Portineria MilanoServivano gli insulti di Bossi per parlare del Nord?

Questione settentrionale scomparsa

Ci sono almeno tre fotografie, nemmeno tanto ingiallite, che vale la pena rispolverare per raccontare il triste destino del Nord Italia, alle prese in questi giorni con l’alluvione in Veneto e l’incerta situazione dell’aeroporto di Malpensa dopo il probabile ingresso di Etihad in Alitalia. Emergenze che al governo di larghe intese di Enrico Letta come all’establishment, dai quotidiani al televisioni, non sembrano interessare (più). Sono foto che parlano di un mondo scomparso, quando in pianura padana pascolava la Lega Nord, tra ipocrisie, polemiche e scandali, ma dove l’attenzione mediatica al settentrione era maggiore, o quantomeno esisteva. È un paradosso, ma un «rutto» del Senatùr da Gemonio rimbombava nelle stanze di palazzo Chigi, minacciava strali e crisi di governo, spaventava alleati e avversari. Certamente ben più di un coro a tre voci delle tre regioni del nord oggi in mano al Carroccio spuntato (Piemonte Veneto e Lombardia).  

2007

Il primo scatto è di fine dicembre del 2007. Alitalia va verso la vendita ai francesi di Air France. Il Nord ruggisce. Malpensa trema, si teme un ridimensionamento dell’hub varesino. Tuona Umberto Bossi, segretario del Carroccio («Manifesteremo a Malpensa»), urla il sindaco di Milano Letizia Moratti («Uccidete il Nord»), si muove l’allora governatore della Lombardia Roberto Formigoni («Il governo ci dia risposte»). L’esecutivo di Romano Prodi si muove. Viene a Milano. Si parla di «questione settentrionale», si organizzano «tavoli tecnici» in prefettura, si cerca di trovare una soluzione. Persino il centrosinistra s’interroga sulle sue lacune in queste lande produttive, ma abbandonate dalla politica romana. Non se ne farà nulla, intendiamoci: la nuova Alitalia Cai confermerà il de-hubbing di Malpensa avviato dalla gestione precedente di Maurizio Prato, ma in quelle settimane è tutta la politica italiana a ballare intorno ai diktat del fronte del nord allora politicamente egemone.

2009

La seconda istantanea è del 2 ottobre 2009. Al Castello Sforzesco di Milano c’è la proiezione del Barbarossa, film di Renzo Martinelli, tra i più celebri flop del cinema italiano. Il potere si inchina al Carroccio. Intorno a Bossi ci sono tutti, banchieri, ministri, manager, c’è pure Silvio Berlusconi: sono corsi a baciare la pantofola ai leghisti. La rinnegheranno a breve ma allora fu una rappresentazione plastica di come la questione settentrionale fosse al centro dell’agenda politica nazionale, al traino del forzaleghismo bossian-berlusconiano.

Infine la terza fotografia è del 10 novembre 2010. Sul Veneto piove da giorni. È una catastrofe. Le immagini del fiume Bacchiglione che allaga Vicenza fanno il giro d’Italia e non solo. Le aziende sono piegate. Per la spina dorsale dell’economia italiana, le piccole e medie imprese del nord est, è una tragedia. Arrivano frotte di cronisti delle tv e dei randi giornali nazionali. Arriva in visita Giorgio Napolitano. Bossi trascina persino un riluttante Berlusconi mentre in prefettura a Vicenza Roberto Cota, attuale governatore del Piemonte, tiene il posacenere a Bossi che fuma il sigaro. Non mancano le polemiche, ma Luca Zaia strappa al governo 300 milioni di euro per le emergenze. Non si parla d’altro sui giornali.

2014

A distanza di quattro anni il nord sembra un mondo a parte. La macroregione non esiste, ennesimo fallimento in salsa leghista. Sul destino di Malpensa prova a dire la sua l’attuale governatore lombardo Roberto Maroni: «Siamo pronti a tutto». Ma sono parole che finiscono nelle pagine locali dei quotidiani. Che non scalfiscono il governo. Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, tace. E gli altri lumbard, come il nuovo segretario Matteo Salvini, sono più impegnati in Europa che in Italia in vista delle prossime elezioni europee. Di Bossi non c’è traccia, disperso nella sua Gemonio. Formigoni, che fino al 2012 continuava a insistere sullo scalo varesino, «fondamentale» in vista della macroregione e dell’Expo 2015, dedica la maggior parte del suo tempo a discutere di legge elettorale, di preferenze, di Matteo Renzi, di Ncd e Forza Italia. E’ in linea con il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi che ha assicurato che non ci saranno ricadute sull’hub del nord ovest. Ma non è un segreto che Etihad voglia puntare su Linate. Il problema quindi c’è, ma l’establishment questa volta ha preferito voltare lo sguardo da un’altra parte. 

Così come per l’alluvione in Veneto. Zaia lo ha detto chiaro e tondo. «È la tragedia del Veneto. Non mi sento di fare cifre senza aver chiaro il quadro. Però a spanne mi pare che il costo dei danni siano dello stesso livello del 2010». È l’ennesima catastrofe, forse oscurata da quella di Roma, ma comunque importante. I fiumi esondano. I problemi sono gli stessi di quattro anni fa. Le aziende chiudono, sono piegate dal maltempo, i danni si contano per milioni di euro. Ma questa volta nessuno ne parla. Le pagine dei quotidiani sono dedicate al confronto tra Letta e Renzi, rimpasto, non rimpasto, Letta 2 o Renzi 1. Non dice nulla il ministro Lupi, nè quello allo Sviluppo Economico, il veneto Flavio Zanonato. Eppure i problemi ci sono. 

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Zaia lo dice: «Lo Stato deve intervenire, il governo deve prendere il toro per le corna, dimostrando coraggio e volontà di finanziare i grandi bacini di laminazione». Ma Letta non parla. Il governatore del Veneto è costretto a scrivere una lettera al governo. «Le chiedo a nome di tutti i veneti che in queste ore stanno affrontando con la consueta dignità e con forte spirito di solidarietà questa ennesima calamità il massimo sostegno del Governo». Arriveranno? Non si sa. Di certo quando c’era la Lega, di Nord almeno si parlava. Ora il problema non si pone neppure. Il Pd lombardo chiede una mozione urgente sul destino degli scali lombardi. Nessuno se ne è accorto. 

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