Le mogli dei due marò alla Camera: «Riportateli a casa»

«Non accetteremo un processo in India»

«È arrivato il momento di dire basta. L’India si sta approfittando della buona fede e della dignità di una nazione». Vania Ardito è categorica. Visibilmente emozionata, la moglie di Salvatore Girone riesce a non perdere la calma. «Non accetteremo mai un processo che si tenga fuori dall’Italia» scandisce con voce ferma Paola Moschetti. È la compagna di Massimiliano Latorre, l’altro fuciliere di Marina detenuto a Nuova Delhi. Per la prima volta dall’inizio della crisi diplomatica, le due donne sono a Montecitorio. L’occasione non è casuale: in questi giorni ricorre il secondo anniversario del loro dramma. «Due anni di ingiusta detenzione». Al petto di entrambe il nastrino giallo per chiedere la liberazione dei marò.

Ospiti delle commissioni Esteri e Difesa, arrivano a Montecitorio nel primo pomeriggio. Durante la serie di incontri ufficiali non si commuovono mai. Ma con dignità incalzano il Parlamento perché la vicenda si concluda al più presto. Chiedono che l’ambasciatore italiano richiamato dalla Farnesina resti qui, «almeno fino a quando non saranno tornati». Pretendono che il nuovo governo mantenga alta l’attenzione sul caso. Ma anche che i deputati di tutti i gruppi siano pronti a tornare con una missione parlamentare in India, «se necessario». Parlano di Massimiliano e Salvatore. Mariti, compagni. Più semplicemente «due militari italiani», come ripetono spesso. 

Il primo incontro è con la presidente Laura Boldrini. «Nonostante le lungaggini il Parlamento è con voi» le rassicura. «Ma per internazionalizzare il più possibile questa situazione è importante il contributo dell’Unione Europea». Anche per questo la Boldrini ha scritto una lettera al presidente dell’europarlamento Martin Schultz, che mostra alle due donne. Verso le 16 è l’Aula della Camera a rendere omaggio alle familiari dei due fucilieri. Mentre è in corso la votazione sul decreto che abolisce il finanziamento ai partiti, Vania e Paola si affacciano dalla tribuna. I deputati si lasciano andare a un lungo applauso. C’è il tempo per un incontro con i componenti delle commissioni Esteri e Difesa, a cui le due donne portano in dono il fazzoletto del battaglione San Marco. Poi una breve conferenza stampa con i giornalisti.

Vania Ardito ripercorre la vicenda. Denuncia senza mezzi termini «l’inganno» con cui le autorità indiane hanno fatto scendere i due fucilieri dalla nave Enrica Lexie nel porto di Kochi. Il sequestro dei passaporti e l’inizio di quello che per le due famiglie sarebbe diventato un dramma. Ricorda i quattro mesi in carcere in Kerala. «Carcere vero, sono stati 110 giorni chiusi in cella». Impossibile non ricordare l’ultima visita in Italia dei due militari e il doloroso rientro in India. «Gli è stato ordinato di partire. Altrimenti non sarebbero tornati». Eppure nelle parole di Vania non c’è alcuna recriminazione: «Massimiliano e Salvatore sono due militari italiani. Eseguono gli ordini».

Le donne parlano della «presunzione e dell’arroganza» del governo indiano. E chiedono all’Italia di insistere con decisione per risolvere finalmente la vicenda. «È stato deciso di richiamare il nostro ambasciatore in India. È un gesto forte, importante, ma deve avere un seguito. Tratteniamolo qui finché Salvatore e Massimiliano non torneranno in Italia». L’incontro con i parlamentari serve anche per riconoscere il fallimento della “linea morbida” adottata dai governi italiani negli ultimi due anni. Si era cercato di mediare per trovare un accordo con l’India. «Ma non è stato fatto alcun passo in avanti» ammette il presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama Nicola Latorre. 

È ora di cambiare registro. Adesso la strada è quella di un arbitrato internazionale. «È l’unico modo per farli rientrare con onore e dignità» spiegano le donne. «Non accetteremo mai un processo che non si tenga in Italia. È un nostro diritto». Il presidente della commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini è più diretto. «Non accettiamo un processo in India, per la semplice ragione che riteniamo incapace e inaffidabile il sistema giudiziario indiano. Lo hanno dimostrato le vicende degli ultimi due anni». Dopo le foto di rito, Vania e Paola lasciano la Camera senza rilasciare altre dichiarazioni. Alla cronista che le raggiunge prima dell’uscita, solo una piccola confidenza. «Vuole sapere come facciamo a sopportare questo dramma? È la dignità dei nostri uomini a farci resistere. Più loro sono forti, più forti sono le loro famiglie».