Di Battista, il leader emotivo che spacca il Movimento

Amato dalla base, discusso dai colleghi

Anche chi finora lo aveva ignorato ha imparato a conoscerlo. Il leader emotivo, l’agitatore più inquadrato dalle telecamere nella bagarre a Montecitorio si chiama Alessandro Di Battista. I suoi slogan bucano lo schermo con una drammaturgia degna di un format: si è fatto immortalare mentre arringava un imperturbabile Gianni Cuperlo, ha asfaltato il capogruppo Pd Speranza in sala stampa per poi definirlo «un Gasparri dei poveri, pollo in batteria». Infine, un altro aneddoto, stavolta lontano dalla tv, è quello di lui che pensando di esser stato chiuso fuori dalla Commissione Affari Costituzionali minaccia di sfondare la porta con il busto di Giolitti, salvo essere calmato da Matteo Richetti, Pd: «La porta è aperta».

Trentacinque anni, Alessandro Di Battista è il bello che vince sul male, il cuore scalmanato della guerra grillina nelle istituzioni. Lacrime e urli, comizi e spiegazioni, per qualcuno è passione, per altri populismo. Il carisma non gli manca: suscita emozioni nel popolo stellato ma l’eloquio magnetico seduce anche molti elettori tradizionalmente fuori dal recinto. Pasdaràn, ma dalla personalità talmente spavalda da non sembrare il solito lealista. Pretoriano, eppure prodigo di coinvolgimento popolare: «Sono pronto a morire per l’Italia, risvegliamo le coscienze».

Nei giorni in cui il blog di Grillo lancia un post gravido di polemiche, quel «cosa faresti in macchina con la Boldrini?» che scatena commenti sessisti e reazioni sdegnate, Di Battista chiede una rivoluzione «non violenta» 2.0 e invita alla calma: «Combattiamo con informazione e partecipazione». È la voce dell’intransigenza, interprete autentico dei due cofondatori, testa d’ariete del Movimento per il quale parla da profeta, confeziona slogan con la velocità di un autore e converte cittadini sulla via di Damasco. «Chiunque vuole lasciare un paese migliore per i nostri figli è del Movimento, molti sono ancora grillini a loro insaputa». Evangelizzatore col megafono, diffonde il verbo dove capita: da un binario della stazione Termini alla sala conferenze di un albergo a Montesilvano.

Tutti i weekend è in giro per l’Italia a incontrare meetup e attivisti. «A lungo andare il palazzo ti logora, per non perdere l’anima ho fatto molte iniziative coi cittadini. Ho dormito quattro ore a notte, non è una bella vita ma è una parentesi in cui combatto per il popolo italiano». Dall’agorà cittadina alle passeggiate nei boschi, una volta si è presentato con giacca in pelle, bandana rossa griffata M5s e maschera di V per vendetta, ha creato pure l’iniziativa “Invita un deputato a cena”Ci mette la faccia, sempre. Fuori dal Palazzo è affabile: dà del tu ai giornalisti, si intrattiene con attivisti e curiosi. Il bagno di folla è assicurato non senza foto ricordo e strette di mano per un deputato che, meglio dei colleghi di altri partiti, sa accarezzare la pancia dell’elettorato.

Tifoso laziale, ex catechista, in passato votò Rifondazione e Pd, «ma ora mi sono disintossicato». La mamma non gli ha parlato per tre giorni quando ha saputo che non si sarebbe tenuto l’intero stipendio da parlamentare, mentre il padre Vittorio è stato soprannominato Littorio per il suo orgoglio fascista. Dibba, lo chiamano così, ha preso una strada diversa svoltando a sinistra e citando Che Guevara per poi riparare nel Movimento al grido di «Il Pd è peggio del Pdl». Oggi vicepresidente della Commissione Esteri, ieri cooperante in Africa e Sudamerica, una laurea al Dams e un master in tutela internazionale dei diritti umani. All’attivo vanta un libro edito dalla Casaleggio, “Sicari a cinque euro” pubblicizzato in questi giorni sul blog di Grillo, circostanza che spinge qualche collega stellato a evocare il «conflitto di interessi».

Nel frattempo non parla con la cronista parlamentare del Fatto Quotidiano Paola Zanca, ma si fa fotografare con Andrea Scanzi. «Ho deciso di non rilasciare interviste a giornali come Repubblica, Corriere, La Stampa e Il Giornale perché hanno dei padroni e rappresentano il nemico». Evita la carta stampata, ma ha cominciato ad andare in televisione su spinta dello staff comunicazione «e non c’è stata nessuna assemblea plenaria per decidere il suo sbarco in tv», sussurra a Linkiesta un deputato M5s. L’ultimo appuntamento l’ha onorato nel salotto meneghino-borghese di Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche con uno studio prodigo di applausi. Una settimana prima era in collegamento a Servizio Pubblico, anche lì standing ovation e grande successo con buona pace della deputata Pd Alessandra Moretti che accusa: «Doveva essere con me in trasmissione, incontrandomi mi proponeva: “io non attacco te e tu non attacchi me ok?”».

