La troika economica di Renzi

Come tornare a crescere

Il gelido passaggio della campanella tra Enrico Letta e Matteo Renzi, rende bene il clima nel quale il nuovo governo si troverà a operare. Deve guardarsi dai nemici interni oltre che da quelli, numerosissimi, all’esterno. Il pie’ veloce Renzi non parte in quarta, quindi ha bisogno di fare il più possibile finché dura l’effimera luna di miele. E buona parte del peso cade sulla trojka scelta per condurre il paese fuori dalla crisi. Riduzione del cuneo fiscale, riforma del mercato del lavoro, investimenti: sono queste le tre priorità enunciate più volte da Pier Carlo Padoan il nuovo inquilino di via XX settembre. Lo ha scritto anche nell’ultimo dei suoi atti ufficiali come capo economista e numero due dell’Ocse, cioè nel documento consegnato al G20 di Sidney. Per tenere insieme il triangolo riformatore, occorre la massima sintonia con Giuliano Poletti il ministro al quale tocca il compito di cambiare il mercato del lavoro e con Federica Guidi che al dicastero dello Sviluppo economico non dovrà solo gestire i tavoli di crisi aperti a via Veneto, ma rilanciare la voglia di investire, innanzitutto tra i suoi colleghi, i patron che hanno perso la fiducia in se stessi e nel loro avvenire. Un terzetto curiosamente assortito, nel quale si realizza un’alleanza dei produttori tra una imprenditrice confindustriale e un esponente del movimento operaio del quale la Lega Coop è un pilastro, una berlusconiana liberale poi avvicinatasi al gruppo scissionista di Angelino Alfano, e un ex comunista. Fa da trait-d’union un economista dalla vasta esperienza internazionale, ma che mastica politica fin da giovane, viene dalla scuola di Claudio Napoleoni ed è stato consigliere di D’Alema a palazzo Chigi. 

E’ un tridente sviluppista, il cui centro di gravità sta nella crescita non nella stabilità di per sé (una novità rispetto alla coppia Letta-Saccomanni); che teme la stagnazione come il grande pericolo della fase post crisi come ha scritto lo stesso Padoan. A lui tocca il compito più ingrato, intanto assicurando coerenza strategica al lavoro dei suoi colleghi e poi perché deve affrontare di petto i fantasmi domestici e i draghi europei. Dei primi abbiamo già scritto su linkiesta parlando della maledizione di Quintino Sella: la burocrazia, le decisioni soffocate nella palude dei provvedimenti attuativi, la scarsa collaborazione tra la Pubblica amministrazione e i centri decentrati di spesa, regioni e comuni. I mostri dell’Eurolandia non sono meno pericolosi. E’ vero che Padoan può approfittare di una contingenza positiva, come i bassi tassi d’interesse e la riduzione dello spread con la Germania. Ma può rivelarsi un beneficio effimero, una parentesi. Quindi dovrà negoziare con la Ue e con la stessa Bce. Proprio questo sembra un punto chiave del suo mandato politico. Non ci sono solo le deroghe al tetto del 3% nel rapporto tra disavanzo pubblico e prodotto lordo; c’è un tasso di cambio dell’euro troppo alto che nuoce alla ripresa (un tasto sul quale dovrebbe battere con insistenza nell’Ecofin) e poi c’è l’interpretazione del fiscal compact. 

A partire da questa finanziaria e per i prossimi vent’anni, occorre trovare 50 miliardi l’anno tra nuove entrate e minori spese, ma sarebbe molto meno, tra 15 e 20 miliardi, se si applicassero i correttivi che riguardano la ricchezza, il tasso di risparmio, l’economia sommersa, fattori fondamentali per valutare la sostenibilità del debito. E’ l’eccezione italiana che nell’autunno 2011 sembrava essere accettata come norma aggiuntiva valida per tutti. Poi, è stata ignorata. Adesso è ora di tirarla fuori dal cassetto dei buoni propositi. Il calcolo viene fatto a crescita zero. E’ chiaro che, se il prodotto lordo aumenta di almeno di due punti in termini reali, i 50 miliardi si trovano più facilmente, ma sono risorse che sarebbe meglio destinare agli investimenti, riducendo il debito con lo sviluppo non con i tagli che avviano un circolo vizioso come il Padoan economista ha più volte scritto.  

Il neoministro non è un fautore del deficit spending: riportare il bilancio in equilibrio per lui è una necessità proprio per non spiazzare gli investimenti. “L’austerità paga in termini di aggiustamento fiscale, perché si vedono già i risultati”, ha dichiarato. Ed è convinto che la via maestra, soprattutto in paesi come l’Italia, passa per la riduzione della spesa pubblica, quindi dovrebbe spingere Carlo Cottarelli ad anticipare a quest’anno i benefici della spending review (il commissario ritiene realistico trovare otto miliardi, ma si può fare di più forzando sulla spesa di beni e servizi). Da qui devono arrivare le risorse per il cuneo fiscale, non da nuove tasse.

Padoan deve guardarsi dal fascino ambiguo della patrimoniale verso la quale spinge apertamente la Bundesbank scrivendolo nei suoi bollettini con una grave scorrettezza istituzionale (non s’è mai visto che una banca centrale si metta a sindacare sulla politica fiscale di un altro paese). Padoan economista ha sostenuto che tassare la casa è meglio (cioè meno peggio) che tassare il lavoro, ma il Padoan ministro sa che oggi sono supertassati entrambi. Da imposte sulle rendite finanziarie non arriva nessun risultato significativo, anzi  finiscono per colpire i risparmi investiti in titoli di stato, effetto quanto mai controproducente. Sia nelle vesti di economista sia nei panni del ministro, si rende conto che bisogna invertire le aspettative di investimento e questo avviene con meno spese correnti, pagando i debiti della Pubblica amministrazione, presentando una idea di paese; non con più tasse. Il sistema fiscale va cambiato, anche spostando l’onere contributivo dal lavoro dipendente agli altri redditi, potenziando l’imposizione indiretta, disboscando la giungla dei privilegi. Ci sono proposte importanti studiate da Vieri Ceriani che andrebbero riprese. Ma si tratta di impostare una vera riforma non di mettere mano a misure d’emergenza. 

L’altra partita rischiosa si gioca sul lavoro. Poletti, l’ex capo delle coop rosse, deve affrontare i sindacati e aggirare (perché ad abbatterlo rischia di rompersi le ossa come i suoi predecessori), il tabù dell’art.18. Il jobs act gli fornisce una proposta interessante. Lo stesso vale per la riforma degli ammortizzatori sociali. Difficile che possa abolire la cassa integrazione. Come uomo d’impresa sa quanto è utile. E la conosce bene anche la Guidi. Ma si può riportarla alla funzione originaria, eliminando le deroghe e la straordinaria, e istituendo un serio sussidio di disoccupazione, quindi potenziando l’Aspi. Occorre creare un’agenzia nazionale del lavoro sul modello tedesco. E poi bisogna riaprire le porte all’occupazione flessibile. La riforma Fornero, pur piena di buone intenzioni, ha solo provocato disoccupati. Poletti dovrà anche coordinarsi con Stefania Giannini alla Pubblica istruzione perché la scuola è il cardine per ogni mercato del lavoro che funziona.

Vasto programma destinato a scontrarsi con le mille resistenze che ammantano di sinistrismo la difesa dello status quo. E a questo punto toccherà a Renzi intervenire. “Ci metto la faccia che vale più della carriera”, ha detto. Qui si parrà la sua nobilitate, e soprattutto il futuro di tutti noi perché, se anche lui va, chi resta?

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