I tedeschi no euro che sognano la Germania über alles

I tedeschi no euro che sognano la Germania über alles

Possiamo ancora permetterci questa Europa? La domanda non se la sta ponendo solo qualche leader populista dei Paesi in difficoltà che presta la sua voce a un disagio diffuso fra chi sta pagando l’austerità a livello sociale. Quanto ci costa l’Europa è anche il dubbio che si è insinuato in parte dell’elettorato tedesco, al quale le elezioni europee del 25 maggio senza più una soglia di sbarramento offriranno la possibilità di mandare un (primo) segnale di critica: la stabilità dell’eurozona rischia di costare troppo.

Il salvataggio della Grecia e il sostegno all’Italia dal punto di vista del contribuente tedesco sono ormai il segno più di un pericolo che di un’opportunità, se non ci sarà una rapida crescita economica.

Se si guarda la mappa degli umori euroscettici candidati a lasciare un segno senza precedenti nelle urne, un po’ a sorpresa si è dunque costretti a fermare lo sguardo anche sulla Germania, l’economia più solida dell’Unione, il governo più temuto fra i 28 che siedono al tavolo delle regole. In casa di Angela Merkel, la cancelliera alla guida di una grande coalizione a cui certo non manca il sostegno popolare, hanno trovato spazio posizioni che guardano a un’Europa diversa, fosse anche possibile attraverso l’uscita dalla moneta unica.

Non vogliono smantellare l’idea di Europa e non sono così preminenti, queste forze, come nella Francia della Le Pen o nell’Austria degli eredi di Haider. Né minacciano di ribaltare i tradizionali rapporti di forza fra i grandi partiti nazionali, come nel Regno Unito di Farage. Però i numeri (e le regole elettorali) dicono che nel prossimo Parlamento europeo ci sarà una significativa pattuglia di deputati della Afd (Alternative für Deutschland, di centro), della Linke (sinistra) e persino dei neonazisti a destra che chiederanno in tedesco di cambiare rotta.

Il principale messaggio di rottura è quello della Afd, l’Alternativa per la Germania, movimento nato appena un anno fa proprio con l’idea di favorire una politica tedesca diversa in Europa. Nel programma elettorale Afd sostiene il ritorno di un’Europa di «Stati sovrani», che cancelli la «centralizzazione burocratica», che salvaguardi il mercato comune e la libera circolazione ma che «metta al centro le persone». E che non lasci ai cittadini tedeschi l’onere di «pagare il peso finanziario dell’Europa del sud». Ciascuno pensi ai suoi soldi. Per questo, nel programma c’è «la dissoluzione dell’euro» graduale o, se impossibile da ottenere, con l’uscita della Germania dalla moneta unica. Fra i fondatori di Afd c’è il leader: Bernd Lucke, ex Cdu. Un professore di macroeconomia, che ha attirato attorno a sé altri professori, intellettuali, uomini d’affari. Insomma un tipo di movimento che non ha vita facile, è spesso preda di umori e personalismi, che devono ancora trovare stabilità e una chiara collocazione.

Di sicuro non è un movimento di estrema destra, anche se vuole per esempio un’immigrazione più controllata. È piuttosto spostato al centro dello scenario politico in un’area liberale e conservatrice: alle elezioni federali di settembre, ha mancato di un soffio la soglia del 5% per approdare per la prima volta al Bundestag, la seconda Camera del Parlamento. Alle Europee non c’è uno sbarramento. E la media dei sondaggi dei principali istituti di ricerca, dà Afd al 6,5% (almeno 6 seggi). Per intenderci, la Cdu-Csu della Merkel è al 39%, i socialdemocratici della Spd al 27 per cento. Ma al di là dei numeri, è da capire quanto le elezioni europee, svincolate da strategie nazionali, possano materializzare umori più latenti.

Se Afd non avrà troppi problemi interni, ci ha risposto Tobias Piller, corrispondente in Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano conservatore, «è probabile che il suo messaggio avrà una grande eco: alle elezioni nazionali tanta gente ha pensato che avrebbe buttato via il voto, in vista delle europee ho sentito molte persone ragionevoli dire di volerla votare».  Chi? «Chi vuole sfruttare il fatto che la Germania è tornata a crescere – risponde Piller -. Chi è preoccupato per il futuro. Chi ha fatto tanti sacrifici in questi anni in Germania in nome dell’Europa. La domanda che si fanno è: perché devo avere uno stipendio ridotto e lavorare di più e con le mie tasse devo pagare per l’Italia che non vuole fare le riforme?». Il corrispondente della Faz tira in ballo un concetto che si usa nella teoria economica: quello di moral hazard, l’azzardo morale che si riscontra in qualcuno che eccede nei suoi interessi a spese della controparte, in barba ai contratti. Paesi come l’Italia, dal punto di vista della Germania, sono in questa condizione. «Con l’euro, in Germania, siamo stati fregati, perché prima avevamo una grande forza contrattuale – dice Piller -, ora non possiamo alzarci dal tavolo. Tutto l’atteggiamento nazionalista italiano dice che i trattati sono sbagliati e vanno abbattuti: ma io dico che quando i vecchi trattati non valgono più, non vale la pena di farne di nuovi, perché chi non li ha rispettati è inaffidabile».

