Picking: che succede se abbiamo tutti le stesse fonti?

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New Journalism e Content Curation

Un paio di anni fa, sul sito Nieman Journalism Lab di Harvard, Jonathan Stray pubblicò un interessante articolo che si prefiggeva di rispondere a una domanda che non è affatto banale come sembra, e che, soprattutto negli ultimi anni, si è fatta sempre più complessa. La domanda è la seguente: che cosa diavolo fa un giornalista?

Negli ultimi decenni, scrive Stray, le attività centrali del lavoro del giornalista sono state l’inchiesta, il reportage, la cronaca:

I giornalisti vanno in giro e scrivono, raccontano o filmano quello che succede. Fanno indagini che durano mesi e pubblicano storie che inchiodano i potenti alle loro responsabilità. Fanno domande scomode alle autorità. Accedono agli archivi pubblici e portano alla luce fatti e dettagli sconosciuti ma rilevanti.  

Negli ultimi anni — diciamo cinque? — il contesto in cui operano i giornalisti è cambiato radicalmente e di conseguenza è cambiato il loro lavoro. È cambiata la velocità di diffusione delle notizie, per esempio, che è aumentata esponenzialmente, aumentando di conseguenza, altrettanto esponenzialmente, la quantità di contenuti che arrivano al pubblico, ormai bombardato di informazioni. Ma sono cambiati anche i lettori, il tempo che hanno a disposizione, la loro capacità di concentrazione, come pure le modalità con cui accedono alle notizie, in particolare grazie alla tecnologia mobile e ai social network. 

È normale, dunque, che il mestiere del giornalista, oggi, sia un mestiere un po’ diverso da quello che era prima dell’invenzione di internet, e a tutte le attività che diceva Stray, assolutamente centrali nel giornalismo, se ne sono sommate altre, altrettanto importanti, anzi, decisive per restare al passo:

Usano la potenza dei propri canali di comunicazione per porre l’attenzione del pubblico su argomenti di cui non sono stati i primi a parlare. Controllano e filtrano il rumore di fondo della Rete. Riassumono in un articolo ciò che c’è di rilevante in tanti altri. Spiegano argomenti complessi. Fanno liveblog. Retwittano le rivoluzioni.  

Tutte queste nuove attività si possono riassumere nell’espressione inglese Content Curation, un’espressione che racchiude i gesti del filtrare, selezionare, tradurre e rimettere in circolo notizie e contenuti prodotti da terzi. È un’attività importante, che richiede competenze diverse dal fare un’inchiesta sul campo, ma comporta responsabilità del tutto simili: onestà, correttezza, trasparenza, capacità di controllare e selezionare le fonti. 

Per fare un esempio: il primo e più autorevole sito che in Italia ha basato la sua attività sull’aggregazione di contenuti prodotti da terzi è Il Post, fondato nell’aprile del 2010 da Luca Sofri, che quotidianamente seleziona e rimette in circolo contenuti provenienti dalla Rete, dai principali quotidiani internazionali, da blog e da social network, fonti in gran parte straniere, utilizzando un linguaggio semplice e preciso per affrontare temi complessi.

Dal 2010 sono cambiate molte cose, e la strada aperta dal Post è stata intrapresa da molti altri contenitori di informazioni che, puntando sempre più sull’online e basando la propria raccolta pubblicitaria sulle pagine viste, hanno trovato nell’aggregazione e nella content curation un metodo semplice e veloce per scrivere più articoli e attirare pubblico e click, puntando soprattutto sulla rimessa in circolo di contenuti virali. È a questo punto della storia che, forse, cominciano i problemi.  

Il picking, un caso particolare di aggregazione

Tra le attività di aggregazione di contenuti esterni ce n’è una più delicata delle altre, che potremmo definire picking, dal verbo to pick, che in inglese significa sia scegliere, che prendere, che rubare. È un verbo interessante e secondo me molto adatto in questo caso, perchè l’attività di cui parliamo consiste in un misto di tutte e tre i gesti: si sceglie una fonte, si prende un contenuto e lo si “ruba”, nel senso più nobile del gesto.

