Napolitano pensava a Monti. Dov’è lo scandalo?

Bufera sul Quirinale

Non siamo certo dei tifosi sfegatati di Giorgio Napolitano. Ci sono ben chiari i limiti e i difetti di un modello di governo – le larghe intese quale medicina amara per blindare una classe politica matta, provinciale e inconcludente – che sul finire dell’esecutivo Monti già mostrava la corda e l’inefficacia riformatrice. Un matrimonio tra diversi (Pd e Pdl) giustificato dall’emergenza economica finito mestamente in flop (dopo la promettente ma fatua partenza del governo Monti).

Su Linkiesta in questi mesi ci siamo chiesti spesso se la stabilità tanto evocata dal Colle fosse da considerare un valore in sé, un totem inscalfibile (senza nemmeno quel barlume di riformismo che dovrebbe giustificarla). Stabilità per fare cosa se poi tocca passare le giornate a litigare, troncare, sopire e fare figuracce internazionali? Sicuri che il paese si possa permettere “larghe intese” per fare poco o niente, al limite comprare un po’ di tempo e galleggiare alla meglio? Da tempo pensiamo no. Da tempo pensiamo che l’incaponirsi del Colle nel blindare questa formula sia politicamente sbagliato e controproducente.

Detto ciò sembra una barzelletta l’accusa che viene mossa a Napolitano di aver tramato nell’estate 2011 contro l’esecutivo Berlusconi. Non solo perchè, a nostro avviso, nel novembre 2011 la mossa del Colle che portò Mario Monti a palazzo Chigi, salvò veramente il paese da un probabilissimo defalut; ma perchè già dalla tarda primavera nelle stanze dei bottoni italiane ed europee si parlava del rischio sovrano italiano. Roma era nel radar da tempo, il grande malato d’Europa. In coscienza, cosa avrebbe dovuto fare un presidente della Repubblica se non consultare e consultarsi e preparare un piano B?

Qui sotto pubblichiamo una bella ricostruzione di Marco Sarti su quei mesi roventi. Il lettore potrà farsi un’idea di come quella stagione fosse chiaramente da allarme rosso. Per questo vien da dire: dov’è la notizia? Dov’è lo scandalo? (Marco Alfieri)

C’è chi denuncia un complotto, chi parla addirittura di colpo di Stato. Intanto la richiesta di impeachment depositata dal Movimento Cinque Stelle per il presidente della Repubblica prende improvvisamente quota. A sollevare il sipario sul presunto scandalo quirinalizio sono le anticipazioni dell’ultimo libro di Alan Friedman, presentate oggi sul Corriere della Sera. Nell’estate del 2011 Giorgio Napolitano avrebbe sondato la disponibilità di Mario Monti per un eventuale incarico a Palazzo Chigi. Anticipando, di fatto, la crisi del governo Berlusconi. Un’indiscrezione confermata da alcune ammissioni  – comprese quelle di un imbarazzato Monti – raccolte dallo stesso giornalista.

Costituzione alla mano, lo scoop non è poi così clamoroso. Non spetta proprio al Colle il potere di nomina del presidente del Consiglio? Chiaramente la questione è più complessa. Fatti salvi i poteri della presidenza della Repubblica, a far discutere è la tempistica dell’operazione. Come è possibile – si chiedono oggi i detrattori del Quirinale – che il Colle avesse ipotizzato la nascita di un governo tecnico già a luglio? Siamo almeno quattro mesi prima della nascita dell’esecutivo Monti. Anche qui lo stupore è in larga parte ingiustificato. A fronte del periodo storico più difficile della seconda Repubblica, di un intensificarsi della speculazione finanziaria nei confronti del nostro Paese, ma anche più semplicemente di un governo Berlusconi ormai in evidente difficoltà, il Quirinale non aveva forse tutto il diritto di sondare personalità ritenute in grado di sbrogliare un’eventuale matassa? Insomma, senza eccedere i limiti assegnati al proprio ruolo istituzionale, Napolitano non era più che giustificato a ragionare su un possibile piano B? A individuare un paracadute da aprire al momento giusto, nel caso l’Italia fosse effettivamente precipitata nel baratro della crisi.

Per valutare appieno le responsabilità del Colle, occorre fare un passo indietro. E riportare quella vicenda alla particolare fase politica che l’Italia stava vivendo tre anni fa. A descrivere magistralmente il clima d’ansia di quell’estate è proprio Friedman, nell’articolo pubblicato questa mattina sul Corriere: «Il capo dello Stato è preoccupato per le sorti del Paese. La crisi della zona euro è in pieno svolgimento. Le conseguenze del salvataggio della Grecia portano la speculazione a puntare sui debiti sovrani dei Paesi in difficoltà: inizia a essere minacciata anche l’Italia. In agosto arriverà la famosa lettera della Banca centrale europea che chiede – ma assomiglia più a un’imposizione – misure drastiche di finanza pubblica. La Germania della Merkel non ama il primo ministro in carica, Silvio Berlusconi. Lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi punta pericolosamente verso l’alto. Sui mercati finanziari le operazioni spregiudicate si moltiplicano». 

