Ricostruiamo l’Italia con una nuova Costituzione

Appello

Per riattizzare il magma delle speranze legate alla creazione del Partito che Non C’è, affidiamo al procelloso mare della rete questo messaggio sigillato nella bottiglia de Linkiesta contenente una proposta volutamente brutale.

Abbiamo di fronte un minuscolo, rarissimo spiraglio. A un certo punto un sistema di latrocinio saldamente multipartisan, di corruttele diffuse e di bande criminali riciclate in politica, collassa perché i ladri aumentano e gli onesti non riescono più a mantenerli. E quindi o i ladri si rassegnano a lavorare (eventualità altamente improbabile) o si produce uno scontro prima a bassa intensità poi deflagrante dove le fedeltà tribali si rimescolano in modo tumultuoso e i feudi elettorali si sgretolano. Grillo è parte di questo processo, ma lo sono per esempio, in misura e per motivi diversi, anche i dementi che propugnano il ritorno alla lira o chi punta le fiches (la s NON è un errore di stampa) sul quid di Alfano.

Però per comprendere come infilare un nodoso paletto nello spiraglio e sfruttare l’effetto leva, bisogna bonificare i neuroni da alcune illusioni. Vediamo se ci riesce di distillare in pochi punti una lezione di Brutal Politik per aspiranti avanguardie del Partito Liberale di Massa.

Secondo la ricerca Adult Literacy and Life Skills, in Italia l’80% del campione tra i 16 ed i 65 anni non riesce a decifrare le istruzioni per sistemare il sellino di una bicicletta. La metà, dopo aver letto la frase «Se la pianta è esposta a temperature di 12°-14° perde le foglie e non fiorisce più», non riesce a coglierne le implicazioni pratiche per la cura del suddetto vegetale. L’80% non sa interpretare un grafico o una tabella. Il rapporto completo lo trovate qui, mentre altri commenti sono qui e qui.

La stragrande maggioranza non riesce a leggere un articolo di giornale semplice (men che meno su argomenti politici). Un articolo di economia per la quasi totalità degli elettori (e dei giornalisti) potrebbe essere scritto in sanscrito e avrebbe lo stesso grado di comprensibilità.

Se siete scettici, fate la prova non con la commessa della pasticceria, ma con un professore di biologia. Il nostro mondo è un catino irrilevante rispetto al mare elettorale. In Italia la maggioranza della popolazione con più di 15 anni ha ottenuto a malapena la licenza media. A questi dati di fatto si aggiungono altre considerazioni ugualmente poco esaltanti.

1) I liberali (nel senso politico) e i liberisti (nel senso economico) in Italia sono stati, sono e saranno un’infima minoranza. Minoranza litigiosa, confusa, tendenzialmente inconcludente, con molte ubbie, pochi sensori nella realtà, sensibilissima, al momento del voto, alle sirene del “meno peggio” e al cialtronismo da naso turato.

2) L’elettore italiano medio è un incrollabile conformista. Blatera al bar di onestà (soprattutto altrui), ma in cuor suo disprezza le minoranze, specialmente quelle legalitarie ed idealistiche che ritiene una banda di fessi ciarlieri distanti anni luce dal proprio vivere quotidiano e soprattutto dai suoi interessi inconfessabili retti da due assi cartesiani: la circonvenzione del prossimo e la piaggeria al potente. Chi non entra in questo diagramma è, politicamente parlando, cibo per cani.

3) L’italiano medio è pervaso dalla voglia di sentirsi parte di una massa, un po’ perché fare dei distinguo richiede impegno intellettuale, un po’ perché sin dal catechismo gli viene inculcata l’importanza di essere parte di un gregge belante. Persino il giovanile ribellismo viene incanalato nell’idea di far parte di un popolo con interessi comuni e nobili. Come se non bastasse, chi ha il diritto di voto percepisce un centesimo dei messaggi che si cerca di trasmettergli e decide in base ad impressioni nebulose legate alla personalità e all’oratoria. Provate a chiedere al vostro carrozziere cosa ha ritenuto in testa dei concetti sbraitati la sera prima a Ballarò.