Chiariamo subito: non c’è niente di illegale, né di riprovevole nel farlo, soprattutto se si cita chiaramente la fonte (purtroppo ci sono testate, come Repubblica o il Corriere che non citano quasi mai le fonti, con una regolarità che fa quasi credere che sia una regola redazionale). Tuttavia il termine rubare funziona bene, in questo caso, perché sottolinea uno degli elementi che rende questi contenuti molto interessanti per i giornali online, ovviamente compresa questa testata (Linkiesta): non costano nulla e ci vuole poco tempo per produrli.

Fin qui nessun problema, perché se le cose son fatte per bene e le fonti originali ben segnalate, come fanno al Post, per esempio, il giornalista mantiene il patto di onestà e trasparenza con il lettore e il lettore usufruisce di un contenuto pubblicato originalmente da fonti terze, al 99% in inglese, che, senza l’attività di scelta e di riproposizione da parte del giornalista, probabilmente non avrebbe letto.

Il problema si è iniziato a porre recentemente, e la ragione è abbastanza semplice: più i contenitori di informazioni si spostano sulla Rete, più hanno bisogno di incamerare click e pagine viste — almeno fin a quando il mondo della pubblicità baserà i propri investimenti sui banner e su quel tipo di metrica (ovvero fino a tra non molto, ma questo è un altro discorso) — e più questo succede, più questi contenitori si rivolgono a contenuti facili e veloci da confezionare che, al contempo, assicurano una buona quantità di ingressi sulle proprie pagine.

Vien da sé che, più realtà giornalistiche ci sono che cercano contenuti in Rete, più è facile che quei contenuti tendano a omologarsi, soprattutto perchè, in fin dei conti, le fonti autorevoli non sono miliardi. E così capita sempre più spesso che, senza malizia né scorrettezze, su più quotidiani online venga pubblicato lo stesso contenuto ripreso da terzi.

È una cosa che succede spesso con i video virali, e il motivo è semplice: guardiamo un po’ tutti le stesse fonti. Seguiamo gli stessi feed, gli stessi account su twitter. Passiamo tutti almeno un quarto del tempo della nostra giornata lavorativa sui social network e teniamo tutti le antenne alzate per capire, e carpire, al primo indizio un contenuto potenzialmente virale, per cucinarlo velocemente e riproporlo al nostro pubblico.

Tre articoli, lo stesso articolo

Per illustrare meglio questa specie di cortocircuito, è molto curioso e alquanto didascalico quello che è capitato settimana scorsa, e il modo migliore per capirlo è ripercorrere i fatti.

Fatto primo: il 18 marzo, sul suo blog su Slate, Joshua Keating scrive un articolo intitolato Uno studio spiega perché i tuoi stupidi amici su Facebook sono così boccaloni. Keating affronta il tema appoggiandosi a uno studio universitario intitolato Collective Attention in the Age of (Mis)information, ovvero L’attenzione collettiva all’epoca della (dis)informazione.

Il pezzo di Keating è costruito dal generale al particolare. Parte con una introduzione generica sulla comune reazione a un articolo palesemente finto, in quel caso cita un pezzo di Borowitz, del New Yorker, ma noi potremmo citare probabilmente un pezzo di Lercio. Alla ricerca universitaria ci arriva un po’ dopo, al quarto paragrafo, seguito dalla storia del fantomatico senatore Cirenga, un esempio di colore citato anche nella ricerca.

Fatto secondo: il 20 marzo, sul sito di Wired Italia, Fabio Chiusi pubblica un articolo che si intitola Perché gli italiani credono alle bufale su Facebook. L’attacco è tutto per il senatore Cirenga, lo studio che ha ispirato il pezzo di Keating è citato al secondo paragrafo, e oltre all’esempio del senatore farlocco dalla ricerca vengono estraopolate più di una frase. L’unica cosa che manca è un link a Slate, prova che forse Chiusi ci è arrivato da un’altra fonte.

Fatto terzo: il 21 marzo, il sito di Pagina99 pubblica un articolo intitolato Perché su Facebook ce le beviamo proprio tutte, firmato da Maria Teresa Carbone. Anche questo pezzo gioca la carta del senatore Cirenga subito, al primo paragrafo. Lo studio universitario è citato subito dopo, al secondo paragrafo, e, a differenza del pezzo di Chiusi, subito dopo a venire citato è anche Joshua Keating, la fonte apparente della notizia.

