Ora il Giappone ha paura dei rischi dell’Abenomics

Stimoli monetari

LAbenomics non funziona come dovrebbe. La politica monetaria espansiva promossa da Shinzō Abe, primo ministro del Giappone, inizia a deludere. E lo fa in modo pesante e improvviso. Nella notte sono usciti i dati sul Pil nipponico del quarto trimestre 2013, ben sotto le attese. Su base tendenziale è cresciuto di un punto percentuale, meno del previsto 2,8 per cento. E su base congiunturale è salito dello 0,3% a fronte di un consensus dello 0,7 per cento. Certo, si tratta del quarto incremento trimestrale consecutivo, ma molto non va come da programma.  

I malumori iniziano a essere diversi. Da un lato cè chi, come gli analisti di Capital Economics, ritiene che lAbenomics stia già fallendo, e che quindi potrebbe essere un ulteriore ostacolo per il ritorno alla normalità delleconomia globale. Dallaltro cè chi, come Ubs, lascia aperta ben più di una porta al Giappone, specificando che gli effetti delle politiche di Abe si vedranno nel lungo termine. In mezzo ci sono le tre frecce nella faretra del governo nipponico: allargamento della base monetaria, investimenti strategici a pioggia, un piano per la crescita economica. In una parola, Abenomics. Una politica monetaria shock, che ha un obiettivo particolare, cioè quello di raddoppiare la base monetaria, da 135.000 miliardi di yen a 270.000 miliardi nel 2014, ovvero da 1.430 miliardi di dollari a 2.860 miliardi, per far raggiungere al Paese un tasso dinflazione del 2 per cento. Il tutto per uscire sia dalla deflazione sia dalla stagnazione. Uno scopo ambizioso, ma che presenta numerose incognite. 

Il rischio, dopo la deflazione, è che il Giappone si trovi intrappolato nella liquidità eccessiva. Deludono le esportazioni, complice lo scenario di incertezza globale dovuto anche ai problemi dei Paesi emergenti, ma deludono anche, e soprattutto, i consumi privati. Gli agenti economici, in sostanza, preferiscono detenere liquidità piuttosto che spenderla. Come spiega Goldman Sachs, questo è un segnale sia per il governo sia per la Bank of Japan. Il primo dovrà agire sulle imposte, ragionando al meglio le prossime scelte. Nello scorso ottobre infatti Abe ha deciso di aumentare, a partire dal prossimo aprile, laliquota sulle vendite di 300 punti base, portandola a quota 8% dal precedente 5 per cento. Il primo aumento dal 1997. Allo stesso tempo, però aveva lanciato un piano di stimolo da 5.000 miliardi di yen, circa 51 miliardi di dollari, per combattere sia il debito elevato sia la deflazione. Tentativo fallito, secondo J.P. Morgan, che ricorda come la debolezza del Pil negli ultimi tre mesi del 2013 sia causata proprio da una performance sotto le aspettative dei consumi privati, i quali sono cresciuti solo dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. Sintomo che il controbilanciamento di Abe allaumento delle imposte, ovvero i 5.000 miliardi di yen, non ha sortito effetto.

E qui si arriva al secondo punto. La pressione intorno alla Bank of Japan sta aumentando. Si sapeva che lincremento delle aliquote avrebbe impattato sulla crescita, ma non si pensava in modo così repentino. Secondo Hsbc nei tre mesi successivi allaumento leconomia giapponese si sarebbe contratta di 4,5 punti percentuali su base annua, salvo poi tornare in positivo nel corso del terzo trimestre dellanno. Invece, la contrazione è avvenuta prima. E ora le stime di Hsbc, un Pil in crescita dell1,6% nel 2014 dopo un 2013 chiuso in salita dell1,9%, possono essere riviste nel caso la banca centrale non agisca. Come? Probabilmente promuovendo un nuovo giro di politica monetaria espansiva. Il tutto sperando che nel frattempo non peggiori la congiuntura internazionale. 

«Il nostro obiettivo è il lungo periodo, il Giappone uscirà dallo stallo in cui ha vissuto per decenni». Con queste parole Abe ha sempre difeso la sua politica economica. L’Abenomics è per il lungo termine, quindi? Ma cosa potrebbe accadere nel caso i consumatori non invertissero la rotta? La Bank of Japan si troverebbe costretta a fare qualcosa. Ma cosa? O aumentare l’acquisto di bond governativi stranieri, in modo da contribuire a deprezzare lo yen e spingere gli investimenti, oppure passare dalla Zero interest rate policy (Zirp) alla Negative interest rate policy (Nirp), introducendo tassi d’interesse negativi. Questultima via, discussa a lungo anche nelleurozona, è però difficile implementazione. Lavvio di una politica monetaria di tassi negativi, infatti, potrebbe essere vista dalle banche del Paese come una sorta di tassa, fattore che ridurrebbe di gran lunga la capacità di finanziamento, avvitando il Paese in una spirale di credit crunch e sfiducia interbancaria. Piuttosto, come ricorda anche Morgan Stanley, meglio provare a giocare la carta dellaumento dellespansione monetaria. Traduzione: meglio aumentare la potenza di fuoco dellAbenomics. In quel caso però ci sarebbe un rischio, in caso di errato bilanciamento degli stimoli, di iperinflazione. Non solo. Per via dell’acquisto di bond e per la creazione di base monetaria, si avrebbe anche un incremento del debito pubblico, attualmente a quota 10.460 miliardi di dollari. In yen, oltre un quadrilione. Tanto, troppo.

Le frecce nel turcasso di Abe potrebbero quindi essere inerti, incapaci di risolvere i problemi del Giappone. Il primo ministro sembra intenzionato a continuare su questo percorso, così come il governatore della Bank of Japan Haruhiko Kuroda. Ma nel caso si optasse per un ulteriore allentamento della politica monetaria nipponica, aumenterebbero le divergenze fra il Giappone e il resto del mondo. Mentre buona parte delle banche centrali globali stanno lentamente iniziando lexit strategy dagli stimoli post crac Lehman Brothers, Tokyo sta facendo lesatto contrario. Il tanto voluto coordinamento globale voluto dal numero uno della Reserve Bank of India, Raghuram Rajan, in vista degli effetti della fine del Quantitative easing (Qe) della Federal Reserve potrebbe quindi non essere valido per il Giappone. Lesperimento – tanto ambizioso quanto pericoloso – lanciato da Shinzō Abe potrebbe rivelarsi quindi un colossale boomerang per il Paese, capace di isolarlo sempre più. Un rischio troppo grande per il già autarchico Giappone?

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