La scorsa settimana, la cancelliera Merkel è andata in visita ad Atene all’indomani del ritorno della Grecia sui mercati e a criticare la sua presenza non sono state solo massicce manifestazioni di piazza organizzate da chi non vuole l’ingerenza tedesca nella politica interna. Anche Lucke, il leader della Afd, è stato scettico sull’utilità dei rapporti con Atene: «Gli investitori internazionali non avranno problemi a buttare i loro rischi sulle spalle dei contribuenti dell’eurozona».

La figura centrale della contesa elettorale è proprio questa: «il contribuente tedesco». Ce lo ripete più volte anche Michael Braun, che in Italia è il corrispondente del quotidiano progressista Die Tageszeitung di Berlino. «La retorica degli euroscettici tedeschi – ci spiega Braun – parte da una crisi che la Germania non ha avuto, diversamente dall’Italia. Ci si chiede: chi pagherà il conto? Perché ci leghiamo in questa maniera ai Paesi perdenti? Perchè firmiamo cambiali in bianco? Insomma, partiti come la Afd si chiedono che cosa succederà se ci sarà il patatrac». Sugli effetti che un voto euroscettico in Germania potrà avere, Braun invita a «distinguere fra un peso diretto e un peso indiretto». «Sul peso diretto – dice -, ci sono sondaggi che danno Afd all’8% e senza sbarramento significa che avremo per la prima volta dei deputati tedeschi che potranno alzarsi e tuonare contro l’eurocrazia. Il peso indiretto di quei voti si avrà sugli altri partiti che cercheranno risposte per arginare la deriva: parlo dei liberali, che erano una forza di governo e nel cui elettorato contiguo ora l’Alternativa per la Germania sta pescando. E parlo anche di una certa parte della Cdu della Merkel che non è immune a questi temi, in particolare la Csu bavarese».

Nella contesa elettorale tedesca ci sono almeno altre due forze che sulla questione europea dicono cose diverse dai partiti di governo, benché in modo meno dirompente di quanto faccia Afd. In tutto un potenziale di almeno 15 deputati su 96 in palio. A preoccupare di più è la presenza di una formazione neo-nazista, la Npd, che proprio per l’assenza di una soglia di sbarramento rischia di mandare a Strasburgo un suo parlamentare che potrebbe aggiungersi ad altri delle destre più estreme di altri Paesi. Il partito nazional-democratico non è professorale: l’ultima polemica, quando è stata cacciata un’attrice porno che sostiene Npd ma che in un film ha fatto sesso con un attore di colore.

Poi c’è la Linke, il partito della sinistra radicale che alle europee sarà la versione tedesca della Lista Tsipras: la media dei principali sondaggi la dà attualmente al 7,8% (almeno 8 deputati). La Linke è all’opposizione e non vuole uscire dall’euro ma un’Europa più “sociale”. «Sia l’Ue sia il governo tedesco hanno fallito nella soluzione della crisi», si legge nel loro programma. Se Afd vuole alleggerire le politiche Ue, Die Linke chiede di «regolare il sistema finanziario di tutta l’Ue, realizzare la lotta all’evasione fiscale a livello europeo, introdurre un’unica patrimoniale». E soprattutto «dare la possibilità alle cittadine e ai cittadini europei di esprimersi con referendum sulle politiche europee».

Piller, della Faz, non crede che la Linke saprà incidere più di tanto: «Ha troppi problemi interni». Ma bisognerà vedere come i suoi eletti si salderanno con quelli degli altri partiti gemelli della sinistra radicale. Braun, della Taz, pensa che il partito tedesco farà una campagna «più nazionale contro la grande coalizione» e sottolinea un particolare che può far capire con che atteggiamento da lassù si guarda ai Paesi economicamente più in difficoltà: «La Linke sull’Europa sarebbe in difensiva, basta vedere che il loro candidato alla presidenza della commissione Ue Alexis Tsipras è citato una volta sola nel programma e il suo nome è anche un po’ nascosto». Parlare di Grecia (o di Italia), non porta voti da queste parti.

Pubblichiamo il primo di una serie di articoli dedicati ai populismi d’Europa in vista delle elezioni del Parlamento Europeo 2014

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