Fatto quarto: il 22 marzo, sulla prima pagina de La Stampa, c’è l’attacco di un articolo, che continua all’interno, cofirmato da Gianni Riotta e da Walter Quattrociocchi (uno dei cofirmatari anche della ricerca). Anche qua l’attacco è dedicato al senatore Cirenga, la ricerca è citata alla fine del secondo paragrafo, subito dopo aver citato uno studio commissionato dal World Economic Forum nel 2014 (in realtà è del 2013), accreditato alla «professoressa Farida Vis dell’Università di Sheffield», una ricercatrice associata di cui nel paper non c’è traccia.

Non voglio alimentare nessuna polemica, non accuso nessuno di questi articoli (la stessa cosa potrebbe essere successa altre volte a Linkiesta), voglio soltanto constatare un fatto, ovvero che in tre giorni, tre fonti di informazione italiane hanno dato la stessa notizia, ovvero l’uscita di una ricerca sulla credulità all’epoca dei social network, citando lo stesso esempio, ovvero la scalcagnata balla del senatore Cirenga. Tre articoli che fondamentalmente sono lo stesso articolo e che hanno praticamente la stessa struttura. Secondo voi ha senso? Secondo me no.

E allora?

Allora: lo scopo di questo articolo non è la polemica, ma piuttosto la constatazione di un problema che ci riguarda tutti. È il problema a mio parere ha due facce. La prima è quella dell’omologazione dei contenuti prodotti o aggregati dai contenitori di informazione online, un pericolo che sembra quasi una contraddizione visto che siamo in un’epoca in cui le notizie viaggiano da una parte all’altra del pianeta con la stessa velocità con cui una volta viaggiavano da una porta a un’altra di un pianerottolo, e si moltiplicano esponenzialmente, così come gli spunti di riflessione.

La seconda faccia ha a che fare con l’etica del giornalismo. Fino ad oggi per fare un buon servizio ai nostri lettori bastava riproporre dei contenuti trovati in giro senza lavorarli troppo, un lavoro che generalmente si fondava su traduzione e sintesi e che dava al lettore un prodotto finale soddisfacente: un contenuto rimasticato e tradotto che forse, senza quel lavoro, non avrebbe letto o visto.

Ora, invece, il contesto è cambiato, e tutte le realtà che si spartiscono il campo da gioco (ripeto: Linkiesta compresa) producono contenuti di questo tipo, con l’evidente conseguenza che, avendo tutti più o meno le stesse fonti, questi contenuti si rivelano sempre di più simili, quando non identici. In un contesto come questo, mi chiedo — e qui sta il problema, visto che non so rispondermi — quanto ci metteranno i lettori a stufarsi di leggere una parte di contenuti che appaiono sui siti spesso rimasticati o poco lavorati e che non forniscono, in fondo, nessun tipo di approfondimento o quasi?

E ancora: visto che questi contenuti hanno la loro vera utilità fino a quando le entrate pubblicitarie si misureranno su metriche quantitative basate sulle pagine viste e sui click, tendenza che, lo pensano in molti, è in via di esaurimento, non è forse il caso di cambiare rotta e di cominciare a pensare di più alla testa dei lettori, piuttosto che alle loro dita cliccanti e compulsive? La nostra preoccupazione non dovrebbe tornare ad essere quella di dare delle notizie di prima mano? Non dovremmo tornare a investire del tempo per sviluppare, approfondire e sezionare al micron ciò che ci passa davanti?

La giusta aspirazione del mestiere del giornalista — se mestiere vuole continuare ad essere e non vuole diventare, come sta diventando, un hobby per piccolo borghesi che possono pagarsi dei master — non è forse tornare a scrivere delle storie, ad appassionare i lettori, a fornire loro strumenti utili per affrontare il mondo? Finendola di cercare soltanto la viralizzazione e le condivisioni su Facebook, perché, forse qualcuno non se n’è ancora accorto: quei numeri che si moltiplicano sotto i nostri articoli non sono soldi.