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L’opinione pubblica lo studia da tempo. A maggio era arrivato l’endorsement di un amareggiato Michele Serra su Repubblica: «Ogni volta che lo sento parlare mi faccio la stessa domanda: perché non è del Pd o di Sel?». Negli ultimi giorni Carlo Freccero lo ha battezzato «nuovo leader del Movimento», Giuseppe Cruciani lo inquadra come «il Masaniello di Grillo con atteggiamenti alla Paolo Bonolis», mentre Il Foglio picchia duro: «Simpatico mitomane a Cinque Stelle». Definitivo Giulio Finotti sull’Espresso: «Di Battista è un blog fatto persona, un post vivente, un “fate girare!!1!1” in continuo movimento». 

Eppure Dibba è tanto amato dalla base quanto discusso nel gruppo parlamentare. I colleghi stellati dicono chiaro e tondo: «Alessandro è un personaggio divisivo». Non si tratta di mera invidia, non c’è solo il fastidio per gli atteggiamenti da primo della classe, da moralizzatore che tiene tutti nel recinto, quel suo essere «più uguale degli altri» che talvolta lo ha reso oggetto di scherno nella squadra grillina. Qualcuno lo apostrofa come «uomo marketing», ma sono diversi i colleghi stellati a porre una domanda chiave: «Vi siete mai chiesti perché finora non è mai diventato capogruppo alla Camera?».

Non solo i senatori, dunque. I deputati lo vivono quotidianamente a Montecitorio e alcuni di loro si sono fatti un’idea precisa. Sorridono, lo applaudono, ma non lo eleggerebbero mai alla guida della pattuglia: «Non ha presentato neanche un disegno di legge, è lesivo per il gruppo a livello di produttività, gli altri fanno il lavoro sporco mentre lui si dedica alla comunicazione». Un parlamentare a microfoni spenti attacca: «Va a fare il santone in giro per l’Italia, un proselitismo che scavalca la circoscrizione elettorale di riferimento e sconfina nel personalismo, nella promozione di se stesso». Di lui raccontano siparietti come un’audizione del ministro degli Esteri Emma Bonino alla Camera durante la quale lui, armato di Ipad e cuffiette, seguiva un video della web tv “La Cosa”. Qualcun altro gli rimprovera la gestione claudicante di alcune iniziative con annesse polemiche, come la visita di una delegazione M5s al Vaticano.

«Non lo voteranno mai come capogruppo», ma sanno bene che la sua voce conta più di altre. Come quando è stato avvistato nel cortile di Montecitorio insieme a Manlio Di Stefano mentre discuteva con la deputata M5s Emanuela Corda, che in aula espresse solidarietà al kamikaze durante la commemorazione di Nassiriya. Nelle stesse ore la Corda ha fatto un discorso di rettifica, affiancata da Di Battista che in piedi annuiva dietro di lei. Capoclasse morale? In pubblico fa esercizi di modestia: «L’assemblea mi cazzia come cazzia chiunque altro», eppure ha un posto d’onore nell’inner circle di Grillo e Casaleggio, è uno dei pochi prescelti per i corsi di comunicazione. Lui stesso non ne fa mistero: «Ho un rapporto personale con Gianroberto e ogni tanto lo chiamo per chiedergli qualche consiglio». Durante l’ultimo V-Day l’unico parlamentare citato da Grillo è stato proprio Di Battista, che dopo Servizio Pubblico ha ricevuto un sms dall’ex comico: «Siamo oltre». 

La base lo reclama candidato premier ed è pronta a inondarlo di click in caso di primarie online, a centinaia lo attendono negli incontri pubblici, a migliaia lo sostengono sui social network. «Ho due vizi, il fumo e Alessandro Di Battista, ma credo che sarà più facile smettere di fumare», scherza Filippo mentre Marina si rivolge direttamente al deputato: «Dici le cose che tutti vorrebbero dire, sono orgogliosa di essere rappresentata da te, non mollare!». Lui si lusinga, sublima il «noi» ed elogia il gruppo, ma la sfida per la leadership M5s è materia viva, roba da realpolitik. Se la gioca con l’istituzionalissimo Luigi Di Maio, ventiseienne vicepresidente della Camera dall’imperturbabile sobrietà. Stile da colomba e argomenti da falco, il campano è volto spendibile tanto al governo quanto nel salotto tv di Bruno Vespa. Di Maio è stato pure lodato da Grillo nella sua ultima discesa a Roma, eletto a modello di comportamento per gli altri colleghi. Anche se qualcuno, nelle fila stellate, non ci sta: «Ma quale enfant prodige, sarà vicepresidente ma è ancora uno studente fuoricorso di giurisprudenza».

Da parte sua Di Battista marcia a testa bassa senza voli pindarici sulla carriera futuribile: «Non esistono salvatori della patria, la parola leadership non è brutta ma da noi non c’è nessun capo. Ognuno ha i suoi talenti, tutti utili ma nessuno è indispensabile. C’è chi sa parlare bene in pubblico e ha una leadership comunicativa, ma ci sono anche persone che sanno leggere un bilancio alla grande». Lascia intendere che non si tirerà indietro in caso di «chiamata alle armi» per una candidatura, ma fa appello all’intelligenza collettiva. In molti, tra i colleghi, lo incoraggiano. Qualcun altro ha pronto per lui un perfido piano B: «Si faccia assumere dal gruppo comunicazione».

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