4) Come già Leopardi osservava, gli Italiani fanno fatica a immaginare che un leader politico sia qualcosa di più e di meglio di un capo fazione, uno che rappresenta interessi, diremmo oggi, tribali o corporativi. Quindi finché si sente parte di quella tribù o corporazione, difficilmente cambia voto indipendentemente dai risultati di governo, dalla qualità della leadership o dalla moralità del capo. Le alternative sono percepite, in ogni caso, come assolutamente simili o, spesso, peggiori. Semplicemente il prodotto di altri interessi inconfessabili come i propri, ma con essi in contrasto.

5) Per questo in un’eterna sindrome di Stoccolma l’italiano bestemmia contro i ladri, disprezza i politici a parole, ma poi li vota e li continua a votare perché il conformismo masochistico è un impulso irrefrenabile come la puntura per lo scorpione in groppa alla rana natante. Appena apposta la croce sulla scheda ricomincia a bestemmiare contro quelli che ha appena scelto, arso dal fuoco dell’Indignazione, tanto sacro quanto sterile.

Assodato questo non idilliaco quadretto è perfettamente inutile, per un partito che voglia rimescolare l’offerta politica, andare alla ricerca di consensi sulla base di un programma di serie riforme economiche o di dotte proposte. Prima di raccogliere un seguito significativo passerebbero decenni nella migliore delle ipotesi. Per la gente comune i dieci (o cinquanta) punti di qualsivoglia natura si situano ad un livello di interesse di gran lunga inferiore alla farfalla di Belen.

Hic et nunc occorre una proposta dirompente che scardini il tavolo, che miri alla giugulare del mercato politico-mafioso, allo strato bituminoso del conformismo, ai riflessi condizionati delle fedeltà di gregge e disattivi l’HAL 9000 del sistema putrescente: in altre parole va messa in discussione la Costituzione per “resettare” il sistema.

Non intendiamo una riforma costituzionale. Intendiamo l’azzeramento tout court della Carta da sostituire con un testo completamente nuovo di 100 articoli (al massimo) che ridisegni dalle fondamenta la Repubblica. Gettiamo alle ortiche la mistificazione della “Costituzione più bella del mondo” che a causa di un oscuro e maligno sortilegio non si riesce ad “attuare” (cosa significhi in pratica rimane un mistero glorioso). Asserire che in 65 anni non è stato possibile attuare una Costituzione equivale ipso facto ad un’incontrovertibile certificazione di fallimento.

Si può discutere in punta di diritto e di forchetta se sia la Costituzione o alcuni dei suoi articoli ad affossare la Nazione. Dal nostro punto di vista esiste un problema gigantesco: la Costituzione è impostata per un sistema parlamentare con rappresentanza proporzionale. Nel momento in cui si è passati ad un sistema maggioritario chi vince prende tutto. Ma TUTTO sul serio: Parlamento, Commissioni, Governo, Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Autorità di Garanzia, Rai, Consiglio di Stato, CSM. Quelli che salgono sui tetti per difendere la Carta non si rendono conto di aver scampato un incubo per un duplice colpo di fortuna.

Tutte le volte che Berlusconi ha stravinto il Presidente della Repubblica era della parte avversa e quindi c’è stato un argine istituzionale al suo strapotere. Se la scadenza del mandato di Ciampi fosse stata qualche mese più tardi Berlusconi sarebbe stato Presidente della Repubblica e non avrebbe avuto nessun problema a imporre il suo regime. Esattamente come Mussolini impose il fascismo a Statuto Albertino vigente senza colpo ferire e senza strappi costituzionali di sorta.

Insomma la Costituzione attuale non pone alcun contrappeso a chi vince le elezioni. Per di più da tre elezioni si vota con una legge incostituzionale e nessuno ha potuto impedirlo. E sarà esattamente la stessa situazione con l’Italicum. I cittadini inoltre non hanno alcun mezzo per arginare l’ingerenza del Leviatano statale. Non possono sollevare questioni di costituzionalità e non possono controllare assolutamente nulla. Che dire del referendum abrogativo? Esercitato più volte e calpestato costantemente come nel caso della responsabilità civile dei magistrati (1987), la privatizzazione della Rai (1995), il finanziamento pubblico ai partiti (1978) e via dicendo.