Del resto con l’arrivo dei primi caldi il governo Berlusconi è in difficoltà. Lo strappo di Gianfranco Fini è stato superato non senza problemi solo sei mesi prima. La complicata intesa con l’alleato leghista crea continue turbolenze all’interno della maggioranza. Come se non bastasse, il presidente del Consiglio è impegnato sempre più spesso in un  estenuante braccio di ferro con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. A rileggere i quotidiani di quel periodo non è difficile trovare decine di retroscena sui guai dell’esecutivo. Molti scenari giornalistici non prescindono dalle vicende giudiziarie del premier. Nel maggio 2011 il Cavaliere è imputato a Milano in quattro procedimenti: Ruby-gate, Mediatrade, diritti Mediaset, Mills. A complicare le cose ci sono le elezioni amministrative di fine maggio. Il centrodestra perde a Milano e Napoli, un chiaro campanello d’allarme.

Il 26 maggio Confindustria attacca Palazzo Chigi. La presidente Emma Marcegaglia interviene all’assemblea annuale degli industriali e lancia un duro atto d’accusa nei confronti della politica, responsabile di «dieci anni di crescita perduta». Chiama in causa anche il governo, incapace di mettere al centro dell’agenda nazionale riforme e crescita. I sondaggi fotografano il momento più difficile per l’esecutivo del Cavaliere. Un’analisi Ipsos presentata il 14 giugno 2011 a Ballarò racconta, numeri alla mano, il crollo del centrodestra. Secondo le proiezioni di voto il Pd è il primo partito in Italia, mentre il centrosinistra ha un vantaggio di addirittura il 10 per cento sulla coalizione avversaria. Il gradimento del Cavaliere è sceso drasticamente. Punta su di lui per un nuovo mandato a Palazzo Chigi solo il 24 per cento degli elettori. Pierluigi Bersani sfiora il 40 per cento.

Si è scritto delle vicende giudiziarie del premier. Ma a far discutere, in quel fine maggio, sono soprattutto le loro ripercussioni sul piano internazionale. Al G8 di Deauville, in Francia, il premier si lascia andare a un breve sfogo con il presidente americano Barack Obama. Berlusconi denuncia l’offensiva della magistratura di sinistra nei suoi confronti. Il breve video fa il giro del web. Suscitando, specie in Italia, diverse polemiche. L’inviato del Sole 24 Ore racconta così il curioso siparietto: «Se ne era lamentato nel giugno del 2001 con l’ex presidente americano George W. Bush. Dieci anni dopo l’ossessione di Silvio Berlusconi restano le toghe rosse. Un vero incubo che ha voluto confidare anche al presidente Usa Barack Obama prima che cominciasse la sessione pomeridiana dei lavori del G8 di Deauville». Di fronte alla dittatura dei giudici di sinistra, i leader internazionali restano a bocca aperta. «L’atteggiamento di Obama catturato dalle telecamere del circuito interno – prosegue la cronaca – oscillava tra lo sbigottito e l’infastidito. Ma il più seccato tra tutti per questo strappo al protocollo appariva il presidente francese Nicolas Sarkozy che scambiava sguardi interrogativi con il cancelliere Angela Merkel». 

Sguardi, è bene precisare, che precedono di diversi mesi gli antipatici sorrisini di intesa che Sarkozy e la Merkel si sarebbero scambiati in una conferenza stampa a Bruxelles alcuni mesi più tardi. E che pure raccontano bene le difficoltà che l’Italia sta affrontando sul versante diplomatico. L’ulteriore conferma arriva pochi giorni dopo. È il 9 giugno quando il settimanale The Economist dedica la sua copertina al Belpaese.  In prima pagina c’è una grande fotografia del premier Berlusconi, «The man who screwed an entire country». Insomma, l’uomo che ha fregato un intero Paese.

A giugno le fibrillazioni all’interno del governo aumentano. Attorno alla riforma del fisco si consuma lo scontro tra Berlusconi, Bossi e il ministro Tremonti. Il Cavaliere punta a un taglio delle aliquote, l’inquilino di via XX settembre stringe i cordoni della borsa. L’ipotesi di una chiusura anticipata della legislatura non è più un tabù. Nei Palazzi e sui giornali l’ipotesi di una crisi di governo è spesso all’ordine del giorno. Del resto la situazione economica internazionale è sempre più complessa. Tanto che a fine giugno il leader dell’opposizione greca Antonis Samaras lancia l’allarme. «Attenzione, dopo la Grecia potrebbe essere l’Italia la prossima a finire nel mirino». Illazioni, per  Palazzo Chigi. Quella di Atene, ribatte a stretto giro il Cavaliere, è una situazione «neppure lontanamente paragonabile alla nostra». Dalla sua Berlusconi può rivendicare un successo importante. Alla guida della Bce è stato appena scelto il governatore di Bankitalia Mario Draghi (entrerà in carica il 1° novembre successivo). Un italiano. 

