L’Italia spende centinaia di milioni per le basi Usa

Stavolta niente spending review

Circa 12mila militari statunitensi con i loro 16mila familiari, quasi 6mila civili in servizio. Senza considerare le basi a stelle e strisce che dal Friuli alla Sicilia interessano gran parte del nostro Paese. Da anni si discute sulla legittimità della presenza di forze armate statunitensi in Italia. Molto meno delle sue ripercussioni economiche. Quanto spendono i contribuenti del Belpaese per mantenere le truppe americane di stanza entro i nostri confini? 

Nonostante la recente visita romana del presidente Barack Obama, sembra che il tema non sia stato affrontato né con il presidente del Consiglio Matteo Renzi né con il capo di stato Girogio Napolitano. Eppure in una fase di profonda spending review, forse la questione non è poi così ingiustificata. Domani, intanto, se ne discuterà in Parlamento. Il tema è stato presentato nella commissione Difesa di Montecitorio, dove il deputato del Movimento Cinque Stelle Paolo Bernini presenterà la sua interrogazione ai rappresentanti del ministero di Palazzo Baracchini.

Tra tanti dubbi e alcuni dati sorprendenti, il testo presenta uno scenario da approfondire. L’interrogazione cita un recente studio realizzato dalla Rand Corporation per il Dipartimento della difesa americana. «Overseas Basing of U.S. Military Forces- An Assessment of Relative Costs and Strategic Benefits». Un’analisi finalizzata a confrontare i contributi economici, diretti e indiretti, forniti da alcuni Stati «a fronte dei costi di stazionamento delle forze armate statunitensi in quei Paesi». I dati sembrano facilmente consultabili per quanto riguarda la situazione in Germania – nonostante il forte ridimensionamento americano, resta questo il Paese europeo con la maggior presenza di militari Usa – Corea del Sud e Giappone. Molto meno nel nostro caso. «Per l’Italia – spiega il parlamentare grillino – non vene data alcuna informazione in termini monetari per mancanza di aggiornamenti».

Le ultime notizie certe risalgono al 2002, più di un decennio fa. Sono presentate nell’interrogazione parlamentare, che cita come fonte il documento del Dipartimento della Difesa statunitense “Allied Contributions to the common defense”. Ebbene, quell’anno il nostro contributo per mantenere le basi americane sul nostro territorio ha raggiunto i 366,6 milioni di dollari. Difficilmente quegli stanziamenti sono diminuiti nel tempo. Del resto siamo l’unico Paese europeo dove negli ultimi anni il personale delle basi americane non è stato ridotto. E così, stando a una lunga analisi della rivista americana “Mother Jones” ripresa qualche mese fa dal quotidiano La Repubblica, «22 anni fa i soldati americani in Italia rappresentavano solo il 5 per cento delle truppe in Europa, mentre ora sono il 15 per cento». Forze armate acquartierate nelle 59 installazioni militari dislocate su tutto il territorio nazionale, da Aviano a Sigonella, fino a Camp Darby. Senza dimenticare la base di Niscemi, in Sicilia, sede del discusso sistema di comunicazioni satellitari Muos. 

Se non è possibile conoscere i dati attuali, «dallo studio della Rand Corporation – si legge ancora nell’interrogazione – si evince che l’Italia continua a sostenere costi diretti relativi alla gestione delle infrastrutture, reti di trasporto, sicurezza, manutenzione, compensazioni per danni, rimborsi alle comunità locali e costi indiretti per affitti, dazi doganali, imposte sul reddito e altri non meglio specificati benefici di natura personale».  Qualche esempio? Il documento depositato a Montecitorio cita i 200 milioni di euro spesi dallo Stato per la viabilità della base di Aviano e i 210 milioni investiti per realizzare la base di Vicenza. Un impegno persino maggiore rispetto alle altre realtà internazionali. «Da questo documento (l’Allied Contributions to the common defense, ndr) si evince che nel 2002 il contributo italiano agli Usa per il mantenimento delle loro basi sul nostro territorio fu equivalente al 41 per cento del costo sostenuto dagli Stati Uniti stessi per le basi italiane, percentuale ben superiore al 33 per cento di contributo tedesco e al 27 per cento di quello inglese». E se il commissario alla spending review Carlo Cottarelli tagliasse anche qui?

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