«Vino: gli stranieri ne capiscono più di noi»

Verso il Vinitaly

Per la bibbia Wine Spectator è «il maestro che ha guidato il vino italiano ai massimi livelli», per gli appassionati il re del Barbaresco, per gli addetti ai lavori enologici un piemontese di Langa che vale sempre la pena leggere e ascoltare, soprattutto quando provoca. E capita spesso. Per noi, Angelo Gaja è la persona ideale da ascoltare in occasione del Vinitaly, perché resta un grande vignaiolo ma soprattutto un irraggiungibile mercante, un Marco Polo che ha cominciato a vendere i suoi vini negli Stati Uniti negli anni ’70 – quando lì conoscevano solo i fiaschi di Chianti – e importare i Bordeaux e i Borgogna, all’epoca patrimonio di una ristrettissima elite. A 75 anni non ha voglia di andare in pensione, semmai consiglia ai più giovani di fare gli enologi. «Con un piede vivi nella natura, con l’altro giri il mondo per vedere e imparare: non ci sono altri lavori così belli». 

Caro Gaja, è tempo di Vinitaly: non dica che le piace in modo totale.
Le fiere sono le fiere: questa è la sola che permette ai produttori italiani di incontrare gli operatori stranieri, sempre più importanti per i loro fatturati. Personalmente, non ho altra occasione per vederne cento in pochi giorni: una faticaccia ma bisogna farla. Confesso però che sono tra quelli che tutto sommato non si sentirebbero amputati se il Vinitaly avesse una cadenza biennale ma so che tanti colleghi sentono la necessità di essere qui una volta all’anno. Poi sa, bisogna considerarlo anche come un momento conviviale, di incontro non solo professionale. 

Partiamo con qualche numero? Il suo pensiero sul consumo interno che è sceso sotto la soglia dei 40 litri procapite l’anno. 
È un calo fisiologico, in linea con quanto succede nel resto dell’Europa. Per me è questione di un diverso stile di vita, di abitudini più salutiste. I “vecchi” bevitori smettono per forza e non possono più tenere il ritmo di una volta, i giovani consumano naturalmente meno. Non drammatizziamo, ma cerchiamo di stabilizzarci intorno a questo valore. 

Parecchi suoi colleghi e opinionisti la pensano diversamente. Citano varie cause sul tema quali i controlli più severi, la confusione sul mercato tra biologici e troppe denominazioni, i prezzi praticati dai ristoratori, la difficoltà a seguire la grande distribuzione…
Sento tanti professori, in particolare sul discorso dei prezzi. Ridicoli: il 75% del vino italiano che si trova nei supermercati costa meno di 2,75 euro al litro. È questo il problema? Fermo restando che la crisi economica è stato un deterrente al consumo e quindi si bevono meno le bottiglie costose, le cantine italiane offrono i loro prodotti a un prezzo che non è mai stato così abbordabile. Insisto: è cambiato il mondo, sono cambiati gli stili di vita e quindi si consuma meno ma meglio.

Angelo Gaja

Non c’è il pericolo di trasformarsi in un Paese che produce solo per gli stranieri?
Ora mediamente le nostre cantine esportano per il 70-80%  del volume. Mi sembra che per le griffe italiane di moda sia lo stesso o che la percentuale sia ancora maggiore. Eppure ci stracciamo solo noi le vesti, boh. Tra l’altro, il mercato italiano non solo è fondamentale per noi ma anche per gli stranieri: è il più difficile in assoluto, chi ha successo qui non incontra problemi nel mondo. Quindi stiamo più sereni, semmai lavoriamo sulla comunicazione giusta. 

Spieghi il messaggio.
Il vino è qualcosa di sano, antichissimo, senza trucchi: niente a che fare con i super alcolici. Da bere con intelligenza e passione, educati nel modo giusto. Ecco, trovo che paradossalmente all’estero dove hanno meno tradizione di noi, la gente viene preparata meglio al vino. Assurdo, no?

Vediamo l’export: il 2013 si è chiuso con un calo nei volumi (19 milioni di ettolitri, -5% circa) che però conferma l’Italia al primo posto nel mondo. Il fatturato è sui 5 miliardi di euro, con una crescita del 7,5 per cento. C’è da essere felici? 
No, meglio soddisfatti. Visto il 2012 scarsissimo quanto a produzione, c’era tanta preoccupazione soprattutto per il vino sfuso e invece ce l’abbiamo fatta. Perdendo in volume ma guadagnando sul fatturato. Attenzione, il fattore umano è stato determinante: abbiamo 35mila cantine che in tempi di globalizzazione hanno la capacità di lavorare bene e soprattutto di raccontare. Molti dicono che sono troppe, a me non pare vedendo come funziona il mercato. Comunque sia, non sentiamoci dei fenomeni fuori e pessimi in casa. La verità è che dobbiamo lavorare meglio in entrambi i casi. 

Una sua convinzione storica: vendiamo a prezzi troppo bassi.
Sì. Parecchi Paesi riescono a piazzare i loro vini a prezzi più alti dei nostri. E non va bene, perché il livello medio italiano si è alzato notevolmente e dobbiamo trovare in un superiore margine della vendita, il sistema per alimentare l’intera filiera. Tanto più che siamo realmente il “made in Italy” più raffinato e autenticamente nazionale: a volte resto ancora stupito del credito di simpatia, della passione per il nostro modo di vivere che riscontro all’estero. E giro il mondo da una vita. 