Il sistema giudiziario è affidato a guerre per bande di magistrati politicizzati sotto la cupola del CSM, mentre la burocrazia è riserva esclusiva di una casta di legulei cooptati e verso cui il cittadino è mero servo della gleba. Autonomie territoriali o istituzioni legate al territorio che possano influenzare il governo centrale sono inesistenti. La materia fiscale tra Agenzie delle Entrate, Commissioni Tributarie ed Equitalia si riassume nel principio “paga e taci se vuoi evitare guai peggiori”. Non esiste limite alla pretesa fiscale dello Stato che rappresenta l’essenza stessa di ogni Costituzione dalla Magna Charta in poi.

Il testo degli articoli della Costituzione, a cominciare dal primo, sono un guazzabuglio di frasi magniloquenti, retoriche, fumose e vacue che non conferiscono alcuna certezza del diritto, non solidificano alcun principio e pertanto sono interpretabili a comando. Ma la cosa peggiore è che le violazioni dei principi costituzionali anche laddove sono chiari, ad esempio nel vincolo al pareggio di bilancio, non comportano alcuna sanzione.

Se vogliamo davvero cogliere lo spiraglio è imperativo alzare il livello della posta e procedere su un sentiero di rottura radicale. La gente ormai non percepisce più nella cacofonia di ricette una via d’uscita. Il colpo di spugna e la rigenerazione del sistema dalle fondamenta deve diventare l’ariete comunicativo per sfondare le barriere che ci impediscono di raggiungere il nostro bacino elettorale naturale. Proviamo ad operare su tre direttrici:

1) Stiliamo un manifesto i cui sottoscrittori dichiarino di non riconoscersi più nella Costituzione vigente da cui è scaturito un sistema incancrenito, malavitoso e irrimediabile.

2) Convochiamo un’ Assemblea Costituente sull’esempio del Terzo Stato nel 1789 aperta a tutti in rete, redigiamo una Costituzione dal basso, collezionando le proposte e gestendo il dibattito su Liquid Feedback.

3) Una volta redatto il testo raccogliamo le firme di chi vuole unirsi a questa insurrezione legale per seppellire la Prima Repubblica. Se il numero di aderenti volasse verso le centinaia di migliaia, allora avremmo cominciato a dare una prospettiva a chi vuole riforme davvero incisive, ma non trova dove veicolare il proprio impegno e la propria lucida rabbia.

In questo modo la crosta di guano del conformismo nel nostro bacino elettorale naturale si sfalderebbe di fronte ad un ribaltamento epocale che mettesse gli interessi del ceto medio produttivo al centro dell’azione politica. In questo modo chi non va a votare perché disprezza il sistema troverebbe un alveo di partecipazione concreta. In questo modo si taglierebbe il nodo gordiano delle mille riforme impossibili. Tra l’altro ci distingueremmo dalle vacue proteste dei grillini che salgono sui tetti per difendere la Costituzione, ponendo in luce senza mezzi termini che sono i tipici utili idioti, degli inconsci Dudu a lingua penzula intenti a preservare il meccanismo perverso della casta.

I principi della Nuova Costituzione intendiamo proporli nel dettaglio, ma vorremmo fissare quattro punti che ne costituiscano i caposaldi:

a) i diritti individuali non possono essere sacrificati in nessun caso alle pretese dello Stato;

b) la quota di reddito che lo stato preleva a cittadini ed imprese deve situarsi intorno al 25% del PIL senza mai superare il 30%;

c) ogni spesa pubblica va certificata e rendicontata istantaneamente su un sito internet accessibile a tutti;

d) lo stato non può in alcun modo interferire nella sfera delle scelte individuali, siano esse religiose, sessuali, politiche, economiche o di altra natura.

Ci piacerebbe che l’Articolo 1 suonasse pressapoco così:

La Repubblica Italiana è costituita per volontà di donne e uomini liberi, i cui diritti individuali e naturali sono inviolabili e immuni da coercizioni di soggetti pubblici o entità collettive.

Fabio Scacciavillani, Franco Bocchini, Giuseppe Bottacin, Maria Piera D’Alessandro, Roberto Furlan