1250%) derivante dalla direttiva CRD europea, che implementa le regole di Basilea III. Detta in altri termini, gli accantonamenti sono estremamente costosi in termini di capitale. Una controindicazione risolvibile con l’intervento della Cassa depositi e prestiti, che ha il vantaggio di non aumentare il debito pubblico, stando agli schemi di calcolo di Eurostat. Un rischio forte sulle cartolarizzazioni sta tuttavia nella risposta del mercato: sono appetibili? Uno studio della società di consulenza Kpmg evienzia che tra il 2010 e il 2011 l’ammontare delle cartolarizzazioni dei portafogli di crediti dubbi sono salite da 17 a 49 miliardi di euro.

La garanzia pubblica chiesta da Patuelli presenta un altro inconveniente: le cosiddette contenigent liabilities, passività temporanee che non finiscono nel calcolo del debito pubblico attuale, ma ingrossano quello futuro (per Eurostat nel 2011 le contingent liabilities erano pari all’8% del Pil comunitario). Avere garanzie pubbliche su attivi che rischiano di avere un grosso haircut, di perdere cioè un’alta percentuale del valore nominale, prospetticamente aumenta il debito. Ciò spaventa gli investitori istituzionali, che al contrario dei regolatori europei valutano le passività a valore economico, non al valore di realizzo. Per via Nazionale, dunque, l’Italia non può permettersi una bad bank intesa sul modello spagnolo, utilizzando cioè 100 miliardi dei contribuenti. Troppo pesante il fardello del nostro debito pubblico, al 130% del Pil, rispetto a quello spagnolo, che salirà al 101% del Pil nel 2016. L’ultima incognita considerata da Palazzo Koch riguarda il ciclo economico: per il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale ha stimato per l’Italia una crescita del Pil dello 0,6% nel 2014 e dell’1,1% nel 2015. Se le previsioni si riveleranno esatte si attenuerà il rischio di aggiungere nuove esposizioni dubbie nel novero degli asset da conferire alla bad bank, gonfiandola a dismisura. Esattamente ciò che la Ragioneria generale dello Stato ha vietato.