Beh, a vendere bene il made in Italy ci sta pensando il suo vecchio amico Farinetti.
Un fenomeno. Ha una capacità di linguaggio, di comunicazione che incanta il consumatore, si fa capire da tutti. Io trovo geniale il concetto di “vino libero” perché ha capito che “naturale” non era percepito in modo giusto ed era un po’ approssimativo. Libero nel senso di lavorazione più sana, non inquinante, poco o per niente manipolato. È un uomo di spettacolo ma lo dico nel senso buono che ti fa partecipare allo spettacolo. 

È anche un uomo di vino? C’è chi dice no.
Sbagliano. Mi ricordo che quando ha acquistato Fontanafredda, credo la sola cantina in Italia che avesse un’immagine inferiore alla qualità del prodotto, molti anche in Langa erano perplessi. Bene, avete visto cosa è diventata? Ma soprattutto cosa ha creato intorno al sistema? Vengono personaggi di ogni settore a parlare in cantina, è diventato un centro culturale intorno al mondo vinicolo. Lui sa vendere guadagnando e comunicare come nessun altro nel wine & food. 

E i cugini francesi, nostri eterni rivali, come se la passano?
Sulla produzione da anni è un testa a testa: sull’esportazione per volumi siamo più forti noi ma loro con 14 milioni e mezzo di ettolitri portano a casa più quattrini, proprio per quel concetto di cui parlavo prima: vendono a un prezzo medio superiore al nostro. Ma va detto che circa metà del loro export è costituito da Champagne e Bordeaux, noi dobbiamo collocare circa 350 denominazioni diverse. Ma se questo da un lato è uno svantaggio, dall’altra deve diventare la nostra forza. Per me bisogna valorizzare le differenze, il che non vuol dire farsi le guerra tra una cantina e l’altra.

Facciamo un giro nel mondo? Come vanno i mercati? 
Quello americano ha superato il biennio terribile tra il 2008 e il 2009 e sta andando bene perché la cultura del vino è cresciuta molto nella fascia media, quella alta la coltivava da tempo. Non a caso, l’Italia ha lì il primo mercato con un valore di circa un miliardo di euro. La Cina ha un potenziale immenso, naturalmente, ma ha sofferto della prima invasione gestita in modo non professionale: in pochi anni sono spuntati 3.500 importatori, pochissimi capaci e precisi. Un bel danno soprattutto per noi, visto che i francesi sono presenti da 50 anni grazie al fatto che i loro chef hanno colonizzato Hong Kong in modo sistematico, imponendo quindi lo Champagne e i loro vini. 

E il Giappone?
Ci lavoro benissimo: c’è gusto, classe e curiosità nelle fasce abbienti. Poi noi abbiamo un’arma che dovremmo sfruttare di più: ogni anno circa 1.500 ragazzi vengono a studiare in Italia nelle cucine o in sala come sommelier. Quando tornano, spesso aprono locali italiani e propongono i nostri vini: dovremmo tenerli più “sotto controllo” nel momento in cui tornano in Giappone. Sono validissimi amabasciatori che ci stimano e sanno tutto del nostro settore.

In Europa invece cosa succede?
La Germania è sempre il nostro secondo mercato, di poco inferiore come valore agli Stati Uniti, e rispecchia il momento economico del Paese. Svezia e Danimarca tengono bene, come la Svizzera. Trovo il Regno Unito un mercato da seguire con grande attenzione, anche se è già il terzo. Sono stato recentemente a Londra e sono rimasto sorpreso di quanto sono cresciuti in conoscenza e come ci vedono con interesse. Se penso agli ultimi quindici anni, è il Paese che ha fatto il salto maggiore. Quanto alla Russia, c’è da lavorare ma con il tempo sarà un grande sbocco per il vino italiano.

Senza dirlo a chi lotta per il vino italiano, ci dice qualche novità internazionale da assaggiare?
Pinot Noir e i Sauvignon Blanc neozelandesi per esempio. Hanno imparato in Europa a lavorare bene e stanno realizzando vini molto eleganti, impensabili sino a qualche anno fa. Poi ho una certa passione per i prodotti israeliani: tra l’altro, loro sono fenomenali nella capacità di coltivare uve in quel clima sub-arido della loro terra. Maestri da sempre nella tecnica agricola, ora sono bravi anche in cantina: i vini di Yarden li trovo eccellenti. Per la cronaca sono tutti kosher.

Gaja, lo sa che tra un anno c’è l’Expo a Milano? Il vino sarà trattato bene?
Ho fatto recentemente un giro in Brasile, trovando – con meno problemi di ordine pubblico per noi, sia chiaro – notevoli analogie tra la loro preparazione al Mondiale di calcio e la nostra all’Expo. A me pare si faccia quasi apposta a perdere tempo per poi recuperare all’ultimo, e come viene viene. Detto ciò, sono convinto che per quanto riguarda il vino, l’Expo 2015 farà sicuramente bene alla Lombardia che ospita l’evento e non potrebbe essere diversamente. Mi auguro che ci sia un po’ di beneficio per tutti, che ci vengano a trovare dopo la visita a Milano insomma

Sì, ma il ruolo del vino in generale?
Da protagonista assoluto, più del cibo. Mi scusi, ma quale prodotto del nostro export ha più storia e valore, pure economico, del vino? Il nostro è un settore privilegiato, mi aspetto che l’esposizione sia invece di grande aiuto all’intero mondo agroalimentare nazionale che merita attenzione e rispetto. Costantemente non ogni tanto e quando serve alla politica. Non ho la minima preoccupazione sul ruolo che può interpretare il vino italiano mentre ne ho parecchie sul palcoscenico che lo ospiterà.