Portineria MilanoCosì la Destra italiana muore tra fallimenti e squillo

L’eredità di Giorgio Almirante

Il 27 giugno sarà una giornata particolare per i nostalgici del Movimento Sociale Italiano, tra fascisti, svariati esponenti di destra e monarchici, in quell’incrocio che alcuni definiscono come una via di mezzo tra «il Bar di Guerre Stellari e il Gattopardo», covo di nostalgici della schiena dritta, della morale, della religione cattolica e pure del Duce Benito Mussolini. Corrono infatti i cento anni della nascita di Giorgio Almirante, il leader storico del Msi, il fondatore della destra uscita dalle macerie della Seconda Guerra mondiale. «Giorgio a Fini e a tutti gli altri ha comprato le sedie, i tavolini e pure i letti!» tuonava l’altro giorno a La Zanzara Donna Assunta al duo David Parenzo e Giuseppe Cruciani che le ricordavano che Gianfranco Fini con la svolta di Fiuggi d’inizio anni Novanta fece nascere Alleanza Nazionale e la portò 11 per cento. 

A distanza di quasi vent’anni, però, di quei voti è rimasto ben poco. Anzi, quasi niente, fallimento politico dopo fallimento, la destra italiana, suddivisa tra Fratelli d’Italia, Futuro e Libertà, Fiamma Tricolore, Forza Nuova e la galassia dei partiti semi-personali di estrema destra, con alcuni finiti e rimasti con Silvio Berlusconi, si ritrova ormai intorno solo macerie, oltre che politiche, soprattutto morali. Vaticinava Maurizio Gasparri, colonnello di Forza Italia, nel 1994: «Andare a puttane? Ahimè, è roba di destra ». E la vicenda che ha portato alla ribalta in questi giorni Mauro Floriani, marito di Alessandra Mussolini, nipote del Duce, non è solo quella di un uomo ora indagato per prostituzione minorile, ma soprattutto quella di una gestione familistica, di occupazione del potere rivelatasi ormai fallimentare per una destra ormai scomparsa per sempre dai radar, spaventata di non arrivare neppure al 4% alle prossime elezioni europee, traballante al suo interno per una faida senza precedenti sulla storica eredità di Almirante, un patrimonio (sopratutto immobiliare) ingente e un simbolo tutt’ora conteso all’interno della Fondazione An, ma soprattutto in tribunale.  

Del resto, Floriani, ex agente della Guardia di Finanza, è uno che dentro e fuori dal partito qualcuno aveva soprannominato «capitano Mussolini». Alessandra – anche se zia Sofia Loren all’inizio degli anni ’90 le sconsigliò la discesa in politica – oltre a farlo eleggere in Parlamento, in questi anni si è adoperata nel piazzare il marito come direttore generale di un Asl romana tra le più importanti, la Rm H, oltre 468 mila abitanti distribuiti fra 21 comuni, da Frascati a Nettuno, Pomezia, Velletri e Albano. Oggi è dirigente di Ferrovie dello Stato Logistica, ma in passato è stato molto altro, anche se il suo curriculum era stato criticato in lungo e in largo. Non è una novità. Gli eredi di Almirante hanno in questi anni saputo tenere ferma una cosa più della dignità: le poltrone.

Il «clan di Paternò» di Ignazio La Russa – con in questi giorni il figlio Geronimo finito nelle cronache per una presunta truffa ai danni della nonna con un’assicurazione sulla vita – è un altro fulgido esempio della gestione della destra italiana. Paternesi nei consigli di amministrazione di Finmeccanica, di A2a, di municipalizzate lombarde, fratelli e cugini, ritenuti «fidati» soprattutto perché legati a un città che diede i natali anche a Salvatore Ligresti, l’immobiliarista e proprietario di Fondiaria Sai travolto da Tangentopoli e salvato da Enrico Cuccia, quel mister 5 per cento ormai caduto in disgrazia, arrestato insieme con i figli per il crack di Fondiaria, post-fusione con Unipol. È un mondo che si sgretola, che imbarazza guardando i documentari che raccontano la storia di Almirante, ex capo di gabinetto del ministero della Cultura sotto il fascismo, un  «uomo da palcoscenico, non da anticamera», capace di viaggiare di notte «in terza classe sui treni regionali» per raggiungere le sezioni missine di tutta Italia e rifondare la destra.  

La squadra di calcio del “Secolo d’Italia”, anno 1982 con molti dei futuri protagonisti di An

In questi ultimi anni, da Alleanza Nazionale fino a Fratelli D’Italia, quel che è rimasto della destra appare come un vagone di prima classe dove tutti hanno mangiato a piene mani. In mezzo inchieste e indagini: gli ultimi a finire sulla graticola sono stati Gianni Alemanno a Renata Polverini, ex sindaco di Roma e l’ex presidente della regione Lazio per finanziamento illecito. Che dire della casa di Montecarlo su cui ha perso la sua credibilità politica Gianfranco Fini? Anche lì fu il fratello della compagna Elisabetta, l’ingellato Gianfranco Tulliani, a far crollare il castello di carte di una vicenda a tratti imbarazzante, dove di mezzo c’era sempre il patrimonio lasciato in eredità ad An. Per la precisione il lascito della casa di Montecarlo fu della contessa Colleoni, da Monterotondo comune “rosso” in provincia di Roma, che proprio nel Msi di “Giorgio” trovò la forza per tutelare il suo patrimonio immobiliare. Si dice che sulle case di An ci sia ormai una maledizione, anche perché le divisioni sul mattone, tra sedi e contro sedi, ormai si sprecano lungo tutto lo stivale, in un eterno conflitto legato in fin dei conti alla spartizione della cassa. 

Altro lascito di Almirante è stato Il Secolo d’Italia, il quotidiano che nel 1963 divenne il giornale ufficiale del Msi e che ora, dopo aver ricevuto finanziamenti pubblici più che mai ingenti (quasi 3 milioni di euro nel 2009, ndr), si ritrova in una crisi economica ormai senza fine. Dopo la chiusura dell’esperienza di Flavia Perina alla direzione ai tempi dello strappo di Fratelli d’Italia in cui seguì Fini ora lo si può leggere solo online. Negli anni il quotidiano ha attraversato ogni tipo di agitazione sindacale, in particolare l’anno scorso quando la società imbarco un carrello di bolliti e trombati a cui offrire lo stipendio. Italo Bocchino, ex parlamentare, è stato preso come inviato parlamentare, Silvano Moffa, ex deputato, è stato assunto come collaboratore, mentre il direttore Marcello De Angelis non ha preso lo stipendio per mesi. «Spezzeremo le reni alla Grecia» tuonava Mussolini: gli eredi di Almirante se li sono spezzati da soli.