Viva la Consulta, nel paese dei leader pavidi

Viva la Consulta, nel paese dei leader pavidi

Forse noi cittadini laici o aspiranti tali – se ancora si può usare questa parola per una identità che in Italia è a rischio di estinzione o del ridicolo – dovremmo iniziare ad elevare inni di ringraziamento al cosiddetto “partito della consulta”. Forse dovremo ringraziare la Corte costituzionale per aver riparato con le buone (e talvolta con le cattive), ai principali abusi legislativi di questi anni, dai porcellum elettorali a quelli procreativi, con cui la politica cercava di violare i vincoli di libertà previsti dalla Costituzione (finché resta in vigore, bisognerà che gli Stranamore del palazzo si rassegnino a rispettarla).

Forse dovremmo davvero ringraziare quei giudici togati, quei “professoroni” – così sono definiti con spregio dalla lingua volgare e populista di questi tempi – che studiano i problemi, e che provano a farsi un’idea di come rispettare le regole e i diritti, e non di come imporre a una società i rapporti di forza definiti dalla morale angusta e dalla convenienza propagandistica della politica di questi anni. Sta di fatto, che la sentenza sulla fecondazione assistita, quella che abbatte i divieti e le discriminazioni della famigerata legge 40, rimedia ad un orrore legislativo degli ultimi anni e sana una ferita profonda nella storia della sinistra italiana. Una ferita che si era aperta, infatti, proprio a partire da quello smarrimento, da quell’incredibile vuoto di coscienza civile rappresentato dal referendum sulla fecondazione e eterologa, dal fallimento del quorum, dal punto di non ritorno di una perdita d’identità.

Forse è il caso di ricordare lo scenario: a Roma, nella campagna referendaria, la serata conclusiva del referendum. Sul palco non c’era nessun dirigente dei Democratici di sinistra, e in tutto il gruppo dirigente del centrosinistra c’era il terrore che un risultato favorevole potesse turbare la Chiesa ruiniana. In quella campagna elettorale, infatti, erano molto presenti i clericali e molto assenti i progressisti: sui muri di Roma una sola testimonial coraggiosa, Sabrina Ferilli, difendeva in forma di manifesto le ragioni delle donne e degli uomini che, non potendo avere figli, si vedevano colpiti dalla discriminazione di un divieto.

Fu persa quella battaglia referendaria con il contributo decisivo di Francesco Rutelli, che si schierò all’ultimo giorno utile contro un referendum promosso dallo schieramento di cui era stato (per quanto possa sembrare incredibile, oggi) il candidato premier, e continuava ad essere, all’epoca, il leader teorico. Ma il paradosso di Rutelli, era solo il segnale di un problema di identità che ancora oggi tormenta gli eredi del Partito Democratico, il tallone d’Achille dei diritti civili, e delle questioni cosiddette di coscienza: non è un mistero che persino Enrico letta, aveva deciso di condividere la richiesta di ricorso del Pdl in parlamento contro la sentenza su Eluana Englaro, sono ben note tutte le tribolazioni sul tema dei matrimoni omosessuali delle unioni civili del fine vita: l’Italia resta arretrata rispetto a tutti paesi d’Europa, perché una classe dirigente a dir poco pavida. L’Italia ha inventato l’ossimoro demenziale degli atei devoti, annovera tra i suoi paradosso la stramberia intellettuale dei progressisti più conservatori del mondo, e ha dei leader che preferiscono non scegliere, finché possono, ma che se proprio devono farlo, scelgono sempre la parte sbagliata, quella dove (apparentemente) sembra loro facile raccogliere consensi.

La sentenza, oggi, ripristina un diritto cancellato, ma ci ricorda anche, che questo dibattito deve tornare al centro della discussione: è un punto di partenza, non può essere un punto di arrivo.

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