Ma proprio la sostituzione di Jean Claude Trichet alla Bce apre una nuova polemica. La nomina di Draghi impone le dimissioni di un altro italiano ai vertici dell’organismo europeo: Lorenzo Bini Smaghi. Per evitare un caso diplomatico, il governo italiano è costretto a chiedergli ufficialmente un passo indietro. A criticare il governo è Mario Monti. Il futuro premier, intervistato in diretta tv da Lucia Annunziata, entra a gamba tesa nella vicenda. «Mi sembra strano – così riporta le sue frasi un articolo del Sole 24 Ore  – che non ci sia stato un confronto preventivo con Lorenzo Bini Smaghi, prima dell’incontro fra Berlusconi e Sarkozy, perché sarebbe stato un poco dilettantesco, ma mi sembra sia questo il caso. Perché in questa situazione non si possono imporre le dimissioni. È paradossale non averci pensato prima». Del resto «è comprensibile – aggiunge Monti – che gli altri Paesi europei considerino eccessivo avere due italiani ai vertici della Bce: il vero errore è stato non consultare Lorenzo Bini Smaghi per accertare se era disponibile a dimettersi a fronte della presidenza Mario Draghi».

Chissà. Probabilmente il discusso colloquio tra Monti e Napolitano avviene proprio in quei giorni. Mentre il Quirinale sonda la disponibilità dell’ex commissario Ue, il cancelliere tedesco Angela Merkel detta le sue condizioni all’Italia. Sono in molti, almeno, a leggere così la telefonata che l’11 luglio arriva a Palazzo Chigi da Berlino. La Merkel chiama Berlusconi dicendosi fiduciosa sulle capacità italiane nell’affrontare le nuove riforme in cantiere. Ma ribadendo anche la necessità di un segnale chiaro a riguardo, per ripristinare la fiducia nell’eurozona. L’estate è appena iniziata. Per il governo Berlusconi la strada appare sempre più in salita. In un’intervista a Repubblica, il Cavaliere si lascia andare. Spara sui magistrati – non è una novità – attacca Giulio Tremonti (a quel tempo il ministro più stimato all’estero, ndr), lascia persino intendere un suo allontanamento dalla politica. Al cronista che gli chiede conferma di una sua candidatura alle future elezioni, Berlusconi spiega: «Assolutamente no. Il candidato del centrodestra sarà Alfano. Io, se potessi, lascerei già ora…».

 

Siamo a luglio. La nascita del governo tecnico di Mario Monti è effettivamente lontana. Eppure l’ipotesi di un esecutivo guidato del professore bocconiano è già sul tavolo, con buona pace di chi ora si sorprende per le indiscrezioni letterarie di Alan Friedman. Lo scenario del professore a Palazzo Chigi viene affrontato da alcuni quotidiani di quei giorni. Il 24 luglio Fabio Martini scrive un articolo sulla Stampa. «L’investitura di Monti per il dopo Berlusconi». Il Quirinale non viene chiamato direttamente in causa, eppure il cronista racconta una lunga serie di pressioni sull’ex commissario Ue. È l’establishment a premere perché Monti possa salire a Palazzo Chigi. «Nelle ultime due settimane – si legge –  al presidente della Bocconi è capitato già altre volte di sentirsi fare discorsi come questo, nel corso di incontri riservati, da parte di interlocutori qualificati e di diverso orientamento politico». Martini non è l’unico. Pochi giorni prima anche Francesco Bei su Repubblica aveva parlato di Monti, come possibile presidente del Consiglio di un governo tecnico sostenuto da Pd, centristi e Lega Nord. 

Di lì a poco la situazione sarebbe degenerata. Ai primi di agosto arriva a Roma una lettera della Bce, in cui viene chiesto un intervento urgente del governo. Un passaggio citato oggi da Giorgio Napolitano nella lettera di risposta al Corriere della Sera. Per replicare all’articolo di Friedman il Quirinale ricorda proprio «le dure sollecitazioni critiche delle autorità europee verso il governo Berlusconi che culminarono nell’agosto 2011 nella lettera inviata al governo dal Presidente della Banca Centrale Europea Trichet e dal governatore di Bankitalia Draghi». L’accelerazione della crisi è iniziata. Le borse a picco, lo spread alle stelle, il decreto d’emergenza del governo sono ormai storia nota. Così come la fine del governo e la successione di Mario Monti al Palazzo Chigi.

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